Buco da palestra
Non so nemmeno perché ci sono tornato, in quella palestra. La prima volta che ci ho messo piede, qualche settimana fa, mi sono sentito fuori posto fin dal primo istante. L’odore di sudore rancido, i grugniti dei tipi che sollevavano pesi come se fosse una questione di vita o di morte, le occhiate che mi davano, come se fossi un intruso. Eppure, eccomi qui, con la mia borsa sportiva da due soldi sulle spalle, a fissare la porta d’ingresso come se stessi per entrare in un campo minato. Avevo bisogno di cambiare, di fare qualcosa per il mio corpo, per sentirmi meno… meno insignificante. Ma ora che sono di nuovo qui, con il cuore che mi batte forte nel petto, mi chiedo se non stia solo cercando un altro modo per punirmi.
Marco mi aveva notato subito, dalla prima volta. È il personal trainer della palestra, uno di quelli che non puoi ignorare. Alto, muscoloso, con tatuaggi che gli coprono le braccia e uno sguardo che ti trafigge, come se vedesse attraverso di te. Non urla mai, non ne ha bisogno. La sua voce è bassa, calma, ma ha un tono che ti fa sentire piccolo, come se ogni parola fosse un ordine a cui non puoi dire di no. Quando mi ha detto, due giorni fa, di tornare stasera per un “allenamento speciale”, non ho avuto il coraggio di rifiutare. Non so nemmeno perché. Forse perché, sotto sotto, una parte di me voleva sentirsi notata, anche solo per un momento.
Quando entro, la palestra è quasi vuota. È tardi, l’orario in cui rimangono solo i più fanatici o chi, come me, non ha niente di meglio da fare. Marco è lì, vicino agli attrezzi, con una maglietta aderente che mette in mostra ogni muscolo del suo corpo. Mi fa un cenno con la testa, senza sorridere, e mi dice di seguirlo. Non c’è spazio per esitazioni, per domande. Lo seguo, con le gambe che tremano appena, mentre mi guida verso una porta sul fondo della sala, lontano dagli sguardi degli altri. C’è scritto “Privato” sopra, con una vernice sbiadita. Non ci sono mai stato, e mentre lui la apre con una chiave che tira fuori dalla tasca, sento un nodo stringersi nello stomaco.
“Entra,” mi dice, senza guardarmi. La sua voce è piatta, ma c’è qualcosa dentro, un’autorità che non lascia spazio a discussioni. Faccio un passo dentro, e la porta si chiude alle mie spalle con un rumore secco. La stanza è piccola, soffocante. Non ci sono finestre, solo un neon freddo che ronza sopra di noi, gettando una luce biancastra che rende tutto ancora più squallido. C’è un materasso logoro sul pavimento, in un angolo, e un divano sfondato contro il muro. L’odore di chiuso mi prende alla gola, un misto di polvere e qualcosa che non voglio identificare. Mi guardo intorno, confuso, ma prima che possa dire una parola, Marco si volta verso di me.
“Spogliati,” dice, come se fosse la cosa più naturale del mondo. Lo fisso, incredulo, con il cuore che mi martella nel petto. Non può essere serio. Ma il suo sguardo non vacilla, quegli occhi freddi e penetranti che sembrano scavarmi dentro. “Tutto. Ora.”
“Ma… ma perché?” balbetto, con la voce che mi trema. Mi sento già ridicolo, con la mia maglietta larga e i pantaloni da ginnastica che non mi stanno nemmeno bene. Non voglio spogliarmi, non davanti a lui. Il solo pensiero mi fa avvampare le guance, mi fa venir voglia di correre via. Ma non mi muovo. Sono inchiodato lì, con le mani che stringono i manici della borsa come se fossero un’ancora.
“Perché lo dico io,” risponde lui, senza alzare la voce, senza cambiare espressione. “Se vuoi allenarti con me, segui le regole. Oppure puoi andartene. Ma non tornerai più qui, chiaro?” C’è una minaccia velata nelle sue parole, non diretta, ma la sento lo stesso. Non so perché, ma l’idea di non tornare, di essere escluso, mi fa più paura di tutto il resto. Deglutisco a fatica, con la bocca secca, e lascio cadere la borsa a terra.
Le mani mi tremano mentre mi tolgo la maglietta. La piego con cura, anche se non c’è motivo, solo per perdere tempo. Sento i suoi occhi su di me, che mi studiano, e ogni movimento sembra amplificato, ogni rumore troppo forte in questa stanza claustrofobica. Mi slaccio le scarpe, le metto da parte, poi i pantaloni. Quando arrivo ai boxer, esito. Non ce la faccio. Mi copro istintivamente con le mani, anche se sono ancora vestito. “Non… non posso,” mormoro, con la voce così bassa che quasi non si sente.
“Non puoi?” ripete lui, e per la prima volta c’è una sfumatura di scherno nella sua voce. Si avvicina di un passo, e io indietreggio d’istinto, fino a sentire il muro freddo contro la schiena. “Non sei qui per decidere cosa puoi o non puoi fare, Luca. Sei qui per obbedire. Toglili. Subito.”
Non so come, ma lo faccio. Con le mani che tremano così forte che quasi non riesco a coordinarmi, mi sfilo i boxer e li lascio cadere a terra. Sono nudo, completamente nudo, davanti a lui. Mi copro con le mani, piegandomi un po’ su me stesso, come se potessi sparire. La vergogna mi brucia la pelle, mi fa venir voglia di vomitare. Non sono mai stato a mio agio con il mio corpo, con la mia magrezza, con la mia pelle pallida e i pochi peli sparsi. E ora che sono qui, esposto, sotto quella luce crudele, mi sento come un insetto sotto un microscopio.
Marco non dice niente, all’inizio. Mi guarda, con calma, dalla testa ai piedi, e io sento il suo giudizio pesare su di me come un macigno. Poi parla, con quella voce bassa e controllata che mi fa rabbrividire. “Non vali niente, lo sai? Guardati. Non sei niente. Ma possiamo lavorarci sopra. Se fai quello che dico, forse possiamo fare qualcosa di te.”
Le sue parole mi colpiscono come schiaffi. Vorrei rispondergli, dirgli di smetterla, ma non ci riesco. Sono bloccato, con il volto in fiamme e un nodo in gola che non mi fa parlare. E poi succede qualcosa di peggio. Mentre lui continua a parlare, a dirmi quanto sono patetico, quanto poco valgo, sento un calore traditore tra le gambe. Non può essere. Non voglio che succeda. Ma più ci penso, più cerco di ignorarlo, più diventa evidente. Sono eccitato. Contro ogni logica, contro ogni cosa che sento dentro, il mio corpo reagisce alle sue parole, alla sua autorità. E lui lo nota.
“Guarda un po’,” dice, con un sorrisetto appena accennato, ma tagliente come una lama. Indica con un cenno del mento, e io vorrei sprofondare sottoterra. “Ti piace, eh? Ti piace essere trattato come una nullità. Patetico.”
Vorrei negare, gridare che non è vero, ma non ho la forza. Mi copro ancora di più con le mani, ma è inutile. Lui si avvicina, e io mi irrigidisco, con il respiro corto. “Non ti muovere,” ordina, e io obbedisco, anche se ogni fibra del mio essere urla di scappare. Prende qualcosa da una borsa che aveva appoggiato sul divano, qualcosa di piccolo e lucido. Lo guardo meglio e il mio stomaco si contorce. È un plug anale, nero, di silicone, con una base larga. Non ho mai usato una cosa del genere, non ho mai nemmeno pensato di farlo. Ma lui non mi dà il tempo di protestare.
“Questo,” dice, tenendolo davanti a me, “è il primo test. Se vuoi stare qui, se vuoi che mi occupi di te, lo indosserai. Sempre, quando sei con me. È chiaro?” Non aspetto una risposta. Si avvicina ancora di più, e io sento il suo respiro caldo mentre mi dà istruzioni, fredde e precise, su come metterlo. Non voglio farlo, non voglio nemmeno pensarci, ma la sua voce, il suo tono, mi spingono a obbedire. Con mani tremanti, faccio come dice, sotto il suo sguardo implacabile. Il disagio è immediato, un bruciore strano, una sensazione di pienezza che mi fa sentire ancora più vulnerabile. Stringo i denti, con le guance in fiamme, mentre lui osserva ogni mio movimento.
“Bene,” dice infine, con un tono che non è né di approvazione né di disprezzo, ma semplicemente di controllo. “Ora ti alleni. Nudo. Voglio vedere come ti muovi, come tieni la postura. E voglio vedere se riesci a concentrarti, anche con quello dentro di te.”
Non so come, ma lo faccio. Mi fa fare squat, flessioni, esercizi di base, e ogni movimento è un’agonia. Non tanto per lo sforzo, ma per la consapevolezza di essere nudo, di avere quella cosa dentro di me, di essere sotto il suo sguardo. Mi corregge, con mani ferme che mi toccano le spalle, la schiena, le gambe, per aggiustare la mia posizione. Ogni tocco è clinico, distaccato, ma mi fa sobbalzare lo stesso. E poi ci sono i suoi commenti, continui, implacabili. “Sei debole. Guarda come tremi. Non riesci nemmeno a stare dritto. E quella cosa tra le gambe? Non provarci nemmeno a nasconderla. So che ti piace questo.”
Ogni parola è un colpo, e ogni colpo alimenta quella vergognosa eccitazione che non riesco a spegnere. Sono un disastro, con il sudore che mi cola lungo la schiena, il respiro affannoso, e quella sensazione costante, invadente, che mi ricorda cosa sono diventato in questa stanza. Quando finalmente mi dice che abbiamo finito, sono distrutto, ma non fisicamente. È la mia testa che sembra sul punto di esplodere, piena di vergogna, di confusione, di qualcosa che non voglio ammettere.
“Da domani sera,” dice mentre mi rivesto, con gesti veloci e maldestri, “le regole sono queste. Ti spogli subito, appena entri qui. E tieni quello dentro, sempre, finché non te lo dico io. Se non lo fai, se provi a discutere, ti porto fuori, nella sala principale, così com’è, nudo, davanti a tutti. Hai capito?”
Annuisco, con la gola secca, senza riuscire a guardarlo negli occhi. La minaccia mi gela il sangue. Non posso immaginare una cosa del genere, essere visto da tutti, esposto in quel modo. Ma so che lui è serio, che non bluffa. Lo vedo nel suo sguardo, in quel modo calmo e controllato che ha di parlare. È come se avesse fatto cose peggiori, come se questo fosse solo un gioco per lui. Non so niente del suo passato, solo che è un ex militare, e c’è qualcosa in lui, un’ombra, che mi fa paura.
Quando esco dalla palestra, con il plug ancora dentro, nascosto sotto i vestiti, ogni passo è un promemoria di quello che è successo. Mi sento sporco, umiliato, ma c’è anche qualcos’altro, qualcosa di malato che mi brucia dentro. Torno a casa con la testa bassa, evitando gli sguardi della gente per strada, come se potessero vedere attraverso di me, capire cosa ho fatto. Quando finalmente sono nella mia stanza, al sicuro, mi siedo sul letto con il cuore che batte ancora forte. Non so perché, ma mentre ripenso a quella stanza, a Marco, alle sue parole, sento di nuovo quel calore traditore. E, con orrore, mi rendo conto che una parte di me non vede l’ora che arrivi domani sera.
