Non fingo più
Mi chiamo Luca, ho 24 anni e vivo in un appartamento a due passi dal centro con Marco, un amico di 31 anni che conosco da un paio d’anni. Condividiamo spese, spazi e qualche birra il sabato sera. Lui è il tipico ragazzo etero, o almeno così ho sempre pensato: uno che parla di calcio, esce con gli amici e rimorchia in discoteca ogni volta che può. Io, beh, sono più riservato. Non ho mai fatto coming out con lui, ma non credo sia necessario. Non parliamo di queste cose, e va bene così. Però, certe volte, ho notato i suoi sguardi. Quando esco dalla doccia con l’asciugamano in vita, o quando mi cambio in camera con la porta socchiusa. Pensavo fosse solo curiosità, un’occhiata distratta. Fino a quella sera.
Era un sabato di fine ottobre, verso l’una di notte. Ero sul divano del salotto, in tuta, con una birra in mano e la TV accesa su una partita di calcio. Il volume era basso, tanto per avere un sottofondo. Marco era uscito con i suoi amici, come al solito, e mi aspettavo di vederlo rientrare all’alba, magari con qualche ragazza al seguito. Invece, la porta si aprì con un tonfo intorno alle due. Lo sentii inciampare nell’ingresso, borbottare qualcosa e ridere da solo. Era ubriaco, lo capii subito dall’odore di alcol che lo seguiva come una scia. Si avvicinò al divano barcollando, con una maglietta sgualcita e i jeans mezzi slacciati.
«Luca, cazzo, sei ancora sveglio?» disse, lasciandosi cadere accanto a me. La sua spalla sfiorò la mia, e il calore del suo corpo mi arrivò subito, insieme al puzzo di birra e sudore.
«Già, guardo la partita. Tu come mai sei già qui? Pensavo restassi fuori fino a tardi,» risposi, cercando di mantenere un tono normale, anche se il suo sguardo fisso mi metteva a disagio.
Lui ghignò, passandosi una mano sul viso. «Le ragazze stasera erano tutte stronze. Non ho voglia di perdere tempo con loro. E poi…» Si interruppe, voltandosi verso di me. I suoi occhi erano lucidi, ma intensi. «Sono stanco di fingere che non ti guardo il culo quando esci dalla doccia.»
Il cuore mi si fermò per un istante. Non sapevo se aveva capito cosa aveva detto o se fosse solo l’alcol a parlare. Cercai di ridere, per sdrammatizzare. «Che cazzo dici, Marco? Sei sbronzo, vai a dormire.»
Ma lui non rise. Si avvicinò di più, il suo ginocchio contro il mio. «Non fingo più. Ti vedo, sai? Ogni volta che giri per casa mezzo nudo, faccio finta di niente, ma lo vedo eccome.» La sua voce era bassa, roca, e ogni parola sembrava pesare come un macigno.
Mi irrigidii. Non sapevo cosa rispondere. Una parte di me voleva alzarsi e andarsene, ma un’altra, più nascosta, sentiva il sangue pompare più forte. «Marco, sei fuori di testa. Non dire cazzate,» mormorai, ma la mia voce tremava appena.
Non mi lasciò il tempo di pensare. Con un movimento rapido, mi spinse indietro sul divano, il suo peso su di me. Una mano mi coprì la bocca, premendo forte, mentre l’altra mi afferrò il fianco, stringendo con una forza che mi fece quasi male. Sentivo il suo respiro caldo sul collo, affannoso, e il rumore della partita in sottofondo sembrava lontanissimo. «Shh, sta’ fermo,» sussurrò, la sua bocca vicina al mio orecchio. «Non fare casino. Lo vuoi anche tu, lo so.»
Non so perché non mi ribellai. Forse per lo shock, forse perché una parte di me lo desiderava davvero. Sentivo il suo corpo premere contro il mio, il calore della sua pelle attraverso la maglietta, l’odore di alcol mescolato a quello del suo sudore. La sua mano scivolò sotto la mia tuta, abbassandola con un gesto deciso. Il tessuto scivolò lungo le cosce, lasciandomi esposto. Il cuore mi martellava nel petto, ma il mio corpo reagiva in modo che non potevo ignorare. Ero già duro, e lui lo notò subito.
«Guarda un po’,» ridacchiò, la sua voce carica di una soddisfazione grezza. La sua mano lasciò la mia bocca solo per afferrarmi il mento, costringendomi a guardarlo. «Lo vedi? Non fingi neanche tu.»
«Marco, cazzo, rallenta,» riuscii a dire, ma le parole uscirono deboli, spezzate. Lui non mi ascoltò. Si tirò indietro quel tanto che bastava per slacciarsi i jeans, e il suono della zip che scendeva mi fece sobbalzare. Quando si abbassò i pantaloni, vidi il rigonfiamento nei boxer, enorme e teso contro il tessuto. Non c’era spazio per fraintendimenti. Era grosso, più di quanto immaginassi, e la vista mi fece deglutire a fatica.
«Ti piace, eh?» disse, notando il mio sguardo. Si tolse i boxer con un movimento rapido, lasciandolo libero. Era spesso, con vene che pulsavano lungo l’asta, la punta già bagnata. L’odore, un misto di muschio e sudore, mi colpì come un pugno. «Toccami,» ordinò, prendendomi la mano e guidandola verso di lui. Le mie dita si chiusero intorno, calde e tremanti. Era duro come pietra, e la sensazione della sua pelle sotto le mie dita mi fece girare la testa.
«Cazzo, Marco, non so se…» iniziai, ma lui mi interruppe con un ringhio basso.
«Zitto. Lo vuoi. Stringi più forte.» La sua voce era un comando, e io obbedii senza pensarci. Lo sentivo pulsare nella mia mano, ogni movimento lento e deliberato che facevo sembrava farlo impazzire. Il suo respiro si fece più pesante, e la sua mano tornò sul mio fianco, scendendo più in basso. Le sue dita si insinuarono tra le mie cosce, sfiorando con una pressione che mi fece trattenere il fiato.
«Ti apro bene, sta’ fermo,» mormorò, mentre una delle sue dita spingeva contro di me, senza preavviso. Era ruvido, diretto, e il bruciore iniziale mi fece stringere i denti. Ma c’era anche qualcos’altro, un calore che si propagava dal punto in cui mi toccava. Sentivo l’odore del suo fiato, acre di birra, mentre si chinava su di me, e il suono del suo respiro affannoso mi riempiva le orecchie.
«Rilassati, cazzo, o ti faccio male,» disse, aggiungendo una seconda dito. Il disagio era forte, ma il modo in cui muoveva la mano, lento ma deciso, iniziava a sciogliermi. Mi morsi il labbro, cercando di soffocare un gemito. Non volevo dargli la soddisfazione, ma il mio corpo non mentiva. Ogni spinta delle sue dita mi faceva contrarre, e il mio uccello pulsava dolorosamente contro il tessuto della tuta abbassata.
«Ti piace, vero? Sento come ti stringi,» disse con un ghigno, guardandomi dritto negli occhi. Il suo viso era vicino al mio, i lineamenti distorti da un misto di lussuria e alcol. Ritirò le dita con un movimento rapido, lasciandomi vuoto per un istante, prima di sputarsi sulla mano. Il suono, umido e crudo, mi fece rabbrividire. Si lubrificò, spalmandoselo lungo l’asta con movimenti lenti, e io non potei fare a meno di guardare. Era enorme, lucido, e pronto.
«Girati,» ordinò, spingendomi con una mano sulla spalla. Mi voltai, le ginocchia sul divano, il petto premuto contro lo schienale. Sentivo il tessuto ruvido sotto le mani, il cuore che mi esplodeva nel petto. La sua mano mi afferrò i fianchi, posizionandomi come voleva. Il suo uccello sfiorò la mia pelle, caldo e appiccicoso, e io trattenni il fiato.
«Respira, Luca. Non voglio romperti,» disse, ma nella sua voce c’era una nota di impazienza. Spinse piano all’inizio, la pressione quasi insostenibile. La sensazione di essere aperto, centimetro dopo centimetro, era un misto di dolore e qualcosa di più profondo, che non riuscivo a descrivere. Era grosso, troppo, e ogni movimento mi faceva stringere i denti. L’odore del suo sudore mi avvolgeva, mescolato al calore del suo corpo premuto contro il mio.
«Cazzo, sei stretto,» grugnì, fermandosi un attimo per darmi il tempo di abituarmi. Ma non durò molto. Con una spinta più decisa, entrò del tutto, e un gemito mi sfuggì dalle labbra, rauco e involontario. Il bruciore era intenso, ma sotto c’era un piacere che mi faceva tremare le gambe. Sentivo ogni dettaglio di lui dentro di me, la durezza, il calore, il modo in cui pulsava.
«Ti piace, eh? Dimmi che ti piace,» disse, iniziando a muoversi. Le sue spinte erano lente ma profonde, ogni colpo mi faceva sobbalzare. Il suono della sua pelle contro la mia, umido e ritmico, si mescolava al rumore lontano della TV. La sua mano tornò sulla mia bocca, premendo forte. «Zitto, non voglio sentire lamentele. Prendilo e basta.»
Non potevo parlare, ma il mio corpo rispondeva per me. Ogni spinta mi faceva ansimare contro la sua mano, il sudore mi colava lungo la schiena, e il calore dentro di me cresceva. La sua altra mano scivolò davanti, afferrandomi. Ero duro, dolorosamente duro, e il modo in cui mi stringeva, con movimenti rapidi e decisi, mi portava al limite.
«Sei già pronto a venire, vero? Troia,» ringhiò, aumentando il ritmo. Le sue parole erano crude, ma avevano un effetto che non potevo ignorare. Sentivo il suo uccello colpire un punto dentro di me che mi faceva vedere le stelle, ogni spinta un’esplosione di sensazioni. Il suo odore, il suo calore, il suono dei suoi gemiti bassi, tutto mi travolgeva. La sua mano sulla mia bocca scivolò via, solo per afferrarmi i capelli, tirandomi la testa indietro.
«Guardami mentre ti scopo,» disse, la voce spezzata dal respiro. I suoi occhi erano selvaggi, pieni di un desiderio che non avevo mai visto prima. Ogni spinta era più forte, più veloce, e il divano scricchiolava sotto di noi. Sentivo il sudore scivolarmi lungo il collo, il sapore salato sulle labbra mentre cercavo di respirare. Il suo uccello mi riempiva completamente, e la sua mano su di me mi portava sempre più vicino al bordo.
«Cazzo, Marco, sto per…» iniziai, ma non riuscii a finire. Un’ondata mi travolse, il piacere che esplodeva in ogni muscolo del mio corpo. Venni con un gemito strozzato, sporcando il divano sotto di me, mentre lui continuava a spingere, senza rallentare.
«Bravo, così,» grugnì, stringendo i miei fianchi con una forza che mi avrebbe lasciato i segni. Sentivo il suo ritmo diventare irregolare, il suo respiro più corto. «Ci sono, cazzo, ci sono,» disse, e con un’ultima spinta profonda, lo sentii venire dentro di me. Il calore del suo seme mi riempì, un sensazione intensa e appiccicosa che mi fece tremare. Restò fermo per un attimo, il suo peso su di me, prima di ritirarsi lentamente. Il vuoto che lasciò fu strano, quasi doloroso.
Ci lasciammo cadere sul divano, ansimando. L’odore di sesso e sudore riempiva la stanza, mescolandosi al suono della TV che trasmetteva ancora la partita. Non dicemmo niente per un po’. Non c’era bisogno di parole. Il mio corpo era stanco, dolorante, ma stranamente soddisfatto. Marco si tirò su i pantaloni, senza guardarmi negli occhi, e io feci lo stesso.
«Non fingo più,» mormorò alla fine, prima di alzarsi e andare verso la sua stanza. Io restai lì, sul divano, con il cuore che batteva ancora forte. Non sapevo cosa sarebbe successo dopo, ma in quel momento non importava.
