Racconti Piccanti
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Sottomesso al fidanzato della sorella (parte 6)

Sottomesso al fidanzato della sorella (parte 6)

12 Marzo 2026·8 min di lettura

Arrivarono a casa di Marco dopo una ventina di minuti di silenzio teso in macchina. Luciano teneva le gambe strette, le mani in grembo a coprire il rigonfiamento osceno della tuta grigia, che senza mutande tradiva ogni pulsazione. Diego parcheggiò davanti a un condominio anonimo, prese le chiavi di riserva dalla tasca e scese senza dire una parola. Luciano lo seguì, il cuore che gli martellava nelle orecchie.

L’appartamento era piccolo, disordinato in modo maschile: scarpe sparse nell’ingresso, una pila di magliette sul divano, odore di chiuso e di pizza fredda. Il gatto – un soriano grasso e diffidente – miagolò subito dalla cucina. Diego andò dritto alla ciotola, versò croccantini e umido al pollo, cambiò l’acqua, diede una grattatina distratta dietro le orecchie.

«Fatto» disse, buttandosi sul divano con un sospiro teatrale. Allargò le gambe, si tolse la felpa buttandola di lato, rimase in maglietta aderente e pantaloni da ginnastica. Guardò Luciano fermo sulla soglia, ancora imbarazzato, le guance rosse.

«Vieni qua, piccola. Siediti.»

Luciano esitò, poi si avvicinò piano e si sedette all’altro capo del divano, rigido come un bastone.

Diego rise piano. «No, non lì. Mi fanno un male cane i piedi. Ho camminato tutto il giorno ieri, poi la corsa nel parco… Dai, fammi un massaggino. Sei bravo con le mani, no?»

Luciano lo guardò stranito. «Cosa?»

«Dai, non fare quella faccia. Mi fanno male sul serio.» Diego fece la vittima, mettendo il broncio esagerato, la voce dolce e scherzosa. «Se me li massaggi ti porto a prendere il gelato più grosso che trovi. Ti tratterò da re per il resto della giornata. Promesso. Niente scherzi.»

Luciano deglutì. Sentiva già il calore salire. Annuì piano, si spostò più vicino.

Diego scosse la testa. «No, per terra. In ginocchio. Così arrivi meglio.»

Luciano arrossì violentemente, ma obbedì. Si inginocchiò sul tappeto logoro davanti al divano. Diego allungò le gambe, appoggiò i piedi nudi sulle sue cosce. Luciano gli tolse prima una scarpa da ginnastica, poi l’altra. Le calze bianche erano umide di sudore, l’odore forte arrivò subito: acre, maschio, di pelle calda e ginnastica usata. Luciano fece una smorfia schifata, ma sotto sotto sentì il cazzo pulsare di nuovo contro la tuta.

Iniziò a massaggiare piano, i pollici che premevano sugli archi plantari, le dita che sfregavano le piante sudate. Diego sospirò di piacere, chiuse gli occhi, si appoggiò allo schienale.

«Così… bravo… premi più forte.»

Luciano lavorava in silenzio, ma l’odore lo stava mandando fuori di testa. Era disgustoso e irresistibile insieme. Approfittando che Diego sembrava rilassato, si chinò un po’ di più, avvicinò il naso alle dita dei piedi, inspirò piano, profondamente. L’odore gli riempì i polmoni: sudore salato, pelle calda, un sentore di cuoio vecchio dalle scarpe. Il suo sesso gocciolò dentro la tuta.

Diego aprì un occhio. Lo beccò subito.

«Ah, guarda il maialino… Ti piace puzzare i miei piedi sudati, eh?» Rise piano, crudele. «Lo sapevo. Sei proprio una troietta depravata.»

Luciano si ritrasse di scatto, mortificato.

Diego allungò una mano, gli palpò il davanti della tuta. Rise più forte quando sentì quanto era duro.

«Spogliati. Tutto. Nudo.»

Luciano scosse la testa. «No… Diego, per favore…»

Diego si sporse in avanti, gli afferrò il collo con una mano, lo tirò vicino. Con l’altra mano aperta gli diede uno schiaffo secco sulla guancia. Non fortissimo, ma abbastanza da far bruciare la pelle e far lacrimare gli occhi.

«Ho detto nudo. O ti trascino fuori così come sei e ti faccio vedere dal vicino.»

Luciano tremò. Si tolse la maglietta, poi abbassò la tuta. Rimase nudo, inginocchiato, il cazzo eretto che puntava verso l’alto, lucido di pre-sborra.

Diego sorrise soddisfatto. «Bravo. Ora leccameli.»

Luciano esitò, gli occhi pieni di lacrime.

Diego lo prese di nuovo per il collo, lo strattonò in avanti. «Lecca.»

Luciano chiuse gli occhi e tirò fuori la lingua. La passò piano sulla pianta del piede destro, dal tallone alle dita. Il sapore era salato, forte, umido. Fece una smorfia, ma continuò. Passò all’altro piede, leccò tra le dita, succhiò l’alluce quando Diego glielo infilò in bocca.

Diego non era contento. Si alzò in piedi, torreggiando su di lui.

«Apri di più.»

Gli piantò il piede in bocca, spingendo le dita in fondo alla gola. Luciano ebbe un conato, lacrimò, sbavò copiosamente. Diego spinse più forte, il piede che gli riempiva la bocca, la pianta che gli schiacciava la lingua.

«Prendili tutti… succhia… bravo… così… sei proprio una puttanella da piedi.»

Luciano piangeva apertamente ora, le lacrime che gli colavano sul mento insieme alla saliva. Il cazzo gli pulsava dolorosamente, ma non osava toccarsi. Diego continuò per minuti interi, alternando i piedi, scopandogli la bocca con le dita dei piedi, ridendo piano ogni volta che Luciano tossiva o mugolava.

Alla fine Luciano non ce la fece più.

«Basta… ti prego… Diego… smettila…» supplicò, la voce rotta, strozzata dal piede ancora in bocca.

Diego tolse il piede lentamente, lasciando un filo di saliva che collegava le labbra di Luciano alle dita.

Si slacciò i pantaloni della tuta, li abbassò quel tanto che bastava. Il cazzo uscì fuori, grosso, duro, venoso.

«Mettiti a pecora» gli ordinò, la voce bassa e carica.

Luciano lo guardò terrorizzato, eccitato, umiliato.

Si girò piano, si mise a quattro zampe sul tappeto, il culo in alto, le ginocchia che tremavano.

Diego si inginocchiò dietro di lui, gli appoggiò una mano aperta sulla schiena bassa, l’altra sul fianco.

Diego rimase in ginocchio dietro di lui, il cazzo duro che sfiorava appena la fessura tra le natiche di Luciano. Non entrò subito. Invece, gli appoggiò una mano aperta sulla schiena bassa, spingendolo un po’ più in giù, facendogli inarcare di più il culo. Con l’altra mano raccolse un po’ di saliva – la sua, sputata direttamente sulle dita – e la fece colare tra le natiche.

«Rilassati, piccola» gli sussurrò, la voce bassa, quasi tenera. «Non voglio farti male… non troppo.»

Inserì prima un dito, piano, girandolo dentro per allargarlo. Luciano gemette, un suono strozzato, mezzo dolore mezzo sollievo. Diego lo lavorò con calma, dentro e fuori, aggiungendo saliva ogni tanto. Poi un secondo dito. Luciano si irrigidì, le mani che afferravano il tappeto, le unghie che graffiavano la lana logora.

«Bravo… apriti per me… senti come entri bene… sei fatto per questo, eh?» Diego gli parlava all’orecchio, il respiro caldo sul collo. «Ti piace quando ti apro piano… quando ti preparo per il mio cazzo grosso…»

Luciano annuì piano, le lacrime che gli colavano sul tappeto. Il bruciore si mescolava a un piacere profondo, sconosciuto. Diego girava le dita, le apriva a forbice, le spingeva fino in fondo. Quando sentì che Luciano si rilassava un po’, tolse le dita e si posizionò.

La cappella premette contro l’apertura. Diego spinse piano, entrò di un paio di centimetri. Luciano singhiozzò.

«Shhh… respira… prendilo tutto… sei la mia troietta ora…»

Entrò completamente con un colpo lento, profondo. Luciano urlò piano, il corpo che tremava. Diego rimase fermo un attimo, lasciandogli il tempo di abituarsi, poi iniziò a muoversi: colpi secchi, lenti, controllati. Ogni affondo arrivava fino in fondo, la base del cazzo che sbatteva contro le natiche.

Mentre scopava, gli sussurrava porcate all’orecchio, la voce roca e bassa.

«Senti come ti riempio… come ti apro il culo… sei tutto bagnato dentro… ti piace vero? Ti piace essere la mia puttanella segreta… mentre tua sorella pensa che siamo fuori a fare i bravi… io ti sto sfondando qui…»

Con una mano gli prese il cazzo da sotto, lo segò piano, sincronizzando i movimenti con gli affondi. Luciano gemeva forte ora, il piacere che saliva a ondate. Diego accelerava appena quando sentiva che Luciano si contraeva intorno a lui.

«Vieni… dai… sborra per me… fammi vedere quanto ti piace essere scopato…»

Luciano non resistette. Con un singhiozzo profondo venne, schizzi caldi che colarono sulla mano di Diego e sul tappeto. Il culo si strinse spasmodicamente intorno al cazzo dentro di lui.

Diego gemette forte. «Cazzo… sì… stringi così…»

Aumentò il ritmo. Colpi più veloci, più forti, la mano che teneva il fianco di Luciano per tenerlo fermo. Il suono umido della carne che sbatteva riempiva la stanza. Diego ansimava, sudava.

«Prendila tutta… ti riempio… ti riempio il culo di sborra…»

Venne con un ringhio profondo, spingendo fino in fondo, scaricando dentro di lui a fiotti caldi. Luciano sentì ogni pulsazione, ogni schizzo che lo riempiva completamente. Rimase lì, tremante, il culo pieno, il respiro corto.

Quando finì, Diego non uscì subito. Rimase dentro ancora un po’, accarezzandogli la schiena con dolcezza, baciandogli la nuca.

«Bravo… sei stato bravissimo, piccola…» gli sussurrò, la voce improvvisamente morbida. «Ora stai tranquillo… ci penso io a te.»

Uscì piano, lo aiutò a sdraiarsi sul divano. Gli pulì con un fazzoletto trovato in cucina, gli diede dell’acqua. Per il resto della giornata fu diverso. Lo portò davvero a prendere il gelato – uno enorme al pistacchio e cioccolato – gli tenne la mano sotto il tavolo mentre mangiavano, gli accarezzò i capelli quando passeggiavano nel parco. Rideva con lui, lo chiamava “piccolo” invece di “troietta”, gli comprò una bottiglietta d’acqua fresca quando vide che era stanco. Luciano si sentì… voluto. Come se fosse lui il fidanzato, lui quello coccolato, lui quello al centro dell’attenzione. Per qualche ora fu come Sara: felice, al sicuro, amato.

Tornarono a casa nel tardo pomeriggio. Sara era in salotto, in tuta, a guardare la tv. Quando entrarono, Diego le andò incontro subito, la prese per la vita, la baciò sulla bocca – un bacio lungo, profondo, di quelli che dicevano “ti sono mancato”. Sara rise, gli passò le braccia intorno al collo.

«Com’è andata col gatto?» chiese.

«Bene» rispose Diego, sorridendo. «Luciano è stato un aiuto prezioso.»

Luciano rimase fermo sulla soglia, a guardarli. Il bacio durò troppo. Il modo in cui Diego le accarezzava la schiena bassa, lo stesso gesto che aveva fatto a lui solo poche ore prima. La realtà gli crollò addosso come un secchio d’acqua gelida.

Non era lui. Non lo sarebbe mai stato.

Si girò senza dire niente, salì le scale, entrò in camera sua e chiuse la porta piano. Si buttò sul letto, faccia nel cuscino, le lacrime che arrivavano silenziose. Il culo ancora dolorante, il sapore di gelato in bocca, il ricordo delle carezze di Diego… tutto si mescolava in un groviglio di disillusione amara.

Sentì di sotto la risata di Sara, la voce bassa di Diego che le diceva qualcosa all’orecchio. Sentì il letto cigolare di nuovo, piano.

Chiuse gli occhi, strinse i pugni.

Era solo il segreto. Il giocattolo. La troia da usare quando Sara non c’era.

E nonostante tutto, il suo cazzo si indurì di nuovo sotto le coperte.

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