Racconti Piccanti
Racconti Piccanti

Con la baby-sitter

Con la baby-sitter

13 Marzo 2026·9 min di lettura

Sara aveva 21 anni, una studentessa universitaria che passava più tempo a studiare nella sua stanzetta piena di libri che a fare baldoria con gli amici. Non era una tipa che attirava subito l’attenzione: capelli castano chiaro, lisci e un po’ spettinati, un viso carino ma non da copertina, con due occhi verdi che sembravano sempre sul punto di abbassarsi per imbarazzo. Però aveva un corpo che non passava inosservato, anche se lei sembrava non accorgersene: un culo tondo e sodo, scolpito da ore di palestra, e un paio di tette medie ma così alte e perfette che sembravano sfidare la gravità. Dentro di sé, però, c’era un lato che non mostrava mai, un bisogno represso di essere vista, notata, desiderata. Era timidina, sì, ma a volte si sorprendeva a fantasticare di fare cose che la facevano arrossire solo a pensarci.

Quel venerdì sera Sara era arrivata a casa di Luca, un tizio di 38 anni che sembrava il classico padre di famiglia. Luca era un ex-rugbista, con spalle larghe e un fisico ancora imponente, anche se la pancia iniziava a spuntare sopra la cintura dei jeans. I capelli corti, castani, avevano qualche filo grigio sulle tempie, e il suo viso era di quelli ruvidi, con una barba di due giorni e un sorriso che sembrava sempre un po’ ironico. Sua moglie, una donna in carriera che sembrava sempre di corsa, era fuori per un weekend di lavoro, e Luca aveva bisogno di qualcuno che badasse alla loro bimba di 4 anni, Anna. Sara era stata raccomandata da un’amica comune, e lui l’aveva contattata senza pensarci due volte. Gli serviva una mano, niente di più.

La casa era un appartamento in un quartiere residenziale, con un salotto accogliente ma un po’ disordinato: giocattoli sparsi sul pavimento, un divano di pelle nera pieno di cuscini e una TV enorme appesa al muro. Sara si era presentata con una gonna corta di jeans, una maglietta aderente grigia e un paio di sneakers bianche. Luca l’aveva guardata appena, con un cenno di saluto, mentre correva dietro ad Anna che gridava per farsi prendere in braccio. “Grazie che sei venuta,” aveva detto, con un tono distratto. “La bimba è un terremoto, ma di solito si calma dopo cena. Ti faccio vedere dove sono le sue cose.”

La serata era iniziata senza intoppi. Sara aveva giocato con Anna, le aveva letto una storia, e verso le otto la piccola era crollata nel suo lettino. Luca, che era stato in cucina a trafficare con una birra in mano, era tornato in salotto e aveva proposto di guardare un film per passare il tempo. “Tanto non c’ho niente da fare,” aveva detto, con un mezzo sorriso. “Ti va? Magari una commedia, che non ci vuole niente di impegnativo.”

Sara aveva annuito, un po’ a disagio, ma si era seduta sul divano, a una certa distanza da lui. Il film era una stupidaggine, una di quelle commedie americane piene di battute scontate, ma lei non ci faceva nemmeno caso. Era nervosa, senza un motivo preciso. Ogni tanto si toccava le cosce, un gesto istintivo, come se cercasse di aggiustarsi la gonna che le saliva un po’ troppo. Lo faceva senza pensarci, ma Luca, che aveva l’occhio lungo, se n’era accorto subito. All’inizio aveva pensato fosse solo un tic, ma più lei lo faceva, più lui iniziava a fissare quelle mani che scivolavano sulla pelle liscia, appena sopra l’orlo della gonna.

“Ti dà fastidio qualcosa?” aveva chiesto a un certo punto, con un tono che sembrava casuale ma aveva un sottofondo di curiosità. Sara era sobbalzata, le guance che si tingevano di rosso fuoco. “No, no, niente,” aveva balbettato, incrociando le gambe di scatto. “Scusa, non ci faccio caso.” Luca aveva alzato un sopracciglio, con un sorrisetto che diceva tutto senza dire niente. “Tranquilla, mica mordo. Però se ti dà noia la gonna, potevi mettere un paio di pantaloni, no?” Il tono era ironico, ma gli occhi erano fissi su di lei, e Sara lo aveva notato. Si era sentita nuda, esposta, e una parte di lei – quella che cercava sempre di soffocare – si era accesa. “Non ci ho pensato,” aveva mormorato, abbassando lo sguardo. “E poi non è che mi dà noia.”

La tensione nell’aria era salita piano, come un bollitore che inizia a fischiare. Luca aveva smesso di guardare il film, e anche Sara sembrava più interessata al silenzio che al dialogo idiota che usciva dalla TV. Lui si era avvicinato di un niente, spostandosi sul divano con la scusa di prendere il telecomando. “Sai, non è che mi lamento,” aveva detto, con una risatina bassa. “È una bella distrazione, vedere quelle mani che non stanno ferme. Tocca quelle cosce ancora un po’, dai.” Sara era diventata un pomodoro, ma non si era mossa. Dentro di lei c’era un misto di vergogna e adrenalina, un desiderio di provocare che non riusciva a controllare. “Sei scemo,” aveva detto, cercando di ridere, ma la voce le tremava. “Non sto toccando niente.”

Dopo aver messo a letto Anna, che per fortuna non si era svegliata nemmeno con un tuono, il gioco di sguardi e battute era diventato più spinto. Erano in cucina, Sara appoggiata al bancone con un bicchiere d’acqua in mano, Luca che apriva il frigo per prendere un’altra birra. “Non dirmi che sei sempre così timida,” aveva detto lui, guardandola di traverso. “Perché non ci credo. Una che si veste così e poi arrossisce per niente… c’è qualcosa sotto, vero?” Sara aveva fatto una smorfia, ma il cuore le batteva forte. “Sotto cosa? Non capisco di cosa parli.” Lui aveva riso, avvicinandosi di un passo. “Sotto la gonna, no? Dai, non fare la finta tonta. Ti piace farti guardare, ammettilo.”

Lei non aveva risposto, ma il suo silenzio era bastato. Luca le era arrivato vicino, così vicino che Sara poteva sentire l’odore della birra nel suo fiato e il calore del suo corpo. Lui le aveva sfiorato un braccio, un tocco leggero ma intenzionale. “Se vuoi smettere, basta dirlo,” aveva mormorato, ma lei non aveva aperto bocca. Invece, aveva inclinato la testa, lasciandolo avvicinare ancora. La sua timidezza stava perdendo terreno, sopraffatta da quel bisogno di essere desiderata che le bruciava dentro.

Il primo bacio era stato lento, quasi esitante, ma poi si era trasformato in qualcosa di famelico. Luca le aveva preso il viso con una mano, mentre con l’altra le stringeva la vita, attirandola a sé. Sara aveva sentito il suo corpo massiccio contro il proprio, le mani ruvide che le accarezzavano la schiena e scendevano piano verso il culo. Lei aveva ansimato nella sua bocca, un misto di paura e voglia che le faceva girare la testa. “Aspetta,” aveva sussurrato, tirandosi indietro per un attimo. “E se qualcuno ci vede? E se Anna si sveglia?” Luca aveva ghignato, stringendola ancora più forte. “Non si sveglia, sta dormendo come un sasso. E chi vuoi che ci veda? La porta è chiusa. Rilassati.”

Le mani di lui erano scese sotto la gonna, accarezzando la pelle delle cosce che aveva fissato per tutta la sera. Sara aveva chiuso gli occhi, mordendosi il labbro, mentre lui le sfiorava il bordo delle mutandine con le dita. “Cazzo, sei proprio uno spettacolo,” aveva mormorato Luca, con la voce roca. Lei non aveva detto niente, ma il suo respiro si era fatto più corto. Lui aveva continuato a toccarla, piano, esplorando con una calma che la faceva impazzire. Le aveva abbassato la maglietta, scoprendo il reggiseno di pizzo nero, e aveva iniziato a baciarle il collo, scendendo verso il petto. Sara si era aggrappata al bancone, le gambe che tremavano. “Luca, dio mio,” aveva sussurrato, ma non per fermarlo. Era un gemito, un invito.

I preliminari erano durati a lungo, perché Luca sembrava divertirsi a farla aspettare. Le aveva tirato giù la gonna, lasciandola in mutandine e reggiseno, e l’aveva guardata con un’espressione che era un misto di lussuria e soddisfazione. “Girati,” aveva detto, con un tono che non ammetteva repliche. Sara aveva obbedito, appoggiandosi al tavolo della cucina con le mani, il cuore che le martellava nel petto. Lui le era arrivato alle spalle, premendo il suo corpo contro il suo, facendole sentire quanto fosse eccitato. “Brava, così,” aveva detto, mentre le accarezzava il culo con una mano e con l’altra le stringeva un fianco. Le aveva abbassato le mutandine piano, lasciandole scivolare fino alle caviglie, e Sara aveva sentito l’aria fresca sulla pelle, un contrasto con il calore che le bruciava dentro.

Quando finalmente avevano iniziato, era stato un’esplosione. Luca l’aveva penetrata da dietro, con un movimento lento ma deciso, mentre lei si piegava ancora di più sul tavolo, le mani che stringevano il bordo. “Cazzo, sei stretta,” aveva grugnito lui, iniziando a muoversi con un ritmo che la faceva ansimare. Sara aveva cercato di soffocare i gemiti, ma era impossibile. Ogni spinta era un’ondata di piacere misto a vergogna, e il suono dei loro corpi che si scontravano riempiva la cucina. Luca le aveva messo una mano sulla bocca, stringendola appena, per non farla urlare. “Zitta, che ci sente tutto il vicinato,” aveva detto, ma il suo tono era divertito, quasi eccitato dall’idea. Con l’altra mano le stringeva il fianco, guidando i movimenti, mentre il tavolo scricchiolava sotto il loro peso.

L’odore del sudore e del desiderio impregnava l’aria, e Sara poteva sentire il fiato caldo di lui sul collo mentre la sbatteva con forza. “Ti piace, eh?” aveva chiesto Luca, con una voce bassa e ruvida. Lei aveva annuito, incapace di parlare, con la mano di lui ancora sulla bocca. Il piacere era troppo, un crescendo che le faceva girare la testa. Lui aveva accelerato, i movimenti più profondi, più decisi, finché Sara non aveva sentito un’onda travolgerla, facendola tremare contro il tavolo. Luca era venuto poco dopo, con un grugnito soffocato, stringendola forte mentre si svuotava dentro di lei.

Quando tutto era finito, erano rimasti fermi per un attimo, ansimando. Luca si era tirato indietro, aggiustandosi i pantaloni, mentre Sara si rialzava piano, le gambe ancora molli. Si era tirata su le mutandine e la gonna, evitando di guardarlo negli occhi. “Beh, direi che è stata una serata interessante,” aveva detto lui, con quel suo sorrisetto ironico. Lei aveva abbozzato un sorriso, ancora rossa in faccia, ma non aveva detto niente.

Il giorno dopo, Sara era tornata con la scusa di aver dimenticato i soldi per la babysitter. Luca l’aveva fatta entrare senza fare storie, ma entrambi sapevano che non era per i soldi. Nel box auto, con la saracinesca abbassata a metà, si erano buttati l’uno sull’altra come due affamati. Non c’era stato tempo per preliminari: lui l’aveva spinta contro il muro, le aveva alzato la gonna e l’aveva presa lì, in piedi, con una fretta dettata dalla paura che la moglie potesse tornare da un momento all’altro. È stato veloce, sudato, disperato, ma altrettanto intenso. Quando avevano finito, Sara si era sistemata i vestiti con mani tremanti, mentre Luca le dava una pacca sul culo e un sorriso. “Ci vediamo la prossima volta,” aveva detto, senza aggiungere altro.

Lascia un commento