Mia moglie mi fa bere piscio
Non so nemmeno da dove cominciare a raccontare questa storia. Sono Marco, ho 44 anni, sposato da dieci con Sara, che ne ha 36. Lei è sempre stata il capo, in tutto. Io sono un tipo tranquillo, remissivo, non mi piace litigare. Lavoro in un ufficio, faccio il mio, non rompo le palle a nessuno. Ma Sara, Cristo, lei è un uragano. Sempre a comandare, a decidere, a spingermi oltre quello che voglio. E io la lascio fare, perché ho paura che se dico di no mi pianta. L’ha già detto un sacco di volte: “Se non fai quello che ti dico, me ne vado, tanto di uomini ce n’è a palate”. E io ci credo. Non voglio perderla, anche se a volte mi fa sentire una merda.
Tutto è iniziato qualche settimana fa. Eravamo a casa, sera tardi, lei era nervosa, non so per cosa. Mi guarda e mi fa: “Marco, sono stufa di ‘sta vita noiosa. Voglio qualcosa di forte, qualcosa che mi faccia sentire viva. E tu vieni con me, o siamo finiti”. Io ho provato a chiedere cosa intendeva, ma lei ha tagliato corto: “Zitto e segui. Domani sera si esce”. Non ho dormito quella notte, avevo un nodo allo stomaco. Sapevo che quando Sara decide qualcosa, non c’è modo di fermarla.
Il giorno dopo, verso le nove di sera, mi dice di vestirmi. Saliamo in macchina, guida lei, non mi dice dove andiamo. Parcheggia davanti a un palazzo di merda, in una zona che non conosco. “Scendi”, mi ordina. Entriamo in un appartamento al terzo piano, puzza di fumo e birra. Dentro ci sono due ragazzi, giovani, africani, grossi come armadi. Lei li saluta con un sorriso che non le vedo mai a casa, uno di quei sorrisi da troia che ti fa capire subito cosa vuole. Io resto indietro, muto, con il cuore che mi batte forte. Sara si volta e mi fa: “Stai lì e guarda, Marco. E non fiatare, capito?”. Io annuisco, ma dentro di me sto tremando. Non voglio vedere, ma non voglio neanche che lei si incazzi e mi lasci.
Si siedono sul divano, lei in mezzo a loro, ride, li tocca sulle braccia, sulle gambe. Io sono in un angolo, vicino alla porta, e sento il sangue che mi ribolle. Vorrei urlare, andarmene, ma ho paura. Uno dei due, un tipo con la barba corta, le mette una mano sulla coscia, sotto la gonna. Lei non si tira indietro, anzi, apre un po’ le gambe. L’altro le bacia il collo, e lei geme piano, guardandomi dritto negli occhi. Mi sta sfidando, lo so. Vuole vedere se reagisco. Ma io sto fermo, con le mani in tasca, sentendomi un coglione.
Dopo un po’, le cose si fanno più pesanti. Sara si toglie la maglia, resta in reggiseno, e loro cominciano a toccarla ovunque. Uno le slaccia il reggiseno, l’altro le tira su la gonna e le infila una mano nelle mutande. Lei ansima, si morde le labbra, e mi guarda ancora. “Ti piace, Marco? Guardare tua moglie che si fa toccare?”. Io non rispondo, ma ho la gola secca. Vorrei scappare, ma i piedi sono incollati al pavimento. Lei si gira, si mette a cavalcioni su uno dei due, e comincia a strusciarsi su di lui mentre l’altro le bacia la schiena e le stringe il culo. Passano minuti, forse un’ora, non lo so. Io sono paralizzato, li vedo che la spogliano del tutto, che le leccano i capezzoli, che le infilano le dita ovunque. Lei gode, geme forte, e ogni tanto mi lancia un’occhiata per vedere se sto ancora lì. E io ci sto, come un idiota.
Poi si spogliano anche loro. Hanno dei corpi da paura, muscolosi, e cazzi che sembrano mazze. Sara li guarda con una fame che non le ho mai visto. Si mette in ginocchio sul divano, con il culo verso uno di loro, e l’altro davanti alla faccia. Comincia a succhiare, mentre l’altro la prende da dietro. I movimenti sono lenti all’inizio, ma poi diventano più veloci, più violenti. Lei è piegata, con le mani appoggiate sullo schienale, la testa che si muove avanti e indietro mentre lo prende in bocca. L’altro le sbatte dentro con forza, tenendola per i fianchi, e il rumore dei loro corpi che sbattono mi rimbomba nelle orecchie. C’è puzza di sudore, di sesso, e i gemiti di Sara sono quasi urla. “Cazzo, sì, più forte!”, grida, e loro ridono, la insultano, la chiamano troia. Lei si volta verso di me e mi fa: “Vedi, Marco? Questo è scopare sul serio”. Io stringo i denti, ma non dico niente.
Dopo un po’, cambiano posizione. Lei si sdraia sulla schiena, con le gambe spalancate, uno le sta sopra e la penetra di nuovo, l’altro le tiene la testa e le spinge il cazzo in bocca. Io vedo tutto, ogni dettaglio: i suoi seni che ballano a ogni spinta, il sudore che le cola sulla fronte, la saliva che le esce dagli angoli della bocca. Sento i loro grugniti, i suoi mugolii, il rumore bagnato di ogni movimento. Uno dei due viene, le schizza sulla pancia, e lei ride, si lecca le dita. L’altro finisce poco dopo, dentro di lei, e quando esce si sente un suono umido, disgustoso. Io sto male, ma resto lì.
Poi arriva il peggio. Sara si alza, nuda, con il fiato corto, e prende il cellulare. “Ora fai il bravo, Marco”, mi dice con un ghigno. Uno dei due ragazzi va in bagno e torna con un bicchiere pieno di piscio, giallo, schifoso. Me lo porge e mi fa: “Bevi, cornuto”. Io guardo Sara, sperando che mi salvi, ma lei sta già registrando con il telefono. “Fallo, o è finita tra noi”, mi minaccia. Io tremo, ho la nausea, ma non ho scelta. Prendo il bicchiere, lo avvicino alla bocca, e bevo un sorso. Sa di acido, di merda, mi viene da vomitare, ma loro ridono e Sara filma tutto. “Bravo, amore mio”, dice sarcastica. Io finisco, con le lacrime agli occhi, e lascio cadere il bicchiere.
Torniamo a casa in silenzio. Io mi sento distrutto, umiliato, ma non dico una parola. Lei, prima di dormire, mi dà un bacio sulla guancia e mi fa: “Sei stato bravo. Magari lo rifacciamo”. Io non rispondo, ma so che non dimenticherò mai questa notte. E so che, pur di non perderla, probabilmente la seguirei ancora.
