La paura pranzo prolungata
Mi chiamo Alessandro, ho 38 anni e da dodici sono sposato con Valentina. Sono un commercialista, uno di quelli con gli occhiali e l’aria tranquilla, che non alza mai la voce. Valentina, invece, ha 35 anni ed è responsabile marketing in una grossa azienda. È una donna che non passa inosservata: formosa, sempre truccata alla perfezione, con curve che sembrano disegnate apposta per attirare gli sguardi. La amo, o almeno credo di amarla ancora, ma nelle ultime settimane qualcosa non torna. La vedo distante, sfuggente. Messaggi sul telefono che nasconde, risate che non mi condivide, rientri a casa con l’aria di chi ha qualcosa da raccontare ma si trattiene. Ho provato a parlarle, ma mi liquida sempre con un “tutto bene, Ale, non preoccuparti”. E io, che non sono mai stato uno che insiste, ho lasciato correre. Fino a oggi.
Stamattina ho detto a Valentina che avevo un appuntamento con un cliente all’ora di pranzo, una scusa banale per vedere come avrebbe reagito. Ha annuito, distratta, mentre si metteva il rossetto davanti allo specchio. “Ci vediamo stasera, allora,” ha detto senza guardarmi. Ho preso la macchina e sono andato in ufficio, ma a mezzogiorno ho spento il computer e sono tornato a casa. Non so nemmeno io perché. Un presentimento, forse. O la voglia di dimostrare a me stesso che mi sto sbagliando.
Parcheggio a due strade di distanza, per non farmi vedere. Mentre cammino verso casa, noto un’auto che non conosco, una berlina grigia, dietro l’angolo. Il cuore mi batte più forte. Non è un’auto del vicinato, ne sono sicuro. Mi avvicino al nostro cancello, ma invece di entrare dalla porta principale, passo dal retro, verso il box auto. La porta del box è semiaperta, come spesso capita quando Valentina è a casa. Mi infilo dentro, al buio, e attraverso la porta interna che dà sul corridoio riesco a vedere il salotto. La porta è socchiusa, appena uno spiraglio, ma sufficiente.
E li vedo. Valentina è sul divano, con un uomo che non conosco, ma che immagino sia un suo collega. È inginocchiata davanti a lui, con la testa che si muove lenta, ritmica. Lui le tiene una mano tra i capelli, guida i suoi movimenti. Non riesco a distogliere lo sguardo, anche se ogni fibra del mio corpo mi urla di andarmene. Il cuore mi martella nel petto, un misto di rabbia, dolore e qualcosa che non voglio ammettere: eccitazione. Mi odio per questo. Mi odio per stare qui, fermo, a guardare mia moglie con un altro. Ma non riesco a muovermi.
Lei si rialza, si sfila la gonna con un gesto rapido e si mette a cavalcioni su di lui. Ha solo il reggiseno, nero, che le stringe il seno pieno. Lo guarda negli occhi, sorride, e gli dice qualcosa che non riesco a sentire bene. Poi comincia a muoversi, lenta, decisa. Lui le mette le mani sui fianchi, la guida. La luce del salotto le illumina il viso, e vedo la sua espressione, un misto di piacere e sfida. Mi sembra di impazzire.
Mi appoggio al muro del box, al buio. L’odore di benzina e olio motore mi riempie le narici, ma non ci faccio caso. Sento il sangue pulsarmi nelle tempie, e, senza nemmeno rendermene conto, la mia mano scivola nei pantaloni. Mi tocco, in silenzio, mentre guardo mia moglie scopare con un altro. Mi sento patetico, ma non riesco a smettere. È come se il mio corpo agisse per conto suo.
Passano minuti, o forse ore, non lo so. La scena nel salotto si fa più intensa. Valentina accelera il ritmo, i suoi gemiti diventano più forti. Si piega verso di lui, i suoi seni gli sfiorano il petto, e gli parla all’orecchio. Lui le risponde, con una voce bassa, roca. Non capisco le parole, ma il tono è chiaro. Lei ride, una risata breve, e poi si rialza, continuando a cavalcarlo con più forza. I loro corpi si muovono in sintonia, il divano cigola sotto il loro peso. Io sono ancora nel box, nascosto, con il respiro corto. Mi odio per quello che sto facendo, ma non mi fermo.
Poi la sento gridare il suo nome – non il mio, ovviamente – mentre il suo corpo trema. Lui le stringe i fianchi con più forza, geme anche lui, e capisco che hanno finito. Io vengo in quel momento, in silenzio, sul pavimento di cemento freddo del box. Mi sento vuoto, sporco. Mi tiro su i pantaloni, con le mani che tremano, e mi passo una mano sul viso. Non so nemmeno cosa provo. Rabbia? Vergogna? Desiderio? Tutto insieme, forse.
Esco dal box senza fare rumore, torno alla macchina e guido verso l’ufficio. Mi fermo in un parcheggio lungo la strada per qualche minuto, solo per riprendere fiato. Mi guardo nello specchietto retrovisore: ho la faccia di uno che non ha dormito da giorni. Torno al lavoro e dico ai colleghi che ho un mal di testa tremendo, che devo andare a casa presto. Nessuno fa domande, e io ringrazio il cielo per questo.
La sera, a cena, Valentina è già a casa quando rientro. È in cucina, con un grembiule sopra un vestito semplice, come se fosse la perfetta mogliettina. Mi sorride, mi chiede come è andata la giornata. “Bene,” mento, con la voce che mi esce più piatta del solito. “E la tua?”
“Una giornata pesante in ufficio,” risponde lei, mentre mescola qualcosa sul fuoco. Mi guarda per un attimo, con quei suoi occhi grandi, truccati come sempre. “Tante riunioni, sai com’è.”
Annuisco, con lo stomaco che mi si contorce. “Già, immagino,” dico, e prendo un sorso d’acqua per non dover aggiungere altro. Lei continua a parlare, racconta dettagli banali su un progetto, un cliente, cose che non ascolto davvero. Io penso solo a quello che ho visto, a quello che ho fatto nel box. E a come, nonostante tutto, una parte di me voglia solo che lei si avvicini, mi tocchi, mi parli come parlava con lui.
Mangiamo in silenzio, o quasi. Dopo cena, lei si alza per sparecchiare, e io resto seduto, con la testa altrove. Non dico niente, non faccio niente. Non so se lo farò mai. Per ora, mi basta guardarla muoversi per la cucina, con quel corpo che conosco così bene, e chiedermi cosa succederà domani.
