Racconti Piccanti
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Sfondato in piscina da diego

Sfondato in piscina da diego

11 Marzo 2026·12 min di lettura

La piscina comunale di quartiere era un posto che Giacomo, diciannove anni, frequentava da quando era un moccioso. Non che fosse un gran nuotatore, ma gli piaceva l’acqua, il cloro che pizzicava il naso, e soprattutto gli dava una scusa per starsene lontano da casa, dove sua madre non faceva altro che rompergli le scatole con lo studio e il futuro. Da qualche mese, però, c’era un motivo in più per andare a nuotare: Diego, il nuovo istruttore. Ventotto anni, fisico scolpito da anni di vasche e palestra, capelli neri corti sempre un po’ spettinati, e un sorriso che sembrava dire “so cosa vuoi, e te lo do quando voglio”. Diego era il classico maschio alfa che attirava gli sguardi di tutti, donne e uomini, ma Giacomo aveva notato qualcosa di particolare: ogni tanto, mentre si allenava, sentiva quegli occhi scuri puntati sul suo sedere. E, diciamocelo, Giacomo non era proprio un ingenuo: sapeva di avere un bel culo, tondo e sodo, e non gli dispiaceva sculettare un po’ più del necessario quando passava vicino a Diego. Era un gioco, o almeno così pensava.

Diego, dal canto suo, si era sempre considerato un tipo da donne. Aveva avuto le sue storie, qualche avventura, e non si era mai posto troppe domande. Ma c’era qualcosa in Giacomo che gli faceva ribollire il sangue. Quel ragazzino, con i capelli castani sempre bagnati che gli cadevano sulla fronte, gli occhi grandi e un po’ smarriti, aveva un modo di muoversi che lo mandava fuori di testa. Ogni volta che lo vedeva nello spogliatoio, con quei boxer aderenti che mettevano in risalto le curve del suo sedere, Diego doveva fare uno sforzo per non fissarlo troppo. “È solo un culo, niente di che,” si diceva. Ma la verità era che fantasticava di spaccarglielo in due, di farlo gemere come una puttanella sotto di lui. Era un pensiero che lo disturbava e lo eccitava allo stesso tempo. Lui, etero convinto, con la voglia di dominare un ragazzo? Eppure, non riusciva a toglierselo dalla testa.

Un giovedì pomeriggio, la piscina era quasi deserta. Era uno di quei giorni grigi, con la pioggia che tamburellava sul tetto di lamiera, e quasi nessuno aveva voglia di venire ad allenarsi. Giacomo era arrivato come al solito, con il suo zaino sulle spalle e un’espressione un po’ assonnata. Nello spogliatoio, si era cambiato lentamente, lanciando qualche occhiata a Diego, che stava sistemando degli attrezzi vicino al bordo vasca. Indossava una maglietta aderente che gli segnava i pettorali e i pantaloncini sportivi che non lasciavano molto all’immaginazione. Giacomo si era morso il labbro, sentendo un calore strano allo stomaco. Non capiva bene perché, ma ultimamente pensare a Diego gli faceva venire pensieri che non aveva mai avuto prima. Si era sempre considerato uno che guardava le ragazze, ma quel tipo lì… c’era qualcosa in lui che lo attirava, che lo faceva sentire piccolo e vulnerabile, in un modo che non gli dispiaceva affatto.

Quando entrò in vasca, Diego gli fece un cenno. “Ehi, Giacomo, oggi siamo solo noi. Vuoi fare un allenamento mirato? Ti aiuto con la tecnica.” La voce era calma, ma c’era un tono che sembrava sottintendere altro. Giacomo annuì, un po’ imbarazzato. “Sì, certo. Non sono un granché, lo sai.” Diego rise, una risata profonda che gli fece venire i brividi. “Non ti preoccupare, ci penso io a farti migliorare.”

Durante l’allenamento, Diego era più vicino del solito. Ogni volta che Giacomo sbagliava un movimento, lui gli metteva una mano sulla schiena o sulle cosce per correggerlo. “Devi spingere di più con le gambe, così,” gli diceva, e le sue dita si fermavano un po’ troppo a lungo sulla pelle bagnata. Giacomo sentiva il cuore battere forte, ma non diceva nulla. Anzi, si lasciava guidare, provando una strana eccitazione nel sentirsi toccato da quelle mani grandi e sicure. A un certo punto, mentre era appoggiato al bordo per riprendere fiato, Diego si avvicinò da dietro. “Non ti rilassi mai, eh? Sei sempre teso,” gli disse, posandogli una mano sulla spalla. Giacomo si voltò appena, incrociando il suo sguardo. “Forse ho bisogno di un istruttore più… severo,” rispose, con un sorrisetto che non sapeva nemmeno da dove gli fosse uscito. Diego inarcò un sopracciglio, e per un attimo ci fu silenzio, solo il rumore dell’acqua che sciabordava intorno a loro.

Il momento si spezzò quando Diego gli diede una pacca leggera sul sedere, scherzosa ma decisa. “Allora vediamo di farti sudare un po’ di più.” Giacomo arrossì, ma non protestò. Dentro di sé, sentiva un misto di paura ed eccitazione. Sapeva che quel gioco stava prendendo una piega pericolosa, ma una parte di lui voleva vedere fino a dove poteva arrivare.

Dopo l’allenamento, mentre si asciugavano nello spogliatoio, la tensione era palpabile. Giacomo era seduto su una panchina, con l’asciugamano intorno alla vita, e Diego era in piedi davanti a lui, ancora con i pantaloncini bagnati che gli aderivano alle cosce muscolose. “Sei stato bravo oggi,” disse Diego, incrociando le braccia. “Ma devi imparare a lasciarti andare. Sempre troppo rigido.” Giacomo alzò lo sguardo, un po’ provocatorio. “E tu come fai a lasciarti andare, mister perfetto?” Diego rise di nuovo, ma questa volta si avvicinò di un passo. “Vuoi davvero saperlo?” La sua voce era bassa, quasi un sussurro. Giacomo deglutì, sentendo il cuore in gola. “Forse sì,” rispose, senza distogliere lo sguardo.

Diego si chinò verso di lui, appoggiando una mano sulla panchina accanto alla sua gamba. “Non fare il furbo, ragazzino. Sai cosa stai chiedendo.” Giacomo non rispose, ma il suo respiro si fece più veloce. Sentiva il calore del corpo di Diego così vicino, l’odore di cloro e sudore che gli arrivava alle narici. Poi, senza preavviso, Diego gli sfiorò la guancia con le dita, scendendo lentamente lungo il collo. “Se vuoi giocare, giochiamo. Ma non dire che non ti ho avvertito.” Giacomo sentì un brivido lungo la schiena. Avrebbe dovuto tirarsi indietro, dire qualcosa di stupido per spezzare il momento. Invece, si avvicinò di più, lasciando che le loro labbra quasi si sfiorassero. “Non sono uno che si tira indietro,” mormorò.

Non ci fu bisogno di altre parole. Diego lo afferrò per la nuca e lo baciò con forza, un bacio ruvido, affamato, che non lasciava spazio a dubbi. Giacomo si lasciò andare, ricambiando con una timidezza che si trasformò presto in desiderio. Le mani di Diego scesero lungo la sua schiena, stringendolo contro di sé, mentre Giacomo sentiva il suo cuore martellare nel petto. Quando si staccarono, ansimando, Diego lo guardò con un ghigno. “Lo sapevo che eri una piccola troia. Vuoi che ti faccia vedere come si fa?” Giacomo, con il viso in fiamme, annuì appena. Non sapeva cosa stesse succedendo, ma non voleva che si fermasse.

Diego lo fece alzare e lo spinse contro il muro dello spogliatoio, con una mano ferma sul suo petto. “Girati,” gli ordinò, e Giacomo obbedì senza protestare. Sentì l’asciugamano scivolargli via, lasciandolo nudo, vulnerabile, con il sedere esposto sotto lo sguardo di Diego. “Cazzo, guarda che culo,” mormorò l’istruttore, passando una mano sulle natiche sode, stringendole con forza. Giacomo si morse il labbro, sentendo un misto di imbarazzo e piacere. “Ti piace, eh?” chiese Diego, dandogli uno schiaffo leggero ma deciso. “Sì,” rispose Giacomo, con la voce tremante. “Allora dimmelo. Dimmi che vuoi che ti apro questo culo.” Giacomo esitò, ma poi lo disse, quasi sottovoce: “Voglio che me lo apri.”

Diego non perse tempo. Si inginocchiò dietro di lui, afferrandogli i fianchi per tenerlo fermo. “Rilassati, ragazzino, o ti farà male.” Giacomo sentì il fiato caldo di Diego vicino alla sua pelle, e poi una sensazione nuova, umida, mentre la lingua dell’istruttore iniziava a esplorarlo. Gemette piano, stringendo i pugni contro il muro. Diego non aveva fretta: leccava lentamente, insistendo su ogni punto sensibile, facendolo tremare. “Cazzo, hai un sapore che mi fa impazzire,” grugnì, alzandosi per un momento per baciarlo sul collo. Le sue mani scivolarono davanti, trovando il membro di Giacomo già duro, e iniziarono a massaggiarlo con movimenti lenti ma decisi. “Sei già pronto, eh? Ma non così in fretta. Ti voglio sentire implorare.”

I preliminari sembrarono durare un’eternità. Diego alternava carezze e schiaffi leggeri, mordicchiandogli le spalle mentre le sue dita si insinuavano sempre di più, preparandolo con pazienza. Giacomo si sentiva sopraffatto, il corpo che rispondeva a ogni tocco in un modo che non aveva mai sperimentato. “Ti prego, Diego,” sussurrò alla fine, con la voce spezzata. “Fallo.” Diego rise piano, un suono profondo e soddisfatto. “Bravo, così mi piace.”

Si alzò, abbassandosi i pantaloncini e rivelando il suo membro, duro e grosso, che fece deglutire Giacomo con un misto di paura ed eccitazione. “Tranquillo, ci andiamo piano,” disse Diego, ma il tono era carico di desiderio. Prese un preservativo da una tasca e lo indossò con gesti rapidi, poi si posizionò dietro di lui. Giacomo era ancora contro il muro, le mani appoggiate per sostenersi, le gambe leggermente divaricate. Diego gli afferrò i fianchi, guidandolo a piegarsi un po’ di più, esponendo completamente il suo sedere. “Rilassati,” gli disse di nuovo, mentre iniziava a spingere piano, con la punta che premeva contro di lui. Giacomo trattenne il respiro, sentendo un bruciore iniziale che lo fece irrigidire. “Cazzo, fai piano,” mormorò, e Diego si fermò, accarezzandogli la schiena. “Respira, ci sono io.”

Dopo qualche istante, il dolore iniziò a mescolarsi a una sensazione di pienezza, strana ma intensa. Diego si muoveva lentamente, entrando poco alla volta, dandogli il tempo di abituarsi. “Così, bravo, prendilo tutto,” gli sussurrava, con la voce roca. Quando fu completamente dentro, si fermò un attimo, lasciando che Giacomo si adattasse. “Cazzo, sei stretto da morire,” grugnì, iniziando a muoversi con spinte lente ma profonde. Giacomo gemeva piano, le mani che scivolavano sul muro umido dello spogliatoio. Ogni movimento gli mandava una scarica lungo la schiena, un mix di disagio e piacere che lo faceva sentire completamente in balia di Diego. L’odore di sudore e cloro si mescolava al respiro pesante di entrambi, e il suono dei loro corpi che si scontravano riempiva lo spazio intorno a loro.

Diego accelerò il ritmo, afferrandogli i capelli con una mano per tirargli indietro la testa. “Ti piace, eh, troietta? Lo sapevo che lo volevi,” gli disse, con un ghigno. Giacomo non rispose, troppo preso dalle sensazioni, ma i suoi gemiti erano una risposta sufficiente. Diego lo spinse più forte, il suono della pelle contro la pelle che diventava più rapido, più animalesco. “Dimmi quanto ti piace,” ordinò, e Giacomo, ansimando, riuscì a balbettare: “Cazzo, sì, mi piace… non fermarti.” Diego rise, soddisfatto, e continuò a scoparlo con una forza controllata ma implacabile, assicurandosi che ogni spinta colpisse nel punto giusto.

Dopo un po’, Diego lo fece girare, sollevandolo con facilità e appoggiandolo contro il muro, con le gambe di Giacomo che gli avvolgevano i fianchi. In questa posizione, faccia a faccia, Giacomo poteva vedere l’espressione di puro desiderio negli occhi di Diego. Non c’era più traccia di esitazione, né di quel conflitto interiore che lo aveva tormentato per settimane. C’era solo fame, nuda e brutale.

Giacomo gli afferrò il viso con entrambe le mani, quasi per tenersi aggrappato alla realtà mentre Diego lo inchiodava al muro con spinte sempre più decise. I loro sguardi si incatenarono per qualche secondo lunghissimo: uno smarrito e arrossato, l’altro feroce, quasi trionfante.

«Guardami mentre ti faccio venire,» gli ordinò Diego, la voce bassa e graffiata.

Giacomo annuì senza nemmeno rendersene conto, la bocca socchiusa, il respiro spezzato. Ogni affondo adesso gli strappava un suono che non riconosceva come suo: acuto, implorante, disperato. Il suo sesso, schiacciato tra i loro stomaci sudati, sfregava contro gli addominali duri di Diego a ogni movimento. Era troppo. Troppo pieno, troppo sfregato, troppo esposto.

Diego gli infilò due dita in bocca senza preavviso. «Succhiale,» disse soltanto. Giacomo obbedì, chiudendo le labbra intorno alle dita con una sorta di gratitudine istintiva, mentre sentiva il proprio corpo arrendersi completamente. Diego spinse più a fondo, più veloce, curvando il bacino in modo che la cappella gli massaggiasse senza pietà quel punto dentro di lui che lo faceva vedere bianco.

Non servì molto altro. Giacomo venne con un gemito strozzato, quasi un singhiozzo, schizzando tra i loro corpi mentre le gambe gli tremavano violentemente. Diego non si fermò: continuò a scoparlo attraverso l’orgasmo, prolungandolo, facendolo sobbalzare e contrarre intorno a sé finché Giacomo non riuscì più nemmeno a respirare correttamente.

Solo allora Diego si lasciò andare. Si tirò fuori all’ultimo secondo, strappandosi via il preservativo con un gesto rapido e brutale. Si masturbò due, tre volte con forza, il pugno chiuso intorno al sesso gonfio e lucido, e venne con un grugnito profondo, schizzando sul sedere e sulla parte bassa della schiena di Giacomo. Marchiandolo. Per qualche secondo ci fu solo il rumore della pioggia sul tetto, i loro respiri affannati e il gocciolio lontano di un rubinetto nello spogliatoio.

Diego fu il primo a muoversi. Appoggiò la fronte contro quella di Giacomo, ancora tenendolo sollevato contro il muro. Gli diede un bacio più lento questa volta, quasi pigro, con la lingua che gli sfiorava appena le labbra. «Stai bene?» gli chiese, e per la prima volta nella giornata la voce era morbida, quasi incerta. Giacomo annuì piano, incapace di parlare. Aveva le guance bagnate, non sapeva se di lacrime o di sudore o di entrambe le cose. Si sentiva svuotato, tremante, ma anche… stranamente intero.

Diego lo fece scendere con delicatezza, tenendolo per i fianchi finché non fu sicuro che reggesse in piedi. Poi prese l’asciugamano di Giacomo da terra e glielo passò intorno alle spalle, avvolgendolo come se fosse una coperta. «Doccia,» disse soltanto. «Insieme.» Non era una richiesta.

Sotto l’acqua calda, stretti nello stesso box minuscolo, non parlarono molto. Diego gli lavò la schiena con gesti lenti, quasi reverenziali, passandogli le mani insaponate sulle natiche arrossate, sul collo, tra i capelli. Giacomo si limitò a chiudere gli occhi e lasciarsi fare, appoggiando la fronte al petto di Diego.

Quando uscirono, la piscina era ancora deserta. La pioggia continuava a cadere. Mentre si rivestivano, Diego ruppe il silenzio per primo. «Non so cosa succederà domani,» disse, infilandosi la felpa. «Non so nemmeno cosa sono adesso. Però… non voglio che questa sia l’ultima volta.»

Giacomo alzò lo sguardo, ancora un po’ stordito. «Nemmeno io.» Diego gli prese il mento tra pollice e indice, costringendolo a guardarlo negli occhi. «Allora non fare il furbo e non sparire. Sabato prossimo, stessa ora. E stavolta porta il lubrificante, che non ho intenzione di andare sempre piano.» Giacomo rise, una risata nervosa e incredula. «Sei proprio un bastardo.» Diego sorrise, quel sorriso storto e pericoloso che aveva fatto iniziare tutto. «Lo so. E tu sei proprio una troietta.»

Gli diede un ultimo bacio, breve ma possessivo, poi gli mise una mano dietro la nuca e lo spinse leggermente verso l’uscita. «Vai a casa prima che ti riprenda e ti scopi di nuovo qui sul pavimento.» Giacomo uscì nella pioggia con le gambe molli, il corpo dolorante in posti che non sapeva nemmeno di avere, e un sorriso stupido stampato in faccia. Non si era mai sentito così vivo.

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