Racconti Piccanti
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Voglio la tua lingua, cazzo

Voglio la tua lingua, cazzo

10 Marzo 2026·6 min di lettura

Sono Valeria, ho cinquant’anni e un matrimonio che è morto da un pezzo. Non me ne frega niente di fare la mogliettina perfetta: mio marito guarda la tele e io lavoro. Sono commercialista, ho uno studio tutto mio, e sono una che non fa sconti a nessuno. Dicono che sono dura, che ho la lingua tagliente, e hanno ragione. Mi piace avere il controllo, sempre. Se sbagli, te lo faccio notare, punto. E Nico, il praticante che ho preso da qualche mese, lo sa bene. Ha venticinque anni, è ordinato da fare schifo, ambizioso, uno che vuole arrivare in alto. Ma c’è qualcosa di strano in lui: più lo tratto male, più mi sta appiccicato. Lo correggo su tutto, gli faccio rifare i bilanci tre volte, gli dico che è un incapace, e lui incassa. Torna sempre, con quella faccia da bravo ragazzo che mi fa venir voglia di schiaffeggiarlo. O di fare altro.

È un giovedì sera, sono le 20:08, e siamo gli ultimi in ufficio. Gli altri sono usciti da un pezzo, c’è solo il ronzio del condizionatore e la luce fredda del computer acceso sulla mia scrivania. L’ho richiamato con una scusa banale, un bilancio da ricontrollare. Lui lo sa che non è per quello, lo vedo da come mi guarda, da come si muove piano quando entra nella stanza. “Nico, qua c’è un casino, vieni a vedere,” gli dico, con il tono di chi sta per sbranarlo. Lui si avvicina, si piega accanto a me per guardare lo schermo. Sento il suo profumo, un misto di sapone e sudore leggero, e mi rendo conto che sto stringendo le cosce sotto la gonna. Non lo sopporto, ma cazzo, lo voglio. Lo voglio perché so che farà quello che gli dico, senza fiatare.

“Guarda qua, hai sbagliato di nuovo i calcoli,” gli dico, indicando una riga a caso. Lui si avvicina ancora di più, il suo braccio sfiora il mio, e io non mi sposto. Lo guardo di traverso, lui abbassa gli occhi, ma non si tira indietro. “Scusa, Valeria, ora sistemo tutto,” mormora, ma la sua voce trema un po’. Sento una scarica nello stomaco. So che potrebbe andarsene, che non è obbligato a stare qua a quest’ora, eppure resta. Resta perché gli piace che lo comando, gli piace sentirsi piccolo. E a me piace averlo sotto. Però cazzo, c’è anche altro: sono anni che non mi sento desiderata, che non ho qualcuno che mi guardi come se fossi l’unica cosa che conta. E lui, con quei suoi occhi da cucciolo, me lo fa sentire.

Gli metto una mano sulla spalla, forte, come per tenerlo fermo. “Aspetta un attimo,” gli dico, e la mia voce è più bassa, più roca. Lui mi guarda, finalmente, dritto negli occhi, e io vedo che ha capito. Non dice niente, ma il suo respiro cambia. Mi alzo dalla sedia, mi metto davanti a lui, ancora seduto. La gonna mi stringe i fianchi, e so che lui sta guardando le mie gambe. “Sai perché ti ho fatto restare, vero?” gli chiedo, diretta. Lui deglutisce, annuisce appena. “Rispondi, cazzo,” gli ordino. “Sì, lo so,” dice, con la voce che gli trema ancora. Mi scappa un sorriso cattivo. “Bene. Allora alzati.”

Si alza, è più alto di me, ma si vede che è incerto, che aspetta me. Gli punto un dito sul petto. “Non fare domande, fai quello che ti dico. Chiaro?” Lui annuisce di nuovo, e io mi appoggio alla scrivania, allargando un po’ le gambe. “Vieni qua,” gli dico, e lui si avvicina, lento. Gli prendo una mano e me la metto sul fianco. La sua pelle è calda, un po’ sudata, e sento il cuore che mi batte forte. “Baciami il collo,” gli ordino, e lui si china subito, le sue labbra mi sfiorano la pelle. È timido, troppo, e io gli stringo i capelli con una mano. “Più forte, cazzo, non sono di vetro.” Lui obbedisce, mi bacia più deciso, e io inclino la testa indietro, sentendo il suo fiato caldo. Mi scappa un gemito, piccolo, ma lo sento anch’io. È da troppo che non provo una cosa del genere.

Gli tiro la testa indietro, lo guardo negli occhi. “Ora scendi,” gli dico, e non serve spiegare altro. Lui si inginocchia davanti a me, senza dire una parola. Mi tiro su la gonna, piano, fino ai fianchi, mostrando le mutande nere di pizzo che non so neanche perché ho messo stamattina. “Toglile,” gli ordino, e lui lo fa, con le mani che gli tremano un po’. Sento l’aria fresca sulla pelle, e poi le sue mani che mi sfiorano le cosce. “Leccami, Nico. E falla bene,” gli dico, con la voce che mi esce dura, ma dentro sto tremando anch’io. Lui si avvicina, lo sento esitare un attimo, poi la sua lingua mi tocca, leggera all’inizio, poi più decisa. Chiudo gli occhi, appoggio le mani sulla scrivania dietro di me, e lascio che mi faccia quello che gli ho chiesto. È lento, attento, ma cazzo, sa quello che fa. Mi mordo un labbro per non gemere troppo forte, ma qualche suono mi scappa lo stesso. “Così, bravo, continua,” gli dico, e lui accelera, mi lecca più forte, più profondo, e io sento che sto per perdere il controllo.

Ma poi succede qualcosa. Lui si tira indietro, si alza in piedi, e mi guarda con un’espressione diversa, più dura. “Adesso basta,” dice, e la sua voce non trema più. Mi spiazza, non me l’aspettavo. “Che cazzo dici?” gli chiedo, ma lui mi prende per i fianchi, mi gira di spalle e mi spinge contro la scrivania. “Ora faccio io,” dice, e io sento la sua mano che mi slaccia la gonna, la fa cadere a terra. Sono nuda dalla vita in giù, e lui mi preme contro, sento la sua erezione attraverso i pantaloni. Dovrei arrabbiarmi, dirgli di smetterla, ma cazzo, mi piace. Mi piace che mi prenda così, che si ribelli. “Fai quello che vuoi, ma falla bene,” gli dico, con la voce spezzata.

Lui si slaccia i pantaloni, li tira giù insieme ai boxer, e io sento il suo cazzo caldo che mi sfiora il culo. “Ti scopo, Valeria,” dice, e non è una domanda. Si china su di me, mi spinge più forte contro la scrivania, e poi entra, lento ma deciso. È grosso, mi riempie, e io gemo forte, senza trattenermi. “Cazzo, sì,” dico, mentre lui inizia a muoversi, prima piano, poi più veloce. Sento il rumore dei nostri corpi che sbattono, il suo respiro affannoso vicino al mio orecchio, l’odore del suo sudore misto al mio. Mi tiene per i fianchi, mi tira verso di sé a ogni spinta, e io mi aggrappo al bordo della scrivania, con le unghie che graffiano il legno. “Più forte, cazzo, non ti fermo,” gli dico, e lui accelera, mi sbatte con una forza che non mi aspettavo. Ogni colpo mi fa tremare, mi fa sentire viva come non succedeva da anni.

Dopo un po’ si ferma, mi fa girare, mi guarda negli occhi. “Inginocchiati,” dice, e il tono è un ordine, non una richiesta. Io lo guardo, sorpresa, ma lo faccio. Mi metto in ginocchio davanti a lui, sul pavimento freddo dell’ufficio, e lo vedo che si tocca, veloce, con la mano. “Apri la bocca,” dice, e io lo faccio, anche se non so bene cosa aspettarmi. Poi viene, con un gemito profondo, e il suo sperma mi colpisce in faccia, tanto, troppo, mi cola sulle guance, sul mento, una parte mi finisce in bocca. Non me l’aspettavo, non così tanto, e per un attimo mi sento umiliata, piccola. Ma cazzo, mi eccita da morire. Mi passo una mano sul viso, lo guardo dal basso, e vedo che lui mi fissa, con il fiato corto, soddisfatto.

Ci alziamo, piano, senza dire niente. Mi pulisco con dei fazzoletti che trovo sulla scrivania, mi rimetto la gonna. Lui si tira su i pantaloni, si sistema la camicia. Non c’è imbarazzo, non c’è bisogno di parlare. “Domani vieni presto, che abbiamo da fare,” gli dico, con la voce di sempre, come se niente fosse successo. Lui annuisce, mi fa un mezzo sorriso. “Ci sarò.” E so che ci sarà, perché gli piace questo gioco tanto quanto piace a me. Esco dall’ufficio per prima, con le gambe che ancora mi tremano un po’, ma con una voglia dentro che non provavo da troppo tempo.

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