Dietro gli alberi
Non avrei mai pensato di trovarmi in una situazione del genere. Non io, Fabio, il marito perfetto, quello che porta a casa lo stipendio, che non si lamenta mai, che dice sempre “va tutto bene, amore”. Eppure eccomi qui, con il cuore che mi martella nel petto, nascosto dietro un albero in un parco pubblico, a spiare mia moglie, Chiara, mentre si fa sbattere da un altro. E non riesco a distogliere lo sguardo.
Tutto è iniziato stamattina. Ero tornato a casa prima del previsto, un problema al lavoro mi aveva fatto uscire in anticipo. Pensavo di farle una sorpresa, magari portarla fuori a pranzo. Ma quando sono entrato, ho trovato la casa vuota. Sul tavolo c’era un biglietto: “Sono al parco con un’amica, torno tra un po’”. Non so perché, ma qualcosa mi ha fatto storcere il naso. Un’amica? Chiara non esce mai così, senza dirmi niente. Ho preso le chiavi e sono andato al parco, quello grande vicino casa nostra, con i sentieri tra gli alberi e le panchine nascoste.
Camminavo piano, guardandomi intorno, finché non l’ho vista. Era lontana, ma era lei, nessun dubbio. I capelli castani legati in una coda, quel vestito leggero che le avevo comprato l’estate scorsa. Non era sola. C’era un uomo con lei, alto, spalle larghe, capelli corti. Ridevano, troppo vicini. Lei gli toccava il braccio, lui le sfiorava la schiena. Il mio stomaco si è stretto, ma non ho detto niente. Mi sono nascosto dietro un albero, a una decina di metri, e ho aspettato.
“Non fare il cretino, Fabio,” mi dicevo, “magari è solo un amico.” Ma poi li ho visti sparire dietro un gruppo di cespugli, in una zona del parco dove nessuno va mai. Li ho seguiti, con il fiato corto, le mani che tremavano. Mi sono accovacciato dietro un altro albero, e allora ho sentito i loro bisbigli.
“Dai, qui non ci vede nessuno,” ha detto lui, con una voce profonda, sicura.
“Sei pazzo, Marco,” ha riso Chiara, ma non sembrava volersi tirare indietro. “E se ci beccano?”
“Ti frega qualcosa? Lo sai che ti piace il rischio.”
Ho stretto i pugni. Il rischio? Di cosa parlavano? Poi ho sentito il rumore di una cerniera che si abbassava, e il mio cuore è quasi scoppiato. Ho spinto un po’ la testa oltre il tronco, giusto per vedere, e li ho trovati. Lui era in piedi, con i pantaloni calati, lei in ginocchio davanti a lui. Non riuscivo a credere ai miei occhi. Chiara, la mia Chiara, con la bocca su un altro. Lo succhiava con una foga che non le avevo mai visto, le labbra strette intorno al suo cazzo, che sembrava enorme anche da lontano. Lui le teneva la testa con una mano, spingendola più a fondo, e lei emetteva piccoli gemiti soffocati.
“Cazzo, sei bravissima,” ha grugnito lui, con la voce rauca. “Lo prendi tutto, eh?”
Chiara non ha risposto, ha solo continuato, muovendo la testa avanti e indietro, con una mano che gli stringeva la base. Io ero paralizzato. Avrei dovuto urlare, correre lì, spaccargli la faccia. Ma non ci riuscivo. Ero inchiodato al terreno, con una sensazione strana che mi montava dentro. Non era solo rabbia. Era… qualcos’altro. Sentivo il sangue pulsarmi nelle tempie, ma anche più in basso. Mi odiavo per questo, ma non potevo negarlo: mi stava eccitando.
Dopo qualche minuto, lui l’ha tirata su, l’ha fatta girare e l’ha spinta contro un albero, con le mani appoggiate al tronco. Le ha alzato il vestito, scoprendo il culo nudo – non aveva nemmeno le mutande, Cristo santo – e le ha dato una sculacciata forte, che ha risuonato nell’aria.
“Ah!” ha esclamato Chiara, ridendo. “Piano, stronzo!”
“Piano un cazzo,” ha ringhiato lui, e senza preavviso le ha sputato sul buco del culo, passando le dita per lubrificarla. Lei si è inarcata, spingendo il bacino verso di lui, come se lo volesse subito. E lui non ha perso tempo. Si è posizionato dietro di lei, con quel cazzo duro, grosso, che sembrava pronto a spaccarla in due. L’ho visto spingere piano all’inizio, la punta che entrava nel suo culo stretto, e Chiara ha emesso un gemito profondo, quasi animalesco.
“Piano, cazzo, sei enorme,” ha detto lei, con la voce spezzata, ma non sembrava davvero volerlo fermare.
“Lo so che ce la fai,” ha risposto lui, e ha spinto di più, entrando dentro di lei con un movimento lento ma deciso. Ho visto il suo corpo tendersi, le gambe tremare, ma poi si è rilassata, lasciandolo scivolare dentro fino in fondo. Lui ha iniziato a muoversi, dapprima piano, poi sempre più forte, con colpi secchi che facevano sobbalzare il corpo di Chiara contro l’albero. Il rumore della carne che sbatteva contro la carne era fortissimo, e i loro gemiti si mescolavano nell’aria, senza ritegno.
“Oh sì, così, dammi tutto,” ansimava lei, con la testa appoggiata al tronco, i capelli scompigliati. “Spaccami, Marco, dai!”
Lui non diceva niente, grugniva solo, con le mani strette sui suoi fianchi, tirandola verso di sé a ogni spinta. Io, dietro il mio albero, sentivo il calore montarmi dentro. La mia mano è scesa da sola, quasi senza che me ne rendessi conto. Ho aperto la cerniera dei pantaloni, tirato fuori il cazzo già duro, e ho iniziato a toccarmi. Non potevo farci niente. Era come se fossi ipnotizzato da quella scena, dal modo in cui lui la possedeva, dal modo in cui lei si abbandonava completamente. Ogni colpo che le dava sembrava riverberarsi dentro di me, e io mi masturbavo al ritmo dei loro movimenti, stringendo forte, con il respiro corto.
Il suo culo si apriva e si chiudeva intorno a lui, e io vedevo ogni dettaglio, anche da lontano: la pelle lucida di sudore, le sue dita che affondavano nella carne di Chiara, il modo in cui lei si mordeva il labbro per non urlare troppo forte. L’odore del sesso sembrava arrivare fino a me, un misto di sudore, saliva e lubrificante naturale. Ogni tanto lui rallentava, usciva quasi del tutto, lasciando intravedere il buco dilatato di Chiara, rosso e lucido, prima di rientrare con una spinta brutale che le strappava un gemito acuto.
“Ti piace, eh? Lo vuoi più forte?” le ha chiesto lui, con un ghigno nella voce, rallentando per un attimo.
“Cazzo sì, non ti fermare,” ha risposto lei, spingendosi indietro contro di lui. “Fammi male, Marco, lo voglio.”
Quelle parole mi hanno colpito come un pugno. Non l’avevo mai sentita parlare così, nemmeno nei nostri momenti più intimi. Con me era sempre stata dolce, controllata. E ora eccola lì, a implorare un altro di farle male, di distruggerla. Ho accelerato il ritmo della mia mano, stringendo di più, sentendo il piacere montare. Non riuscivo a staccare gli occhi da loro. Lui le ha tirato i capelli, facendole inarcare la schiena, e ha iniziato a pomparla con una violenza che sembrava quasi disumana. Ogni spinta era accompagnata da un suono bagnato, viscero, e dal rumore secco della sua pelle contro quella di lei. Chiara gemeva senza sosta, frasi spezzate, incomprensibili, miste a imprecazioni.
“Sì, sì, cazzo, sto per venire,” ha detto a un certo punto, con la voce strozzata. “Non ti fermare, ti prego!”
Lui ha riso, un suono basso, gutturale, e ha accelerato ancora di più, quasi come se volesse farla a pezzi. Ho visto il corpo di Chiara tremare, le gambe cedere leggermente, mentre un urlo soffocato le sfuggiva dalla gola. Stava venendo, e lo faceva in un modo che non avevo mai visto, con tutto il corpo che si contorceva, come se fosse attraversata da scariche elettriche. Lui non si è fermato, ha continuato a scoparla con la stessa forza, prolungando il suo piacere finché lei non ha quasi collassato contro l’albero, ansimando.
“Brava, troia,” le ha detto lui, dandole un’altra sculacciata. “Ora tocca a me.”
Ha tirato fuori il cazzo dal suo culo, lucido e gonfio, e si è masturbato furiosamente per qualche secondo, prima di venirle sulla schiena, con getti densi e bianchi che le colavano lungo la pelle. Lei si è voltata a guardarlo, con un sorriso sfinito ma soddisfatto, e ha passato una mano sul seme, spargendolo con le dita come se fosse un trofeo.
Io, dietro l’albero, non ce la facevo più. La mia mano andava veloce, il piacere mi stringeva lo stomaco, e in pochi secondi sono esploso anch’io, schizzando sulla corteccia davanti a me, con un gemito che non sono riuscito a trattenere. È stato un orgasmo intenso, quasi doloroso, che mi ha fatto tremare le gambe. Ma proprio in quel momento, con il respiro ancora affannoso, ho fatto un passo indietro per asciugarmi, dimenticando che avevo i pantaloni e le mutande abbassati alle caviglie. Sono inciampato, cadendo rumorosamente tra i rami secchi e le foglie.
“Chi c’è lì?” ha urlato Marco, girandosi di scatto. Chiara si è tirata giù il vestito in fretta, guardandosi intorno con gli occhi spalancati.
Io ho cercato di rialzarmi, ma ero un disastro, con i pantaloni ancora calati, le mani appiccicose, il cuore che mi scoppiava nel petto. Non c’era modo di scappare. Mi hanno visto subito.
“Ma che cazzo…” ha detto Marco, avvicinandosi con un’espressione tra il divertito e l’incredulo. “Fabio? Sei tu?”
Chiara è scoppiata a ridere, una risata acuta, quasi isterica. “Oddio, non ci credo! Stavi lì a guardarci? E ti sei pure fatto una sega?”
Mi sono sentito morire. Ho cercato di tirarmi su i pantaloni, ma ero troppo agitato, le mani mi tremavano. “Io… io non…”
“Non fare finta di niente, stronzo,” ha detto Marco, incrociando le braccia. “Ti abbiamo beccato con il cazzo di fuori. Che schifo.”
Chiara si è avvicinata, ancora con quel sorriso crudele sulle labbra. “Ma guardalo, Marco. È patetico. Si è eccitato a vederci. Ti è piaciuto, eh, cornuto?”
Le sue parole mi hanno trafitto, ma non potevo negare la verità. Ero rosso in faccia, umiliato, con i pantaloni ancora mezzi calati. Marco ha scosso la testa, ridendo. “Ma che razza di uomo sei? Invece di venirci a fare il culo, te ne stai lì a toccarti. Sei proprio un coglione.”
“Non dire niente,” ho provato a balbettare, ma la mia voce era debole, spezzata. Chiara mi ha guardato con un’espressione di puro disprezzo misto a divertimento.
“Sai che c’è, Fabio? La prossima volta ti facciamo partecipare, ma solo per pulire dopo. Ti piace l’idea, vero?” Ha riso di nuovo, dandosi una pacca sulla coscia, mentre Marco scuoteva la testa, divertito.
Non ho risposto. Non potevo. Mi sono tirato su i pantaloni con mani tremanti, girandomi per andarmene, con le loro risate che mi risuonavano nelle orecchie. Ogni passo era un peso, ogni loro parola un colpo. Ma mentre camminavo via, con il cuore che ancora batteva forte, una parte di me – una parte che odiavo – non poteva fare a meno di ripensare a ciò che avevo visto, a ogni dettaglio, a ogni suono, a ogni odore. E, maledizione, non riuscivo a togliermelo dalla testa.
