Vendere la gola
Non so nemmeno come ci sono finito su quel sito. Era una di quelle sere in cui guardi il saldo del conto in banca e ti viene da ridere per non piangere. Ventuno anni, studio all’università, lavoro part-time in un bar che puzza di birra rancida, e comunque non ce la faccio a pagare l’affitto. Ogni mese è una lotta per non finire in strada. Poi, scorrendo tra annunci di lavoretti e stanze in condivisione, ho trovato quello. “400 euro per un’ora. Solo gola profonda. Anonimato garantito con passamontagna. Solo interessati seri.” L’ha scritto un certo Diego, 26 anni. Ho fissato lo schermo per dieci minuti, con il cuore che batteva forte. Sono gay, non è che l’idea mi disgustasse. E poi 400 euro sono due mesi di affitto. Ho risposto.
Ci siamo scritti su un’app di messaggistica. Niente nomi, niente foto. Solo istruzioni. “Vieni domani alle 21. Porta un passamontagna con un buco per la bocca. Non parlare di te, non guardarmi negli occhi. Fai quello che devi e prendi i soldi.” Ho accettato senza pensarci troppo. Sono solo 400 euro, mi sono detto. Solo un’ora.
Il giorno dopo, sotto una pioggia sottile che rendeva le strade della città un riflesso grigio, ho camminato fino al suo indirizzo. Un quartiere normale, palazzi anonimi, qualche negozio con le serrande abbassate. Il passamontagna l’avevo comprato in un negozio di articoli sportivi, uno di quelli da sci, nero, con un’apertura già pronta per la bocca. Me lo sono infilato in tasca, sentendo il tessuto ruvido contro le dita. Ogni passo verso il suo appartamento sembrava più pesante. Non era paura, non esattamente. Era più come un nodo allo stomaco, un misto di adrenalina e vergogna che cercavo di ignorare. Sono solo 400 euro.
Ho suonato al citofono. “Chi è?” ha chiesto una voce maschile, secca e diretta. “Sono io,” ho risposto, tenendo la voce bassa. Un clic, e il portone si è aperto. Terzo piano. L’ascensore era rotto, quindi ho fatto le scale, sentendo il cuore battere nelle orecchie. Quando ho bussato alla porta, si è aperta quasi subito. Diego era lì, alto, spalle larghe, capelli scuri tagliati corti. Indossava una maglietta nera aderente e un paio di jeans. Non mi ha sorriso, non ha detto niente di superfluo. “Entra,” ha detto, spostandosi di lato.
L’appartamento era piccolo, essenziale. Un corridoio stretto, un salotto con un divano di pelle logoro e una cucina che puzzava leggermente di caffè freddo. La luce era fioca, solo una lampada in un angolo. Mi ha fatto cenno di seguirlo in una stanza in fondo. La camera da letto. Un letto singolo con lenzuola grigie, una sedia di legno, e un piccolo specchio sulla parete. Niente di personale, niente foto o oggetti fuori posto. “Mettiti il passamontagna,” ha detto, con un tono che non ammetteva repliche. Mi sono infilato quel coso in testa, sentendo il tessuto pizzicare sulla pelle. Attraverso i fori per gli occhi vedevo a malapena, ma l’apertura per la bocca era perfetta, larga abbastanza. Mi sentivo ridicolo, ma allo stesso tempo protetto. Non poteva vedermi in faccia. Ero solo una bocca per lui.
“Bene,” ha detto, incrociando le braccia e guardandomi dall’alto in basso. “Sai cosa devi fare. Niente chiacchiere, niente stronzate. Ti metti in ginocchio lì,” ha indicato un punto accanto al letto, “e fai quello che ti dico. Chiaro?” Ho annuito, senza parlare. La sua voce era fredda, come se stesse dando istruzioni per montare un mobile. Mi sono inginocchiato sul pavimento duro, sentendo il freddo delle piastrelle attraverso i jeans. Il cuore mi martellava nel petto, ma cercavo di respirare piano. Sono solo 400 euro.
Si è slacciato la cintura con un gesto secco, il metallo che sbatteva contro il cuoio. Poi i jeans, abbassati quel tanto che bastava. Non portava mutande. Il suo cazzo era già mezzo duro, grosso, con una vena che pulsava lungo il lato. Non era circonciso, la pelle del prepuzio era tesa. “Apri la bocca,” ha ordinato. L’ho fatto, sentendo l’aria fresca sul palato. Si è avvicinato, e l’odore mi ha colpito subito: un misto di sudore e sapone, non sgradevole ma forte, reale. Ha appoggiato la punta contro le mie labbra, sfregandola piano. “Non guardarmi, fai solo quello che devi,” ha detto, con un tono che sembrava un ringhio. Ho abbassato lo sguardo, vedendo solo il pavimento e le sue scarpe da ginnastica consumate.
Poi ha spinto. Non con violenza, ma con decisione. La sua carne era calda, salata, e riempiva la bocca in un modo che non mi aspettavo. Ho cercato di rilassarmi, di respirare dal naso, ma il tessuto del passamontagna mi soffocava un po’. “Più in fondo,” ha detto, mettendo una mano sulla mia nuca, sopra il tessuto. Ho provato a prenderlo tutto, ma era troppo. Sentivo la gola contrarsi, un conato che mi saliva dallo stomaco. Ho tossito, sputando saliva che colava sul mento e attraverso il buco del passamontagna. “Cazzo, fai un casino,” ha commentato, con una risata secca. “Pulisciti con la lingua, non voglio vedere questa merda.”
Ho deglutito a fatica, cercando di riprendere fiato. La saliva mi bagnava il collo, appiccicosa. Lui non si è fermato. Ha iniziato a muoversi, spingendo più forte, tenendo la mano ferma sulla mia testa. Ogni affondo era un colpo secco, il suo cazzo che sbatteva contro la mia gola. “Ecco, così, prendilo tutto, stronzo,” ha detto, con la voce che si faceva più rauca. Non era un insulto vero, più un commento, come se stesse parlando da solo. I suoni erano ovunque: il rumore bagnato della mia bocca, i suoi respiri pesanti, il pavimento che scricchiolava sotto le sue scarpe mentre si muoveva. Ogni tanto sentivo il sapore amaro di qualcosa, forse pre-sperma, che mi scivolava sulla lingua.
“Non fare quella faccia schifata, lo stai facendo per soldi,” ha detto, spingendo ancora più in fondo. Un conato più forte mi ha fatto piegare in avanti, e ho vomitato un po’, un liquido acido che mi è uscito dal naso e dalla bocca. Ho cercato di tirarmi indietro, ma la sua mano mi teneva fermo. “Resta lì, cazzo. Pulisci tutto dopo. Non mi fermo per questo.” La sua voce era dura, ma non arrabbiata. Era solo… pratica. Ho chiuso gli occhi sotto il passamontagna, sentendo le lacrime pungermi per lo sforzo. Il suo cazzo continuava a scivolare dentro e fuori, bagnato della mia saliva e di tutto il resto. La gola mi bruciava, i muscoli tesi al limite. Ogni spinta era un rumore sordo, un risucchio umido che riempiva la stanza.
Non so quanto tempo è passato. Cinque minuti? Dieci? Sembrava un’eternità. Alla fine, ha rallentato, con respiri più corti, più veloci. “Ci sono,” ha grugnito, tirandosi fuori di colpo. Ho sentito un getto caldo colpirmi sul passamontagna, proprio sopra la guancia, attraverso il tessuto. Poi un altro, più in basso, vicino al collo. L’odore era forte, pungente, e il calore mi faceva rabbrividire. “Resta fermo,” ha detto, mentre si puliva con la mano e si tirava su i jeans. Non mi ha guardato, non ha detto altro. Si è avvicinato a una scrivania nell’angolo, ha preso una busta e me l’ha lanciata. “Ecco i tuoi soldi. Contali se vuoi.”
Mi sono alzato lentamente, con le ginocchia che tremavano e la gola che sembrava in fiamme. La busta era leggera, ma sentivo le banconote dentro. Non l’ho aperta. Non lì. “Puoi andare,” ha detto, indicando la porta con un cenno. Non c’era traccia di emozione nella sua voce, né soddisfazione né altro. Era come se avessimo appena concluso un affare qualsiasi. Mi sono tolto il passamontagna solo quando ero fuori dalla stanza, infilandolo in tasca con mani ancora umide di saliva. Il corridoio era silenzioso, il rumore del riscaldamento che ronzava era l’unica cosa che sentivo mentre uscivo.
Fuori, la pioggia era aumentata. Mi sono fermato sotto un portico, stringendo la busta in tasca. Quattrocento euro. Sono solo 400 euro, mi sono ripetuto. Ma mentre camminavo verso casa, con il sapore di lui ancora in bocca e il bruciore in gola, non riuscivo a smettere di pensarci. Non era solo per i soldi. Non lo era mai stato.
