Racconti Piccanti
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Non ho resistito e l’ho reso mio (parte 2)

Non ho resistito e l’ho reso mio (parte 2)

23 Marzo 2026·5 min di lettura

Quella sera ero uscito con un paio di amici del paese, un giro di birre al bar della piazza e qualche chiacchiera su niente di importante. Il caldo non dava tregua, ma l’alcol mi aveva scaldato ancora di più, facendomi girare la testa quel tanto che basta per non ragionare troppo. Tornando a casa, con le strade deserte e il rumore dei miei passi che rimbombava tra i vicoli, non pensavo ad altro che a Luigi. Ci penso sempre, cazzo, non riesco a togliermelo dalla testa. Quel suo modo di muoversi, di guardarmi senza guardarmi, mi faceva impazzire. Sapevo che dovevo fare qualcosa, non potevo più stare fermo.

Arrivato a casa, tutto era silenzioso. Gli zii dormivano, le luci erano spente. Ho aperto la porta piano, cercando di non fare rumore, con il cuore che mi batteva forte non solo per le birre. Sapevo dove dormiva Luigi, nella stanzetta in fondo al corridoio, quella con il ventilatore che fa un rumore del cazzo ogni volta che gira. Mi sono tolto le scarpe per non farmi sentire e sono andato verso la sua porta. Ho girato la maniglia con una cautela che non mi appartiene, ed ero dentro. La stanza era buia, solo un filo di luce dalla finestra illuminava il letto. Luigi era lì, sdraiato su un fianco, con una maglietta larga e dei pantaloncini. Dormiva, o almeno sembrava.

Mi sono avvicinato, il pavimento scricchiolava sotto i miei piedi ma lui non si è mosso. Mi sono seduto sul bordo del letto, con il fiato corto. Lo guardavo, il suo viso rilassato, le labbra appena socchiuse, e sentivo una voglia che mi stringeva lo stomaco. Ho allungato una mano, piano, e gli ho sfiorato una gamba, appena sopra il ginocchio. La sua pelle era calda, liscia. Lui ha aperto gli occhi di colpo, spalancandoli per la sorpresa. “Massimo… che cazzo fai?” ha sussurrato, con la voce tremante, tirandosi indietro.

“Shh, sta’ zitto,” ho detto, con un tono basso ma fermo, spostandomi più vicino. “Non voglio svegliare nessuno. Stai fermo, non succede niente.” Ma il mio corpo diceva altro, il sangue mi ribolliva e sentivo già il cazzo duro nei pantaloni. Luigi mi guardava, con gli occhi pieni di paura ma anche di qualcosa che non riuscivo a decifrare. “Non dovresti essere qui,” ha mormorato, cercando di spingermi via con le mani, ma senza forza. “Vattene, per favore.”

“Non mi fermo,” ho risposto, bloccandogli i polsi con una mano e spingendolo giù sul materasso. “Lo vuoi anche tu, lo so. Smettila di fare lo stronzo.” Non era vero che lo sapevo, ma volevo crederci. Il suo corpo sotto di me si agitava, cercava di liberarsi, ma io ero più forte, più pesante. Con l’altra mano gli ho tirato giù i pantaloncini, lasciandolo con solo quella maglietta larga. “Massimo, no… per favore, non fare così,” ha detto, con la voce che gli si spezzava. Ma io non ascoltavo più. La voglia era troppo forte, mi bruciava dentro.

Gli ho messo una mano tra le gambe, spingendo un dito verso il suo buco. Era stretto, caldo, e lui si è irrigidito subito, un gemito soffocato gli è uscito dalla bocca. “Sta’ buono,” gli ho sussurrato all’orecchio, con il fiato caldo. “Rilassati, cazzo, non ti faccio male.” Ma non era vero, lo sentivo dal modo in cui si contraeva, dal modo in cui cercava di chiudersi. Ho spinto un altro dito dentro, piano ma deciso, e poi un terzo. Lui ha fatto un verso di dolore, un lamento basso, e ho sentito il suo corpo tremare sotto di me. “Ti prego, basta,” ha detto, con le lacrime che gli rigavano il viso. Vederlo così mi ha fermato per un attimo, ma non abbastanza.

“Non piangere, dai,” ho detto, rallentando i movimenti ma senza togliere la mano. Gli ho messo l’altra sulla bocca, per non farlo gridare. “Lo so che fa male, ma dopo ci prendi gusto. Fidati di me.” Gli parlavo piano, vicino all’orecchio, con un tono che voleva essere rassicurante ma che usciva sporco, carico di desiderio. “Ti piace, vero? Essere usato così, essere il mio buco. Lo vuoi, dimmi che lo vuoi.” Non rispondeva, solo singhiozzi soffocati sotto la mia mano, ma il suo corpo non si ribellava più come prima. Era come se si fosse arreso.

Mi sono tirato fuori il cazzo dai pantaloni, duro da far male, e gliel’ho appoggiato contro. Ho spinto piano, ma deciso, sentendo la resistenza del suo corpo che si apriva a fatica. “Cazzo, sei stretto,” ho grugnito, con la voce roca, mentre entravo dentro di lui. Ogni colpo era lento, secco, e lo sentivo gemere sotto la mia mano, un misto di dolore e qualcosa che non capivo. “Prendilo tutto, dai, fatti inculare come si deve,” gli sussurravo, con parole che mi uscivano senza pensare. “Sei mio, cazzo, lo sento da come ti stringi.” Spingevo sempre più a fondo, il suo corpo si tendeva sotto di me, ma io non mi fermavo. Il calore, la stretta, il rumore del ventilatore che copriva i nostri suoni, tutto mi mandava fuori di testa.

Luigi piangeva piano, lo sentivo dalle lacrime che mi bagnavano la mano, ma non cercava più di spingermi via. “Shh, stai andando bene,” gli ho detto, rallentando un po’, dandogli il tempo di respirare. “Lasciati andare, non combattere. È bello, no? Sentirmi dentro, farmi contento.” Non so se mi ascoltava, ma il suo corpo si stava abituando, lo sentivo meno rigido. Ho continuato a muovermi, colpi lenti ma profondi, godendomi ogni istante, ogni sensazione. Il sudore ci incollava, il suo odore mi riempiva la testa, un misto di pelle e paura.

“Ci sono quasi,” gli ho detto, con il fiato corto, sentendo il piacere montare. “Ti riempio, cazzo, ti faccio mio.” E poi è successo, un’ondata che mi ha travolto, e gli sono venuto dentro, con un grugnito soffocato. Sono rimasto fermo un attimo, ansimando, con il corpo che tremava per lo sforzo. Poi mi sono tirato fuori, piano, sentendo il suo corpo rilassarsi sotto di me. Gli ho tolto la mano dalla bocca, ma lui non ha detto niente, solo respirava forte, con gli occhi chiusi e le guance bagnate.

Non ho detto una parola di più. Mi sono rialzato, sistemandomi i pantaloni, e sono uscito dalla stanza senza guardarmi indietro. Il corridoio era ancora silenzioso, il cuore mi batteva come un tamburo. Sono andato nella mia camera, mi sono buttato sul letto e ho fissato il soffitto. Non sentivo niente, né colpa né rimpianti, solo una stanchezza pesante e una soddisfazione che mi scorreva nelle vene. Ma dentro di me sapevo che non era finita. Ci penso sempre, e ora che l’ho avuto, non so se riuscirò a smettere di volerlo ancora.

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