Racconti Piccanti
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La confessione che cambiò tutto (parte 4)

La confessione che cambiò tutto (parte 4)

12 Marzo 2026·3 min di lettura

Giovanni guidò in silenzio fino all’hotel. Era un quattro stelle discreto, facciata liberty sbiadita, ingresso illuminato da lanterne di ottone. Parcheggiò nel cortile interno, motore spento, mani ancora sul volante. Katia era seduta al posto del passeggero, avvolta in un lungo soprabito nero che le arrivava quasi alle caviglie. Sotto non si vedeva niente, ma lui sapeva già.

«Scendo» disse lei, senza guardarlo.

Giovanni annuì.

«Ti aspetto qui.»

Katia si voltò, gli prese il mento tra le dita laccate di nero.

«Resta sveglio. Non addormentarti. Potrei scriverti da un momento all’altro. E quando ti scrivo, rispondi subito. Chiaro?»

«Sì.»

Lei sorrise, un sorriso che non arrivava agli occhi.

«Bravo.»

Scese dall’auto. Il soprabito ondeggiò mentre camminava verso l’ingresso. Giovanni la seguì con lo sguardo finché non sparì oltre le porte girevoli.

Pochi secondi dopo vide Fabio.

Era appoggiato al muro accanto all’entrata, sigaretta in bocca, giacca di pelle aperta su una camicia scura. Quando Katia gli arrivò davanti, Fabio buttò la sigaretta, la prese per la vita e la baciò con calma possessiva, una mano che le scivolava sotto il soprabito. Giovanni sentì lo stomaco contrarsi.

Fabio alzò gli occhi, lo vide attraverso il parabrezza. Fece un cenno lento con la testa, un ghigno obliquo che diceva tutto: “Eccoti lì, piccolo”. Poi prese Katia per mano e sparirono dentro.

Giovanni rimase fermo, respirando piano, il cazzo già duro contro i jeans senza che avesse fatto niente.

In camera Fabio chiuse la porta con un calcio. Katia si tolse il soprabito con un gesto teatrale, lasciandolo cadere sul pavimento. Sotto indossava un vestito che sembrava uscito da un incubo fetish: corpetto di pelle nera lucida, stringato davanti con lacci rossi, che le schiacciava i seni fino a farli traboccare, gonna cortissima di pelle con spacchi laterali, calze a rete nere e tacchi a spillo vertiginosi. Il rossetto era quasi nero, gli occhi truccati pesantemente. Sembrava una dea malvagia scesa a punire i mortali.

Fabio fischiò piano.

«Cristo santo. Sembri pronta a divorarmi.»

Katia non rispose con le parole. Si inginocchiò davanti a lui, gli slacciò la cintura con i denti, tirò giù la zip. Quando il cazzo di Fabio saltò fuori – già mezzo duro, grosso, venoso – lei lo prese in bocca con una fame che sembrava isterica. Succhiava avidamente, la lingua che girava intorno alla cappella, poi scendeva lungo l’asta, poi si spostava sui testicoli: li leccava, li succhiava uno alla volta, li annusava profondamente inspirando come se l’odore fosse droga. Mugolava, gemeva contro la pelle, le mani che stringevano le cosce di lui.

Fabio rise, una risata bassa e compiaciuta.

«Porca troia… sei indemoniata stasera.»

La lasciò fare per un paio di minuti, godendosi quella furia selvaggia, poi la prese per i capelli, la tirò su e la buttò sul letto a pecora. Le alzò la gonna di pelle, le strappò le mutandine di pizzo nero con un gesto secco. Katia inarcò la schiena, offrendosi.

Fabio sputò sulla mano, si lubrificò il cazzo e glielo spinse nel culo senza preavviso. Katia gridò – un grido misto di dolore e piacere – ma spinse indietro i fianchi per farlo entrare più a fondo. Lui la prese con foga animalesca: colpi lunghi, violenti, il rumore della carne che sbatteva contro carne, le mani di lui che le stringevano i fianchi lasciando segni rossi.

Dopo qualche minuto Katia allungò una mano verso il comodino, afferrò il telefono.

«Aspetta… ferma un attimo.»

Fabio si fermò, il cazzo ancora piantato fino in fondo nel suo culo, ansimando. Katia girò la testa verso di lui, sorrise con gli occhi lucidi.

«Selfie.»

Si mise in posa: viso di tre quarti verso l’obiettivo, labbra socchiuse, espressione estatica e crudele. Dietro di lei Fabio, con un ghigno da predatore, una mano sul fianco di lei, l’altra che le tirava i capelli all’indietro. Il cazzo spariva ancora dentro di lei. Katia scattò la foto. La guardò un secondo, soddisfatta.

Poi aprì WhatsApp, selezionò il contatto di Giovanni.

Messaggio vocale prima:

«Amore… guarda che bel regalo ti ho fatto.»

Poi allegò la foto.

Testo:

“Vedi com’è profondo? Vicino all’hotel c’è la Pasticceria del Duomo, aperta fino all’1. Portaci un vassoio misto di pasticcini. Quelli con la crema, i bignè, le cannoli siciliane… scegli tu, ma fai in fretta. Arrivi tra 20 minuti al massimo. Bussa tre volte alla 412. Non entrare finché non ti dico io. E non dimenticare di dire “grazie” quando ci vedi.”

Premette invio.

Fabio rise forte, diede una pacca sonora sul culo di Katia.

«Sei diabolica.»

Katia si morse il labbro, contrasse i muscoli intorno al cazzo di lui.

«Riaccendi il motore, stallone. Abbiamo ancora tempo prima che arrivi il cameriere.»

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