“Ehi cornuto, ti piace lo spettacolo?”
Sono legato nudo a questa dannata sedia, le corde che mi mordono i polsi e le caviglie, la pelle che brucia a ogni movimento inutile. Il salotto, il nostro salotto, puzza di sesso, sudore e alcol. Davanti a me, sul divano dove guardiamo i film la sera, mia moglie Laura è a quattro zampe, il corpo lucido di sudore, i capelli appiccicati alla fronte. Sta urlando, un misto di dolore e piacere che mi trafigge il petto. Sopra di lei, quel bestione di Riccardo, il “bull” come lo chiama lei, la sta scopando con una violenza che sembra volerla spezzare. Il suo cazzo, enorme, un mostro di carne venosa, entra ed esce da lei con una forza brutale, dilatandola, facendola tremare. I suoni sono osceni: bagnati, viscidi, un rumore di carne contro carne che riempie la stanza. Ogni spinta è accompagnata da un suo gemito strozzato, un “sììì” che mi fa ribollire di umiliazione e, dannazione, di eccitazione. La mia gabbia di metallo, stretta intorno al cazzo, pulsa dolorosamente, una pressione insostenibile che non può sfogarsi. Sono prigioniero del mio stesso corpo, del mio stesso desiderio malato.
Intorno, i tre amici di Riccardo sono seduti sulle poltrone, birre in mano, le facce arrossate dall’alcol e dall’eccitazione. Ridono, commentano, incitano. Uno di loro, un tizio con la barba incolta che chiamano Max, si sporge in avanti e urla: “Dalle forte, Rick! Spaccale quel culo, guarda come gode la troia!” Gli altri due scoppiano a ridere, uno alza la birra in un brindisi immaginario. “Guarda il cornuto,” dice un altro, un tipo magro con un ghigno cattivo, indicando me con il mento. “Sta sbavando, il poveretto. Che schifo, guarda come gli tira in quella gabbietta di merda!” Le loro risate mi investono come schiaffi, e io non posso fare nulla, solo fissare, sentire, subire.
Laura gira la testa verso di me, i suoi occhi lucidi, la bocca aperta in un sorriso crudele mentre Riccardo continua a pomparla senza sosta. “Vedi, amore?” ansima, la voce spezzata dai colpi. “Questo è un uomo vero. Non come te, patetico coglione. Guardami mentre mi faccio scopare come si deve!” Ogni parola è un coltello, e il peggio è che il mio corpo reagisce, il sangue mi pompa nelle tempie, il cazzo intrappolato che spinge contro il metallo, facendomi male. Riccardo rallenta un attimo, si tira indietro, il suo membro lucido di umori che esce da lei con un suono osceno, un risucchio che mi fa rabbrividire. Si volta verso di me, un ghigno da predatore sul volto sudato. “Ehi, cornuto, ti piace lo spettacolo? Guarda come la tua donna si bagna per me. Non sei niente, solo un verme che guarda. Diglielo, Laura, digli quanto sei mia!”
Lei ride, una risata acuta, quasi isterica, mentre si gira di nuovo verso di me. “Hai sentito, stronzo? Sono sua. Tu non mi tocchi più, non sei degno neanche di leccarmi i piedi dopo che lui ha finito con me!” Le sue parole mi schiacciano, e mentre Riccardo la penetra di nuovo con un grugnito animalesco, spingendo così forte che il divano scricchiola, io sento l’odore, forte, acre, di sesso e sudore che satura l’aria. È un odore che mi soffoca, che mi ricorda quanto sono impotente, quanto sono ridotto a niente.
Ripenso a come è iniziata questa serata, solo poche ore fa. Era una cena tra amici, o almeno così credevo. Laura aveva invitato Riccardo, che conosceva da un po’ di tempo, e i suoi tre compari. Io ero contento, ingenuo, pensando fosse solo una serata rilassante. Abbiamo mangiato, riso, bevuto. Troppo. Il vino e la birra scorrevano a fiumi, le inibizioni cadevano come foglie secche. A un certo punto, Laura si è avvicinata a Riccardo, gli ha messo una mano sulla coscia, ridendo a una sua battuta. Io ho sentito una fitta, ma ho cercato di ignorarla. Poi, davanti a tutti, mi ha guardato con un sorriso che non dimenticherò mai, un sorriso di sfida e disprezzo. “Sai, amore,” ha detto ad alta voce, perché tutti sentissero, “penso sia ora che tu capisca qual è il tuo posto. Non sei abbastanza per me, e stasera lo vedrai con i tuoi occhi.” Gli altri hanno riso, e io sono rimasto paralizzato, il cuore che batteva all’impazzata, mentre lei si alzava e si avvicinava a Riccardo, baciandolo con una passione che non mi aveva mai mostrato.
Torno al presente con un sussulto, perché Riccardo ha appena dato una sculacciata sonora a Laura, il rumore che risuona nella stanza come uno sparo. Lei urla, un grido di piacere che mi fa contorcere. “Ti piace, eh, puttana?” ringhia lui, la voce roca, mentre le tira i capelli, costringendola a inarcare la schiena. “Dillo al tuo uomo, digli quanto ti piace il mio cazzo!” Laura geme, il viso contorto in un’espressione di estasi pura. “Lo amo, lo amo più di ogni cosa! È enorme, mi riempie come tu non potresti mai, schifoso coglione!” Le sue parole sono pugni, e i tre spettatori non perdono l’occasione di infierire. “Ascolta la tua donna, cornuto!” urla uno di loro, un tizio con una cicatrice sul viso. “Non vali un cazzo, neanche per pulirle le scarpe dopo che Rick le ha sborrato sopra!” Le risate sono un coro infernale, e io non posso fare altro che guardare, il respiro corto, la gabbia che mi stringe come una morsa.
Riccardo rallenta di nuovo, si tira fuori con deliberata lentezza, mostrando a tutti quanto sia lucido il suo membro, quanto Laura sia bagnata, aperta, vulnerabile. Si volta verso di me, il petto che si alza e si abbassa, il sudore che gli cola lungo il collo. “Vuoi vedere da vicino, verme? Vuoi sentire l’odore di come scopo tua moglie?” Prima che possa anche solo pensare di rispondere, uno dei suoi amici, Max, si alza, mi afferra per i capelli e mi costringe a guardare ancora più da vicino. L’odore è insostenibile, un misto di sesso, umori e pelle surriscaldata. “Annusa, stronzo,” mi dice, ridendo. “Questo è il profumo di un uomo vero che si prende quello che tu non avrai mai!”
Laura si gira, il corpo ancora tremante, e mi guarda con un’espressione di pura crudeltà. “Sei patetico,” sibila. “Guardami mentre vengo, guardami mentre godo come una troia per lui. Tu non sei niente, solo un giocattolo rotto.” E mentre parla, Riccardo la penetra di nuovo, questa volta con una lentezza agonizzante, ogni centimetro che entra in lei accompagnato da un suo gemito profondo, gutturale. I suoni bagnati sono amplificati, un’orchestra oscena che mi tortura. Il mio corpo traditore reagisce ancora, il cazzo che spinge contro la gabbia, il dolore che si mescola a un desiderio malato, umiliante.
Ripenso al momento in cui mi hanno legato. Dopo quel bacio, Laura ha detto a Riccardo di “mettere in chiaro le cose”. Mi hanno spinto su questa sedia, mi hanno spogliato davanti a tutti, ridendo mentre lo facevano. “Guardate il cornuto,” aveva detto uno di loro mentre mi toglievano i pantaloni, rivelando la gabbia che Laura mi aveva costretto a indossare settimane prima. “Non può neanche toccarsi, povero stronzo!” E mentre mi legavano, Laura si è avvicinata, mi ha sputato in faccia, sussurrando: “Stasera impari qual è il tuo posto. Guardami mentre mi faccio scopare come non hai mai saputo fare.” Quelle parole mi risuonano ancora nella testa, un’eco infinita mentre guardo Riccardo che accelera il ritmo, il divano che cigola sotto i loro corpi, il sudore che gocciola, i gemiti di Laura che diventano urla.
“Sto per venire, troia,” grugnisce Riccardo, afferrandola per i fianchi con una forza che le lascia segni rossi sulla pelle. “Dove lo vuoi?” Lei ride, un suono spezzato, e si volta verso di me. “Dentro, amore, voglio che mi riempia. Voglio che tu veda come mi marchia, come mi fa sua!” Le sue parole sono l’ultimo colpo, e mentre Riccardo si lascia andare con un ruggito, spingendo con una violenza che fa tremare tutto il divano, io sento il mondo crollarmi addosso. I tre amici esplodono in un coro di incitamenti e risate. “Riempila, Rick! Fai vedere a questo stronzo come si fa!” urla uno. “Guarda, cornuto, guarda come la tua donna si prende tutto!” aggiunge un altro.
Quando Riccardo si tira indietro, ansimando, Laura si volta verso di me, il corpo ancora scosso dagli spasmi, un sorriso trionfante sul viso. “Hai visto, amore?” dice, la voce dolce ma tagliente come una lama. “Questo è quello che meriti. Guardare e basta.” E mentre i tre spettatori continuano a ridere, a bere, a insultarmi, io resto lì, legato, nudo, umiliato, con il cazzo che pulsa inutilmente nella gabbia, il cuore che batte di un misto di vergogna e desiderio che non so come spegnere. L’odore del sesso mi soffoca, le loro risate mi schiacciano, e io so che non dimenticherò mai questa notte, questo divano, questa umiliazione che mi ha segnato per sempre.
