Elisabetta mi fa perdere la testa
Sono un idraulico, quarant’anni, non proprio un modello, ma ho un fisico decente, spalle larghe e mani ruvide dal lavoro. Non sono un chiacchierone, più che altro sto zitto e faccio il mio mestiere. Quel giorno ero da Elisabetta, una ragazza di ventitré anni che vive in un appartamentino al terzo piano. Mi aveva chiamato per un problema al tubo della lavatrice. Arrivo, suono, lei apre la porta con un sorrisetto timido, i capelli castani legati in una coda disordinata e una maglietta larga che le cade su una spalla. Niente di speciale, penso, una ragazza normale, un po’ riservata. Mi fa entrare, mi indica la lavanderia e io mi metto subito a lavorare.
Mentre armeggio con le chiavi inglesi, la sento muoversi in casa. Ogni tanto passa di lì, mi chiede se voglio un caffè, se va tutto bene. Ha una voce dolce, ma c’è qualcosa nel suo sguardo che mi mette a disagio, come se mi stesse studiando. Io sono uno che evita problemi, tengo la testa bassa, ma non sono cieco: ogni volta che si china per prendere qualcosa, quella maglietta si alza e vedo un pezzo di pelle, il bordo delle mutandine. Cerco di non pensarci, mi concentro sul tubo, ma il sangue comincia a scaldarsi. Non so se lo fa apposta, però mi sta incasinando la testa. Mi dico di stare tranquillo, di finirla in fretta e andarmene, ma una parte di me, quella che non ascolto mai, vorrebbe vedere fino a che punto arriva.
A un certo punto si mette proprio dietro di me, troppo vicina. Sento il suo profumo, un misto di vaniglia e qualcosa di più forte, tipo sudore fresco. “Tutto bene lì sotto?” mi chiede, con una vocina che sembra innocente ma non lo è per niente. Mi giro appena, la vedo che si morde il labbro, e giuro che mi tremano le mani. “Sì, tutto a posto,” borbotto, ma ho la voce roca. Lei si avvicina ancora, si appoggia al muro con una mano, e con l’altra si sistema i capelli, tirandoli indietro in un modo che sembra un invito. Il cuore mi batte come un tamburo. So che non dovrei, che sono un professionista, che sono troppo vecchio per ‘ste stronzate, ma il suo modo di fare mi sta mandando fuori di testa.
Poi succede. Mi alzo per prendere un attrezzo dalla borsa, e lei è lì, a un passo. Mi sfiora il braccio con le dita, come per caso, ma quel tocco mi brucia. “Sei tutto sudato,” dice, ridendo piano, e si passa la lingua sulle labbra. Non resisto più. La guardo negli occhi, vedo che non c’è traccia di timidezza, solo voglia, pura e semplice. Le metto una mano sulla vita, la tiro verso di me, piano, per vedere se si tira indietro. Non lo fa. Anzi, si preme contro di me, il suo respiro si fa corto. “Sapevo che ci saresti arrivato,” sussurra, e mi bacia, un bacio lento ma deciso, con la lingua che mi cerca subito.
Ci spostiamo un po’, finiamo contro la lavatrice. Le sue mani sono già sotto la mia maglietta, mi graffia la schiena mentre io le stringo il culo con forza. Non c’è fretta, voglio godermela. Le tolgo la maglietta, scopro che non ha il reggiseno, e quei seni piccoli ma sodi mi fanno impazzire. Mi chino, le prendo un capezzolo in bocca, lo succhio piano, poi più forte, e lei geme, un suono basso, che mi arriva dritto sotto la cintura. Con una mano le accarezzo l’interno coscia, salgo piano, sento il calore attraverso le mutandine. È già bagnata, lo capisco subito, e questo mi manda in tilt. Gliele sfilo con calma, lei si appoggia alla lavatrice, le gambe leggermente aperte. Mi inginocchio, le bacio la pancia, scendo sempre più giù, fino a sfiorarle il clitoride con la lingua. Lei trema, mi afferra i capelli e spinge il bacino contro la mia bocca. “Cazzo, sì, così,” mormora, e io continuo, assaporandola, sentendo il suo odore forte, reale, che mi fa girare la testa.
Dopo un po’ si tira su, ansimando. “Basta, voglio sentirti dentro,” dice senza giri di parole. Mi alzo, mi sbottono i jeans, li calo insieme ai boxer. Lei mi guarda, sorride, si gira di spalle e si piega sulla lavatrice, il culo in fuori, un invito che non posso ignorare. Mi avvicino, le accarezzo la schiena, poi le stringo i fianchi. Le entro dentro piano, sentendo ogni centimetro, il calore che mi avvolge. Lei mugola, si spinge indietro per prendermi tutto. “Più forte, dai,” mi ordina, e io non mi faccio pregare. Comincio a muovermi, prima lento, poi con spinte più decise, il suono dei nostri corpi che sbattono insieme riempie la stanza. La lavatrice trema sotto di noi, fa un rumore metallico che si mischia ai suoi gemiti e al mio respiro pesante. Le passo una mano sul collo, le tiro indietro i capelli con delicatezza ma con fermezza, e lei si lascia andare, inarca la schiena. “Cazzo, mi fai impazzire,” le dico, e lei ride, un suono sporco e soddisfatto.
Andiamo avanti così per un bel po’, sudati, incasinati, finché non sento che sto per venire. “Ci sono quasi,” le dico, rallentando un attimo. “Anch’io, non smettere,” risponde lei, con la voce spezzata. Accelero di nuovo, le stringo i fianchi così forte che probabilmente le lascerò i segni, e quando arrivo al limite mi lascio andare, svuotandomi dentro di lei con un grugnito che non riesco a trattenere. Lei trema, si contrae intorno a me, e capisco che è venuta anche lei, con un gemito lungo, profondo.
Restiamo fermi un attimo, ansimando, ancora appiccicati. Poi mi tiro indietro, mi sistemo i pantaloni, mentre lei si gira, si appoggia alla lavatrice e mi guarda con quel sorrisetto di prima. “Beh, il tubo è a posto?” chiede, ironica, mentre si rimette la maglietta. Rido, scuoto la testa. “Sì, tutto sistemato. Anche altro, direi.” Non c’è imbarazzo, solo una strana leggerezza tra di noi. Raccolgo le mie cose, le dico che se ha altri problemi può chiamarmi. Lei annuisce, mi accompagna alla porta. “Ci conto,” dice, e chiude con un occhiolino. Esco, scendo le scale, e mentre guido verso casa penso che non so se la rivedrò, ma di sicuro non me la scorderò facilmente.
