Racconti Piccanti
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Come sono diventato lo schiavo di mia moglie e il suo amante (parte 3)

Come sono diventato lo schiavo di mia moglie e il suo amante (parte 3)

28 Marzo 2026·5 min di lettura

Cazzo… sto sudando solo a scrivere questa parte. È qui che tutto è cambiato davvero, che la cosa è uscita dal “gioco” ed è diventata la nostra nuova normalità. Quella prima scopata con Marco era stata devastante, ma ancora sembrava quasi un’avventura a tre. Invece, nelle settimane successive, Sara ha iniziato a tirare fuori il peggio di me – o il meglio, dipende da come la vedi – e io non ho più potuto fingere di essere un marito normale.

Passarono solo dieci giorni dalla prima volta. Marco era tornato altre due sere: una per scoparsela sul divano mentre io preparavo la cena in cucina sentendo ogni gemito, l’altra per farmela guardare mentre la prendeva in piedi contro il muro del corridoio, con me seduto per terra a due metri di distanza. Ogni volta Sara mi guardava negli occhi mentre veniva e mi sussurrava «Cornuto… guardami, guardami bene». Io venivo senza toccarmi, solo per la vergogna.

Poi arrivò quella domenica pomeriggio. Sara mi aveva mandato un messaggio mentre ero al supermercato: «Torna a casa. Marco è qui. Vieni in camera subito e spogliati tutto prima di entrare». Il cuore mi esplose nel petto. Comprai lo stesso la spesa come un automa, con le mani che tremavano, il cazzo già mezzo duro nei jeans. Quando entrai in casa sentii le loro voci dalla camera: lei che rideva, lui che diceva qualcosa di basso e cattivo.

Mi spogliai in corridoio, lasciando tutto per terra. Entrai nudo, con il cazzo dritto che puntava verso l’alto come un traditore. Sara era seduta sul bordo del letto, completamente vestita, con le gambe accavallate. Marco era in piedi accanto a lei, già in boxer, e sorrideva con quel ghigno che ormai conoscevo bene.

«Ecco il mio cornutino» disse Sara, dolce come il veleno. «Vieni qui, in ginocchio.»

Mi inginocchiai davanti a lei senza dire una parola. La faccia mi bruciava. Lei mi accarezzò i capelli, poi tirò fuori da sotto il cuscino una cosa che non avevo mai visto: un collare di pelle nera, spesso, con un anello di metallo davanti e la scritta “Proprietà di Marco” incisa in piccolo.

«L’ho comprato apposta per te» mormorò, mentre me lo allacciava al collo. Lo strinse abbastanza da sentirmi addosso, ma non da soffocare. «Da adesso in poi, quando Marco è qui, tu lo indossi. E quando lo indossi, non sei più mio marito. Sei il nostro schiavo. Capito?»

Annuii, la voce bloccata in gola. Marco rise piano e mi diede un colpetto sulla testa come a un cane.

«Bravo. Adesso baciami le scarpe.»

Era la prima volta che mi dava un ordine diretto. Io esitai solo un secondo. Sara mi afferrò per i capelli e mi spinse giù la testa.

«Obbedisci, Luca. O ti mando a dormire sul balcone stasera mentre noi scopiamo.»

Mi abbassai. Le sue scarpe da ginnastica erano lì, sporche di terra. Le baciai la punta della destra, poi della sinistra. Sentii il sapore di polvere. Vergogna totale. Il cazzo mi pulsava così forte che una goccia di liquido preseminale mi colò sulla coscia. Sara se ne accorse e rise.

«Guardalo, Marco… sta colando solo perché gli hai fatto baciare le scarpe. È patetico, vero?»

Marco mi tirò su per il collare, costringendomi a guardarlo negli occhi. Era più alto di me di una decina di centimetri e in quel momento sembrava un gigante.

«Da oggi le regole cambiano, cornuto. Tu non scopi più con tua moglie a meno che non te lo permetto io. Tu guardi. Tu pulisci. E quando te lo ordino, tu servi. Chiaro?»

«Sì…» mormorai.

«Sì, padrone» corresse Sara, stringendomi più forte i capelli.

«Sì… padrone.»

Le parole mi uscirono strozzate, ma il cazzo mi schizzò un altro fiotto di liquido solo a dirle. Marco annuì soddisfatto.

«Bene. Oggi impari la prima lezione vera. Sara, spogliati e mettiti a quattro zampe.»

Lei ubbidì subito, nuda in un attimo, il culo alto verso di noi. Marco si tolse i boxer. Il suo cazzo era già duro, grosso, venoso. Mi guardò.

«Prendilo in mano, schiavo. E guidalo dentro la figa di tua moglie.»

Rimasi congelato. Questo no. Non questo. Sara girò la testa e mi fissò con gli occhi lucidi di eccitazione.

«Fallo, Luca. O giuro che ti lascio guardare dal corridoio senza più toccarti per un mese.»

Le mani mi tremavano. Presi quel cazzo caldo e pesante – era la prima volta che toccavo un altro uomo – e lo avvicinai alla figa di Sara. Lei era già bagnatissima. Lo strofinai un po’ su e giù sulle labbra, sentendo quanto era duro, quanto era più grosso del mio. Poi lo spinsi dentro. Un colpo solo e Marco era fino in fondo. Sara gemette forte, spingendo indietro il culo.

«Così… bravo cornuto… guidalo bene mentre lui mi scopa.»

Marco cominciò a muoversi. Io rimasi lì, in ginocchio, con una mano ancora sul suo cazzo alla base mentre entrava e usciva da mia moglie. Sentivo ogni spinta, ogni contrazione della figa di Sara intorno a lui. Lei urlava di piacere, una mano indietro che mi stringeva il polso, costringendomi a tenere la presa.

«Lo senti? Lo senti come mi riempie? Il tuo cazzo non esiste più per me.»

Marco accelerò. Io ero rosso fino alle orecchie, gli occhi bassi, ma non riuscivo a smettere di guardare. Dopo qualche minuto lui uscì di colpo e mi ordinò:

«Lecca. Pulisci il mio cazzo dai succhi di tua moglie.»

Aprii la bocca senza pensare. Lo presi tra le labbra, sentendo il sapore di Sara mescolato al suo. Lo leccai tutto, dalla cappella fino alle palle, mentre lui mi teneva la testa con una mano e con l’altra accarezzava i capelli di Sara.

«Bravissimo. Adesso torna a quattro zampe anche tu.»

Mi misi accanto a mia moglie, culo per aria, collare al collo. Marco si rimise dietro di lei e ricominciò a scoparla, ma questa volta ogni tanto mi dava uno schiaffetto sul culo o mi tirava il collare.

«Vedi, Luca? Lei viene solo con me. Tu sei qui solo per farci da zerbino.»

Sara venne urlando, il corpo che tremava. Marco la seguì poco dopo, venendo di nuovo dentro di lei. Quando uscì, il seme colava copioso.

«Pulizia» ordinò semplicemente.

Mi tuffai con la faccia tra le gambe di Sara, leccando tutto, ingoiando tutto, mentre lei mi accarezzava la testa e mi sussurrava «Ti amo così, cornuto… ti amo quando sei ridotto a questo».

Quella sera, dopo che Marco se n’era andato, Sara mi fece dormire con il collare ancora addosso. Mi legò le mani dietro la schiena e mi lasciò il cazzo duro tutta la notte senza toccarmi.

«Domani Marco torna. E tu imparerai a dire grazie quando ti umilia.»

Io venni solo sfregandomi contro il materasso, gemendo di vergogna.

E così è cominciato il vero addestramento.

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