Racconti Piccanti
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Non voglio più fare la moglie invisibile

Non voglio più fare la moglie invisibile

23 Marzo 2026·9 min di lettura

Mi chiamo Elena, ho 38 anni e fino a due giorni fa pensavo che la mia vita fosse una linea dritta, noiosa ma sicura. Lavoro in un ufficio di una piccola azienda di logistica, timbro carte, rispondo al telefono, faccio caffè per i capi che nemmeno mi guardano. A casa, con mio marito Paolo, è lo stesso: dodici anni di matrimonio, sesso ogni tanto, sempre uguale, luci spente, due minuti e via. Non mi sono mai sentita desiderata, non davvero. Ero la moglie, la compagna, quella che lava i piatti e cambia le lenzuola. Ma due giorni fa ho trovato il suo telefono aperto sul tavolo della cucina. Foto di una ragazzina, la sua segretaria, vent’anni al massimo, tette in bella vista e messaggi che mi hanno fatto venire il vomito. “Non vedo l’ora di scoparti di nuovo”, scriveva lui. E lei: “Sei molto meglio di quella vecchia che hai a casa”. Quella vecchia sono io.

Ho passato due giorni a fissare il muro, con una rabbia che mi bruciava dentro, mista a un’umiliazione che non riuscivo a mandare giù. Non era solo tradimento, era il fatto che io, per lui, non esistevo più. Non ero nemmeno un corpo, solo un’ombra. E allora ho deciso che non potevo restare ferma. Dovevo sentirmi di nuovo viva, desiderata, anche se in un modo che non avrei mai immaginato prima. Non come moglie, non come madre mancata, ma come una donna che qualcuno vuole prendere, usare, distruggere se serve. Voglio sentirmi una puttana, non un mobile di casa.

Stasera sono uscita. Mi sono truccata pesante, rossetto rosso fuoco, eyeliner spesso che mi fa gli occhi da gatta, e ho messo un vestito nero che non indossavo da dieci anni. Troppo corto, troppo aderente per la mia età, mi segna i fianchi un po’ larghi e le cosce che non sono più toniche come una volta. Ma non me ne frega niente. Sono andata in un bar di periferia, uno di quei posti squallidi con le luci al neon che sfarfallano e l’odore di birra vecchia. Sono le undici e mezzo di sera, il locale è mezzo pieno di gente che urla, ride, si insulta. Mi siedo al bancone, ordino un gin tonic e mi guardo intorno. Voglio qualcuno che mi veda, che mi voglia, qualcuno che non abbia niente a che fare con la mia vita di merda.

Lo vedo subito, in fondo alla sala, vicino al biliardo. Un ragazzo, non avrà più di 22 anni, con una catena d’argento al collo, tatuaggi che gli salgono fino alla mascella, capelli corti e un’aria da bullo che comanda il quartiere. È con due amici, ride forte, tiene una birra in mano e ha uno sguardo che sembra dire “prova a guardarmi male e ti spacco la faccia”. È perfetto. Lo fisso, non distolgo gli occhi nemmeno per un secondo. Voglio che lo capisca, che senta che lo sto sfidando. Dopo un po’ si volta, incrocia il mio sguardo e socchiude gli occhi. Non sorride, mi guarda come se fossi una preda. E io non abbasso la testa, alzo il bicchiere verso di lui, un gesto che dice “vieni qua, se hai il coraggio”.

Ci mette un minuto, poi si avvicina, lascia gli amici al tavolo e viene verso di me. Cammina lento, con quella sicurezza di chi sa che nessuno gli dice di no. Si ferma a un metro dal mio sgabello, mi guarda dall’alto in basso, e la sua voce è rauca, un po’ strafottente.

“Che cazzo guardi?” dice, senza giri di parole.

Gli sorrido appena, inclino la testa. “Guardavo te. E allora?”

Ride, una risata secca, quasi un ringhio. “Sei fuori posto qua, lo sai? Non sembri una che viene in posti come questo. Che vuoi, bella?”

Non rispondo subito, lo guardo dritto negli occhi. Il cuore mi batte forte, ma non è paura, è adrenalina. “Voglio che mi fai dimenticare che esisto per qualcun altro. Ce la fai o parli e basta?”

Sgrana gli occhi per un secondo, poi scoppia a ridere di nuovo, ma questa volta c’è qualcosa di diverso, una specie di curiosità. “Oh, porca puttana, ma che cazzo dici? Sei ubriaca o sei fuori di testa?”

“Non sono ubriaca,” dico, e mi alzo in piedi, gli arrivo appena sotto il mento ma non mi faccio piccola. “Sono solo stanca di sentirmi invisibile. E tu sembri uno che non perde tempo a fare il romantico. Dimmi se ho ragione o se sto sprecando fiato.”

Mi guarda, serio stavolta, e si passa una mano sul mento. I suoi occhi scendono sul mio vestito, sulle cosce che si vedono troppo, sul seno che spinge contro la stoffa. “Hai ragione,” dice piano. “Non faccio il romantico. Ma tu non sembri una che scherza. Che cazzo vuoi davvero?”

“Portami da qualche parte qua dentro. Fammi sentire qualcosa. Qualsiasi cosa.” La mia voce trema un po’, ma non mi fermo. “Non voglio chiacchiere, non voglio nomi, non voglio sapere chi sei. Solo… fai quello che vuoi con me.”

C’è un silenzio pesante tra noi, il rumore del bar sembra sparire per un momento. Poi lui fa un passo avanti, mi è così vicino che sento l’odore del suo dopobarba mischiato al fumo di sigaretta. “Sei sicura? Perché se vengo con te, non gioco leggero.”

“Non voglio leggero,” rispondo, e lo dico con una sicurezza che non sapevo di avere. “Voglio che mi spacchi.”

Sorride, un sorriso che è più un ghigno, e mi fa cenno con la testa. “Seguimi. Andiamo nei bagni. Là nessuno ci rompe il cazzo.”

Lo seguo senza pensarci due volte. Il cuore mi martella nel petto, le mani sudano, ma non mi tiro indietro. Attraversiamo il locale, lui davanti, io dietro, e sento gli occhi di qualche ubriaco su di me, ma non me ne importa. Entriamo nel corridoio che porta ai bagni, un posto che puzza di piscio e disinfettante, con le piastrelle sporche e una luce al neon che lampeggia. Lui spinge la porta del bagno degli uomini, entra e si guarda intorno. È vuoto. Chiude la porta con un calcio e si volta verso di me.

“Ultima possibilità per tirarti indietro, bella. Dopo non mi fermo,” dice, e c’è una minaccia nella sua voce, ma anche una sfida.

“Non mi tiro indietro,” dico, e faccio un passo verso di lui. “Fai quello che devi fare.”

Non parla più. Mi spinge contro il lavandino, la ceramica fredda mi preme contro la schiena. Le sue mani sono ruvide, mi afferrano i fianchi con forza, mi tirano verso di lui. Sento il suo respiro sul collo, è caldo, veloce. Mi guarda negli occhi per un secondo, poi mi bacia, ma non è un bacio dolce, è duro, quasi violento, i denti che sbattono contro i miei. Rispondo, gli mordo il labbro, e lui grugnisce, mi stringe più forte.

“Porca troia, sei proprio una pazza,” mormora contro la mia bocca, e mi fa voltare di colpo, spingendomi con la faccia verso lo specchio sopra il lavandino. Mi guardo riflessa, il rossetto sbavato, gli occhi spalancati, e vedo lui dietro di me, che mi tira su il vestito con una mano mentre con l’altra mi tiene per i capelli. Non porta rispetto, non chiede permesso, e io non voglio che lo faccia. Voglio solo che mi prenda.

Sento la sua mano che scivola sotto il vestito, mi sposta le mutande di lato senza delicatezza, e le sue dita mi toccano, ruvide, invadenti. Stringo i denti, un gemito mi sfugge, e lui ride piano vicino al mio orecchio. “Già bagnata, eh? Lo sapevo che eri una troia in cerca di cazzo.”

“Sta’ zitto e muoviti,” rispondo, la voce roca, e lo sento ridere di nuovo, ma non si ferma. Mi infila due dita dentro, senza aspettare, e io mi aggrappo al bordo del lavandino, le unghie che grattano la superficie sporca. Fa male, ma è un male che voglio, che mi sveglia da anni di niente. Muove le dita, rapide, e con l’altra mano mi tira i capelli, costringendomi a guardarmi nello specchio.

“Guardati,” dice, la voce bassa, quasi un ringhio. “Guarda come ti sto trattando. Tuo marito sa che ti sto sfondando così?”

Quelle parole mi colpiscono come un pugno, ma invece di farmi male mi accendono ancora di più. “No,” dico tra i denti, “e non me ne frega un cazzo di lui. Continua.”

Lo sento armeggiare con la cintura, il rumore della fibbia che si apre, poi dei jeans che scendono. Mi spinge più in avanti, la mia pancia contro il bordo del lavandino, e sento la sua erezione premere contro di me. È duro, caldo, e non perde tempo. Mi entra dentro con un colpo secco, senza avvisare, e io urlo, un misto di dolore e piacere che mi fa tremare le gambe. Lui non si ferma, mi sbatte da dietro con forza, ogni spinta è un colpo che mi fa sbattere contro il lavandino. La ceramica è fredda, il metallo del rubinetto mi graffia la pelle, ma non mi importa. Ogni colpo è un modo per cancellare tutto, per non pensare a niente.

“Ti piace, eh?” dice, ansimando, mentre mi tiene per i capelli con una mano e con l’altra mi stringe un fianco così forte che so che mi lascerà i segni. “Dimmi che ti piace, troia.”

“Sì, cazzo, mi piace,” rispondo, quasi urlando, e la mia voce riecheggia nel bagno sporco. “Più forte, non ti fermare.”

Obbedisce, i suoi movimenti diventano ancora più violenti, il rumore dei nostri corpi che sbattono l’uno contro l’altro riempie l’aria, mischiato al suo respiro pesante e ai miei gemiti che non riesco a trattenere. Mi infila due dita in bocca, senza chiedermelo, e io le succhio, le mordo, fino a sentire il sapore del sangue. Lui grugnisce, ma non si tira indietro, continua a spingere, e io sento le lacrime che mi scendono lungo le guance, ma non è tristezza, è tutto il resto che esce, la rabbia, l’umiliazione, il bisogno di essere qualcos’altro per una volta.

“Sto per venire,” dice a un certo punto, la voce strozzata, e io lo sento, il suo ritmo cambia, diventa più irregolare. “Dove lo vuoi?”

“Dentro,” dico senza pensarci, e lui ride, un suono gutturale, mentre mi dà un ultimo colpo forte, poi si ferma, il suo corpo che trema contro il mio. Lo sento venire, caldo, dentro di me, e in quel momento anch’io esplodo, un orgasmo che mi fa urlare, che mi fa stringere le mani sul lavandino fino a farmi male. Piango, urlo, mordo di nuovo la sua mano, e lui non dice niente, resta fermo, ansimando contro la mia schiena.

Restiamo così per un momento, il silenzio del bagno interrotto solo dal nostro respiro pesante. Poi lui si tira indietro, si sistema i pantaloni, e io resto appoggiata al lavandino, il vestito ancora tirato su, le gambe che tremano. Mi guardo nello specchio, il trucco colato, i capelli in disordine, ma non mi sento vuota. Mi sento viva, per la prima volta dopo anni.

Lui si passa una mano sul collo, mi guarda per un secondo, poi dice: “Sei una pazza del cazzo. Ma è stato fottutamente bello.”

Non rispondo, mi tiro giù il vestito, cerco di sistemarmi come posso. Non c’è bisogno di dire altro. Lui apre la porta del bagno e se ne va senza voltarsi indietro, e io resto lì, ancora appoggiata al lavandino, con il respiro che piano piano si calma. Non so cosa succederà domani, non so se tornerò a casa o se affronterò Paolo. Ma per ora, in questo momento, non me ne frega niente. Ho avuto quello che volevo.

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