Ammettilo, cugì…
Mi chiamo Riccardo, ho 24 anni e faccio l’impiegato in un ufficio grigio come la mia vita sociale. Non sono proprio un disastro, ma diciamo che non vinco premi per carisma. Sono il tipo che inciampa sulle parole quando parla con una ragazza carina e che preferisce stare zitto piuttosto che fare una figura da idiota. Però, cazzo, ho delle fantasie che non confesso nemmeno a me stesso fino in fondo. Roba che mi fa sudare le mani solo a pensarci. E il peggio è che ultimamente queste fantasie hanno un nome: Lorenzo, mio cugino.
Lorenzo ha 27 anni, gioca a calcio con una squadra di amici, ha un corpo che sembra scolpito da un artista del Rinascimento e una strafottenza che ti fa venir voglia di dargli un pugno… o di baciarlo, dipende dal momento. Ha questa risata bassa, profonda, che ti entra dentro e ti fa sentire piccolo, ma in un modo che non so spiegare. È il tipo che comanda senza nemmeno provarci. E io, beh, sono il coglione che lo guarda con la coda dell’occhio e si chiede come sarebbe essere sotto di lui. Letteralmente.
Tutto è iniziato con una partita di calcetto tra amici. Io, Lorenzo e un paio di altri ci siamo ritrovati al campetto vicino casa sua. Ero già fuori allenamento, ma con Lorenzo che correva come un toro e mi urlava “Muoviti, Ricky, sembri mia nonna!”, ho fatto pure peggio del solito. Abbiamo perso, ovviamente. E mentre gli altri si lamentavano, Lorenzo mi ha guardato con quel sorrisetto del cazzo e ha detto: “Penitenza, cugì. Per una settimana fai quello che dico io. Niente scuse.” Gli altri hanno riso, io ho alzato le spalle tipo “va bene, che sarà mai”. Ma dentro di me c’era già un misto di paura e… eccitazione. Non so nemmeno perché.
I primi giorni erano roba scema. “Portami una birra, Ricky.” “Vai a lavarmi la macchina, che è sporca.” Io sbuffavo, ma obbedivo. Era come un gioco, no? Però ogni volta che facevo quello che diceva, lui mi guardava con quel ghigno, come se sapesse qualcosa che io non volevo ammettere. Il terzo giorno, mentre ero a casa sua a guardare la tele, mi ha detto: “Togliti la maglietta, fai vedere quel fisico da impiegato.” Io sono scoppiato a ridere, pensando fosse uno scherzo, ma lui ha incrociato le braccia e ha insistito: “Dai, non fare il timido. Spogliati.” Ho esitato, sentendo il viso andare a fuoco, ma poi me la sono tolta. Ero lì, con il mio torso pallido e magrolino, e lui si è messo a ridere. “Cazzo, Ricky, sembri un contabile anche senza camicia. Però sai che c’è? Ti sta bene obbedire.” Io ho borbottato qualcosa tipo “vaffanculo”, ma non ho rimesso la maglietta finché non me l’ha detto lui.
Ogni giorno la tensione cresceva. Lorenzo mi sfotteva senza sosta. “Scommetto che ti fai una sega pensando a me che ti comando,” mi ha detto una volta mentre bevevamo una birra in cucina. Io sono diventato rosso come un pomodoro, ho negato, ma lui ha riso con quella voce bassa che mi fa tremare le gambe. “Non mentire, cugì. Si vede da come mi guardi.” Io non riuscivo a rispondere, mi limitavo a fissare il pavimento, con il cuore che batteva come un tamburo.
Il quarto giorno è successo. Eravamo in cucina, stavo lavando i piatti perché me l’aveva ordinato lui, e Lorenzo si è avvicinato. Troppo vicino. Sentivo il suo respiro sul collo, il calore del suo corpo. Poi mi ha girato di colpo, mi ha spinto contro il lavandino e mi ha baciato. Un bacio duro, deciso, con la sua lingua che non mi dava scampo. Io sono rimasto paralizzato per un secondo, poi ho ceduto. Le sue mani mi stringevano i fianchi, e io non riuscivo a pensare a niente se non a quanto lo volevo. Quando si è staccato, mi ha guardato negli occhi e ha detto, con quella voce che mi fa impazzire: “Ammettilo, cugì… ti eccita essere la mia puttanella.” Io ho aperto la bocca per negare, ma invece mi è uscito un “Sì… cazzo, sì.” Non potevo mentire, non a lui.
L’ultima sera della settimana è stata… beh, non so nemmeno come descriverla. Eravamo a casa sua, nel salotto. Lorenzo era seduto sul divano, con una birra in mano, e mi ha detto: “Spogliati. Tutto. Voglio vederti nudo.” Io ho esitato, ma solo per un attimo. C’era qualcosa nel suo tono che non mi lasciava scelta. Mi sono tolto i vestiti, uno per uno, mentre lui mi guardava con quel sorrisetto. Ero lì, nudo, con il cuore che mi usciva dal petto, e lui ha detto: “Vieni qua. A quattro zampe. Gattona fino a me.” Io ho deglutito, ma l’ho fatto. Mi sono messo carponi sul pavimento, strisciando verso di lui, sentendo il tappeto ruvido sotto le ginocchia. Quando sono arrivato ai suoi piedi, ha aperto le gambe e ha detto: “Leccami le palle. Dai, mostra quanto sei bravo a fare il sottomesso.” Io ho alzato lo sguardo, incredulo, ma il suo ghigno mi ha inchiodato. Mi sono chinato, ho tirato giù i suoi pantaloncini e ho iniziato a leccare. Il sapore salato, il calore della sua pelle, il modo in cui gemeva piano mentre rideva… “Guarda come lecchi bene, Ricky. Proprio da bravo cagnolino.” Io non riuscivo a smettere, anche se la vergogna mi bruciava dentro.
Poi mi ha fermato, mi ha tirato su per un braccio e mi ha piegato sul divano, con il culo in aria. Ero esposto, vulnerabile, e sentivo le sue mani forti che mi stringevano i fianchi. “Ti sfondo, cugì. Ti faccio mio per bene,” ha detto, e io ho sentito il suo cazzo duro premere contro di me. Ha sputato sulla mano, ha lubrificato un po’ – non troppo, cazzo, faceva male – e poi ha spinto dentro. Lento all’inizio, ma profondo, brutale. Io ho urlato, un misto di dolore e piacere che non avevo mai provato. “Dimmi grazie ogni volta che spingo, Ricky… grazie per avermi sfondato il culo,” ha ringhiato, e io, con la voce spezzata, ho iniziato a gemere: “Grazie… grazie Lorenzo… più forte.” Ogni spinta era un colpo che mi faceva tremare, il suo cazzo mi riempiva fino in fondo, e io sentivo il sudore colarmi lungo la schiena, l’odore di sesso che riempiva la stanza, i suoi grugniti bassi mentre mi scopava senza pietà. Ero piegato sul divano, con le mani che stringevano i cuscini, le gambe che tremavano, e lui mi teneva fermo, dominandomi completamente. “Cazzo, Ricky, sei stretto come una vergine,” ha detto tra un colpo e l’altro, e io non riuscivo a fare altro che gemere, perso in quella sensazione. Quando sono venuto, è stato un’esplosione, un urlo che mi è uscito dal petto mentre il mio corpo si contraeva. Lorenzo ha continuato a spingere, sempre più forte, finché non l’ho sentito venire dentro di me, caldo e abbondante, con un gemito roco. Mi ha sussurrato all’orecchio, ancora ansimando: “Da domani non è più penitenza… è routine.”
Io sono rimasto lì, piegato sul divano, con il fiato corto e il corpo che ancora tremava. Non c’era spazio per pensare a cosa significasse tutto questo. Non in quel momento. Ero solo… soddisfatto, in un modo che non credevo possibile.
