Quel weekend da troia sottomessa
Non so nemmeno perché sto scrivendo questa roba, forse per sfogarmi, forse perché non riesco a togliermelo dalla testa. Mi chiamo Sara, ho 28 anni, e due mesi fa ho fatto una cazzata che non dimenticherò mai. Ho conosciuto Luca in una chat, una di quelle dove vai per passare il tempo, ma finisci per parlare di cose che non confesseresti nemmeno alla tua migliore amica. Lui, 37 anni, aveva un modo di scrivere che mi faceva venire i brividi: sicuro, diretto, ma mai volgare all’inizio. Mi ha raccontato che era un imprenditore, che aveva una villa fuori città, che viaggiava spesso. Non so perché, ma gli ho creduto subito. Dopo settimane di messaggi sempre più spinti, mi ha invitata a passare un weekend da lui. “Vieni, ti faccio vedere un altro mondo,” mi ha scritto. Io, stupida, ho detto sì. Non so se era curiosità o solo voglia di qualcosa di diverso dalla mia vita di merda, tra lavoro e serate noiose. Ho preso lo zaino, un biglietto del treno, e sono partita.
Quando sono arrivata, la villa era assurda: enorme, moderna, con vetrate ovunque e un giardino che sembrava un parco. Luca mi ha accolta con un sorriso tranquillo, quasi dolce. Era alto, con i capelli scuri appena mossi, una camicia bianca sbottonata quel tanto che basta. Mi ha offerto un bicchiere di vino, abbiamo chiacchierato del più e del meno, ma sentivo che mi studiava. Ogni tanto mi sfiorava il braccio o la schiena mentre mi faceva vedere la casa, e io già sentivo un nodo allo stomaco. Una parte di me voleva scappare, tornare alla mia vita banale; un’altra voleva vedere dove sarebbe andato a parare. “Sei nervosa, vero?” mi ha chiesto a un certo punto, guardandomi dritto negli occhi. Ho annuito, senza parole. “Non devi avere paura, ma devi fidarti di me. Questo weekend fai quello che dico io. Tutto quello che dico io.” La sua voce era calma, ma aveva un tono che non ammetteva repliche. Ho detto di sì, come una cretina, senza nemmeno pensarci.
La prima sera è iniziata piano. Mi ha detto di sedermi sul divano, mentre lui si è messo dietro di me. Ha iniziato a massaggiarmi le spalle, ma le sue mani erano ferme, decise. “Rilassati, Sara,” mi sussurrava all’orecchio, e io sentivo il suo fiato caldo sul collo. Poi ha iniziato a scendere lungo la schiena, sfiorandomi i fianchi, tornando su fino a sfiorarmi il seno da sopra la maglietta. Io ero già in tensione, il cuore mi batteva forte. Non sapevo se volevo che continuasse o che si fermasse. Mi ha girata verso di lui e mi ha baciata, un bacio profondo, con la lingua che cercava la mia, mentre le sue mani mi stringevano i fianchi. Poi si è fermato di colpo. “Spogliati. Lentamente. Voglio guardarti.” Io, rossa in faccia, ho iniziato a togliermi la maglietta, poi i jeans, restando in mutande e reggiseno. Mi sentivo nuda già così, con i suoi occhi che non si perdevano un dettaglio. “Brava. Ora a quattro zampe, sul pavimento.” Il tono era sempre calmo, ma freddo. Ho esitato un attimo, ma poi ho obbedito. Mi sono sentita umiliata, ma allo stesso tempo eccitata da morire. Ha tirato fuori una corda da un cassetto, mi ha legata i polsi dietro la schiena, stringendo forte ma senza farmi male. “Se vuoi smettere, dillo. Ma non lo vuoi, vero?” Ho scosso la testa, con la gola secca. Mi ha messo una mano tra le gambe, sopra le mutande, sfregando piano. Ero già bagnata fradicia, e lui lo sapeva. “Che troietta che sei,” ha detto con un sorrisetto. Poi mi ha sfilato le mutande, lasciandomi lì, esposta, mentre lui si sedeva di nuovo sul divano e mi guardava.
I preliminari sono durati un’eternità. Mi ha fatto avvicinare, sempre a quattro zampe, e mi ha detto di slacciargli i pantaloni con la bocca. Non ci riuscivo, era imbarazzante, ma lui mi guidava con quella voce da bastardo. Quando finalmente ci sono riuscita, ho visto che era già duro. Mi ha preso per i capelli e mi ha spinto verso di lui. “Succhialo, dai, so che lo vuoi.” Ho aperto la bocca, sentendo il sapore salato, mentre lui mi spingeva la testa in giù, sempre più in fondo, fino a farmi quasi soffocare. Tossivo, ma lui non si fermava. “Brava, così, prendilo tutto.” Mi ha schiaffeggiato piano una guancia, poi mi ha sputato in bocca, e io, invece di incazzarmi, mi sono sentita ancora più eccitata. Dopo un po’ mi ha tirata via, mi ha slegata e mi ha fatta sdraiare sul divano, a pancia in su. Mi ha aperto le gambe, guardandomi lì sotto come un affamato. Ha iniziato a leccarmi, lento, con la lingua che girava intorno al clitoride, facendomi tremare. Ho provato a chiudere le gambe per l’imbarazzo, ma lui me le ha tenute aperte con forza. “Stai ferma, troia, o ti lego di nuovo.” Ho avuto un orgasmo così forte che ho quasi urlato, ma lui non si è fermato, continuava a succhiare fino a farmi male.
Poi è passato al resto. Mi ha girata a pancia in giù, mi ha sollevato il culo e mi ha penetrata senza troppe cerimonie. Sentivo ogni centimetro, il bruciore, il piacere che mi spaccava in due. “Cazzo, sei stretta,” ha ringhiato, dandomi uno schiaffo sul culo che ha lasciato il segno. Spingeva forte, con un ritmo che mi faceva sbattere contro il divano. Io ansimavo, gemendo come una disperata, mentre lui mi insultava, mi diceva che ero la sua puttana. Poi si è fermato, è uscito, e ha preso un lubrificante da un cassetto. Ho capito subito. “Rilassati, o farà male,” mi ha detto, spalmando il gel freddo sul mio culo. Ha iniziato piano, con un dito, poi due, preparandomi. Quando è entrato, ho sentito un dolore acuto, ma lui andava lento, dandomi il tempo di abituarmi. “Brava, prendilo tutto,” mi diceva, mentre io stringevo i denti. Poi il dolore è diventato piacere, e ho iniziato a muovermi con lui, sentendo ogni spinta. Il secondo orgasmo è arrivato così, con lui che mi fotteva il culo e io che non capivo più niente. Alla fine si è tirato fuori, mi ha girata e mi ha fatto succhiare di nuovo, finendo nella mia bocca mentre mi teneva la testa ferma.
Il weekend è andato avanti così, due giorni di giochi assurdi: corde, schiaffi, ordini. Mi usava come voleva, e io, non so perché, lo lasciavo fare, godevo come una pazza. Quando sono tornata a casa, ero distrutta, ma non riuscivo a smettere di pensarci. Una parte di me si vergogna, l’altra vorrebbe rifarlo.
