Il cerchio della sottomissione (parte 4)
Non so quanto tempo è passato da quella sera, ma stasera è l’ultima del mese, e nel nostro magazzino significa “cerchio finale”. È una specie di tradizione, un rito che chiude i trenta giorni con una sfida grossa, qualcosa che nessuno dimentica. Di solito ero io a dominare, a mettere qualcuno al centro e fargliela pagare tra risate e prese in giro. Stasera, però, lo so già: il centro è mio. Non c’è bisogno che nessuno lo dica. Lo sento nell’aria, negli sguardi di Jago e Ste mentre preparano il materassino, nel silenzio di Raul che, come sempre, sta appoggiato al muro con quella calma che mi fa venir voglia di spaccare qualcosa. Ma non lo faccio. Non ci provo nemmeno.
L’odore di sudore e birra stantia mi riempie le narici mentre mi tolgo i vestiti. Non c’è pudore qui, non c’è mai stato, ma stasera mi sento diverso. Mi spoglio completamente, senza dire una parola, e resto nudo sotto la luce fredda del neon che sfarfalla. La mia pelle è coperta di tatuaggi, le braccia e il petto segnati da anni di palestra e scontri, ma non mi sento il Re, non più. Jago mi guarda, il telefono già in mano, e scoppia a ridere. “Cazzo, Re, sembri un sacrificio pronto per l’altare. Ti manca solo la mela in bocca,” dice, mentre Ste, con un ghigno, tira fuori delle corde paracord da una borsa. “Sdraiati, campione. Facciamo le cose per bene,” aggiunge, con quella voce secca che mi trafigge.
Non protesto. Mi metto al centro del materassino logoro, il freddo del tessuto che mi pizzica la pelle. Mi sdraio a pancia in giù, il culo in alto, e lascio che Ste mi leghi i polsi e le caviglie. Le corde sono tese, mi tirano in quattro direzioni, le gambe divaricate, il corpo completamente esposto. Ogni movimento è impossibile, ogni muscolo teso, e sento il cuore battermi forte nel petto, un misto di vergogna e qualcosa che non voglio nominare. Ste stringe l’ultimo nodo e mi dà una pacca sul culo, forte, che mi fa sobbalzare. “Ecco, perfetto. Sembri un maiale pronto per la griglia,” dice, e Jago scoppia in un’altra risata, avvicinandosi con la telecamera. “Zoom sul Re, guardate come trema. Non ha più corona, solo buco,” commenta, puntando la luce fredda del telefono proprio su di me.
Non rispondo. Non ci riesco. La mia bocca è secca, la testa un casino di pensieri che non riesco a mettere in fila. Sento i passi di Raul che si avvicinano, lenti, sicuri. Non lo vedo, ma so che è dietro di me. Il fruscio dei suoi pantaloncini che scendono è l’unico rumore oltre al battito del mio cuore che mi rimbomba nelle orecchie. Poi, le sue mani sui miei fianchi, fredde contro la mia pelle sudata, e il calore del suo corpo che si avvicina. Non dice nulla, come sempre. Non ce n’è bisogno. La pressione del suo cazzo contro di me arriva senza preavviso, e io stringo i denti, un gemito strozzato che mi esce dalla gola mentre spinge dentro, lento, controllato, ma profondo. Mi riempie con una calma che mi manda fuori di testa, ogni centimetro che mi brucia e mi fa tremare.
Il ritmo è torturante. Si muove piano, quasi pigro, tirandosi indietro fino a quasi uscire, per poi spingere di nuovo, a fondo, con una forza che mi fa inarcare la schiena nonostante le corde. Ogni spinta è calcolata, come se volesse farmi sentire ogni secondo, ogni sensazione. Il mio corpo si contrae intorno a lui, involontariamente, e io non posso fare niente, non posso muovermi, non posso scappare. Sono bloccato, esposto, e il gruppo intorno a me non risparmia un colpo. Jago tiene la telecamera vicina, la luce che mi acceca. “Cazzo, guarda come si apre, sembra fatto apposta,” dice, ridendo. Ste, seduto su una sedia di plastica poco lontano, beve un sorso di birra e scuote la testa. “Senti come geme piano, sembra una troia addestrata,” aggiunge, con quel tono sadico che mi fa stringere i denti, anche se non riesco a rispondere.
Non parlo. Non ci riesco. Dalla mia gola escono solo suoni, gemiti acuti, passivi, che non riconosco come miei. Il ritmo di Raul cambia, si fa più violento, le spinte più secche, più profonde, che mi scuotono tutto il corpo. Il materassino sotto di me scricchiola, il sudore mi cola lungo la schiena, e l’odore di pelle e fatica mi riempie i polmoni. Vengo la prima volta senza nemmeno rendermene conto, un orgasmo secco, tremante, che mi fa contrarre intorno a lui. Schizzi caldi bagnano il materassino sotto di me, deboli, patetici, e un gemito roco mi sfugge, più forte di prima. Jago scoppia a ridere. “Cazzo, Re, già finito? Non resisti nemmeno cinque minuti,” dice, mentre Ste alza la birra in un brindisi ironico. “Patetico. Guarda come si svuota,” aggiunge.
Raul non rallenta. Anzi, si ferma del tutto per qualche secondo, lasciandomi tremante, il culo che pulsa per il vuoto, il corpo che implora senza che io lo voglia. “Non ancora,” dice, la voce bassa, quasi un sussurro, e poi riprende, più forte di prima, un ritmo che mi fa perdere la testa. Mi scopa con una ferocia che mi svuota, ogni spinta che mi sbatte contro il materassino, le corde che mi segano i polsi e le caviglie. Vengo di nuovo, un’altra ondata che mi brucia dentro, il corpo che si contrae, il respiro spezzato. Non mi tocco, non posso, ma il piacere arriva lo stesso, solo dalla penetrazione, un’umiliazione che mi fa tremare. E poi una terza volta, poco dopo, un orgasmo che mi lascia svuotato, la testa che gira, le gambe che tremano anche se sono legate.
Il tempo sembra non passare. Raul continua, il ritmo che alterna momenti lenti, quasi gentili, a esplosioni di violenza che mi fanno gemere più forte. Sento il suo respiro diventare più pesante, i suoi grugniti bassi che mi arrivano dritti al cervello. Poi lo sento irrigidirsi, un gemito strozzato, e il calore dentro di me, caldo, appiccicoso, che mi riempie. Finisce dentro, una volta, poi rallenta, si ritira appena, ma non esce. Aspetta qualche secondo, il respiro che torna normale, e poi riprende, come se niente fosse. Lo fa altre due volte, finendo dentro di me ogni volta, il suo cazzo che pulsa mentre io non posso fare altro che subire, il corpo che trema, gocciolante, un casino di sudore e fluidi che mi cola lungo le cosce e sul materassino.
Dopo quasi un’ora, si ritira definitivamente. Il vuoto improvviso mi fa gemere, un suono patetico, acuto, che fa ridere Jago di nuovo. “Cazzo, Re, sembri un cane abbandonato che piange per il padrone,” dice, mentre spegne la telecamera e si siede su una sedia, prendendo una birra dal frigo. Raul si tira su i pantaloncini, si allontana di qualche passo e si siede con loro, come se niente fosse. Io resto lì, legato, il culo in alto, il corpo che trema ancora, il respiro affannato. Schizzi e gocce mi colano lungo le gambe, sulla schiena, ovunque, e non posso muovermi, non posso coprirmi. Ste mi guarda, il sorrisetto sadico sempre stampato in faccia. “Il Re è morto, viva la passiva,” dice, alzando la birra. Jago annuisce, brindando con lui. “Cazzo, sì. Benvenuto al nuovo ruolo, Marco,” aggiunge, con una risata che mi brucia dentro.
Non rispondo. Non ho parole. Respiro e basta, il cuore che batte lento, il corpo svuotato. Dopo un po’, mentre il gruppo chiacchiera e beve come se fosse una serata qualunque, Raul si alza e torna verso di me. Si china, scioglie il nodo a uno dei miei polsi, lasciando le altre corde al loro posto. La mia mano cade lungo il fianco, intorpidita, e lui mi accarezza la schiena sudata con un gesto che mi sorprende. “Sei stato bravo,” dice, la voce bassa, quasi gentile. Non aggiunge altro, si alza e torna dagli altri, prendendo un’altra birra.
Resto disteso, il respiro che piano piano torna normale. Non mi muovo, non provo nemmeno a slegarmi del tutto. Il materassino sotto di me è un disastro, bagnato, appiccicoso, e io sono un casino. Ma non provo vergogna, non più. Non provo niente, solo una stanchezza profonda, un senso di appagamento che non riesco a spiegare. Un sorriso stanco mi sfugge, mentre fisso il vuoto davanti a me. Non sono più il Re. Sono solo Marco, e in questo momento, legato in mezzo al cerchio, con il gruppo che ride e beve intorno a me, mi va bene così. Mi piace essere esattamente quello che il cerchio ha fatto di me.
