La schiava di Luca (parte 3)
La pioggia era tornata a cadere su Milano, un velo grigio che offuscava le luci dei lampioni e rendeva le strade di Gratosoglio ancora più desolate. Rebecca camminava con la testa bassa, l’ombrello dimenticato a casa, lasciando che l’acqua le bagnasse i capelli e le scivolasse lungo il collo. Non le importava. Da quando era uscita dal loft di Luca, una settimana prima, la sua mente era un groviglio di pensieri, un loop incessante di immagini e sensazioni. Il collare di pelle morbida contro la gola, la corda attorno ai polsi, la voce di lui che le ordinava di non venire, e poi quella dolcezza disarmante con cui l’aveva abbracciata dopo. Non riusciva a smettere di pensarci. Ogni sera, mentre cercava di concentrarsi sui libri di letteratura, si ritrovava a fantasticare su di lui, a sfiorarsi distrattamente, anche se una parte di lei si sentiva patetica per quella dipendenza che stava nascendo.
Quando il telefono vibrò nella tasca del cappotto, il cuore le fece un balzo. Era lui. Un messaggio breve, diretto, ma con quella calma autorità che ormai riconosceva. “Stasera, alle 20. Vieni da me. Indossa un abito corto, nero, niente mutandine. Rispondi come ti ho insegnato.” Rebecca fissò lo schermo, il respiro corto. Niente mutandine. L’idea la fece arrossire, ma al tempo stesso un calore le si accese tra le gambe. Digitò la risposta con mani leggermente tremanti: “Sì, Signore.” Premette invio e si morse il labbro, un misto di eccitazione e paura che le stringeva lo stomaco. Sapeva che ogni incontro con Luca la portava più in profondità, in un territorio che non capiva del tutto, ma che la attirava come una calamita.
Alle 19:45 era già davanti al palazzo di Brera, il vento autunnale che le sollevava l’orlo del vestito. Aveva scelto un abito aderente, nero, che le arrivava a metà coscia, e sotto non aveva nulla, proprio come lui aveva chiesto. Ogni passo le ricordava quella nudità, una vulnerabilità che la faceva sentire esposta anche se nessuno poteva saperlo. Salì nell’ascensore di vetro con il cuore che batteva forte, e quando bussò alla porta del loft, Luca aprì quasi subito. Era impeccabile come sempre, una camicia grigia aperta sul collo e un paio di pantaloni scuri, ma nei suoi occhi c’era un’intensità diversa, un’ombra di qualcosa che la fece rabbrividire.
“Rebecca,” disse, la voce bassa, mentre le faceva spazio per entrare. “Sei puntuale. Brava.” Chiuse la porta alle sue spalle e la guardò da capo a piedi, un sorriso appena accennato sulle labbra. “Hai fatto come ti ho chiesto?”
“Sì, Signore,” rispose lei, la voce un po’ incerta. Sentiva il peso del suo sguardo, come se potesse vedere attraverso il tessuto leggero del vestito, e un rossore le salì alle guance.
“Mostramelo,” ordinò, incrociando le braccia. Rebecca esitò un istante, poi sollevò lentamente l’orlo del vestito, rivelando le cosce nude e l’assenza di intimo. Si sentiva umiliata, ma allo stesso tempo eccitata da quel gesto, dal modo in cui gli occhi di Luca si scurirono di desiderio. “Molto bene,” disse lui, avvicinandosi. Le sue dita le sfiorarono il mento, sollevandole il viso per guardarla negli occhi. “Stasera sarà più intenso, Rebecca. Voglio spingerti oltre. Ma se vuoi fermarti, sai cosa dire. ‘Rosso’. Chiaro?”
“Sì, Signore,” mormorò lei, il cuore che le martellava nel petto. Luca annuì, poi si allontanò per prendere qualcosa da un cassetto. Quando tornò, aveva in mano il collare di pelle nera, lo stesso della volta precedente, ma stavolta sembrava portarlo con una solennità diversa. “Inginocchiati,” disse, e lei obbedì senza pensarci, il pavimento freddo sotto le ginocchia. Le sue mani le sfiorarono il collo mentre le fissava il collare, stringendolo appena. “Questo ti ricorderà chi sei, qui dentro. Mia. E stasera non lo toglierai finché non te lo dirò. Capito?”
“Sì, Signore,” rispose, la voce quasi un sussurro. Sentiva la pelle contro la gola, un peso che la ancorava, che la faceva sentire… posseduta, in un modo che non avrebbe saputo spiegare. Luca la fece alzare e la guidò verso il letto, ma prima di sdraiarla le parlò con tono fermo. “Ci sono nuove regole. Se disobbedisci, se rispondi male o esiti, ci sarà una punizione. Niente di estremo, ma lo sentirai. Voglio che tu impari. Sei pronta?”
Rebecca deglutì, un misto di paura ed eccitazione che le scorreva nelle vene. “Sì, Signore,” disse, anche se non era sicura di cosa intendesse. Luca annuì, poi le ordinò di spogliarsi completamente. Lei obbedì, lasciandosi cadere il vestito ai piedi, restando nuda davanti a lui, il collare l’unico ornamento sul suo corpo. Lui la guardò per un lungo momento, poi le disse di inginocchiarsi di nuovo, ma stavolta davanti a lui, vicino al bordo del letto.
“Stasera imparerai a darmi piacere come voglio io,” disse, slacciandosi lentamente i pantaloni. Il suo cazzo era già duro quando lo liberò, e Rebecca lo fissò, un po’ intimidita. “Aprirai la bocca e mi prenderai tutto, fino in fondo. Ti guiderò io. Se ti fermi senza motivo, ci sarà una punizione. Capito?”
“Sì, Signore,” rispose lei, la voce tremante. Non aveva mai fatto una cosa del genere, non davvero, non in quel modo. Ma c’era qualcosa nella sua voce, nella sua calma autorità, che la spingeva a volerlo fare, a volerlo soddisfare. Quando lui le sfiorò le labbra con la punta, lei aprì la bocca, accogliendolo con cautela. Luca le posò una mano sulla nuca, guidandola con fermezza ma senza brutalità. “Respira dal naso, rilassati,” le disse, mentre spingeva più a fondo. Rebecca sentì gli occhi inumidirsi, un riflesso naturale che non poteva controllare, ma lui non si fermò, continuando a muoverle la testa con ritmo lento, profondo. “Brava, così. Guarda quanto sei bella con il mio cazzo in bocca,” mormorò, e quelle parole, così crude eppure così elogiative, la fecero fremere.
Quando finalmente si tirò indietro, lasciandola ansimare, le asciugò una lacrima con il pollice. “Hai fatto bene, per essere la prima volta,” disse, un sorriso caldo sul viso. “Ma ora voglio di più. Sdraiati sul letto, a pancia in su.” Rebecca obbedì, il corpo che tremava leggermente per l’intensità di quello che era appena successo. Luca si inginocchiò tra le sue gambe, le sue mani che le allargavano le cosce. “Sei già così bagnata,” commentò, sfiorandola con le dita. “Solo perché ti ho ordinato cosa fare. Ti piace, vero?”
“Sì, Signore,” gemette lei, mentre lui iniziava a leccarla, la lingua che esplorava ogni piega della sua figa con una lentezza che la faceva impazzire. La portava al limite, poi si fermava, proprio come la volta precedente, ma stavolta sembrava ancora più crudele, più intenzionato a farla implorare. “Ti prego…” sussurrò lei, incapace di trattenersi.
“Ti prego cosa?” chiese lui, alzando lo sguardo, un sorriso pericoloso sulle labbra.
“Ti prego, fammi venire, Signore,” implorò, il corpo teso come una corda. Ma lui scosse la testa.
“Non ancora. C’è altro che voglio prima.” Si alzò, prendendo qualcosa dal comodino – un flacone di lubrificante – e Rebecca sentì una stretta allo stomaco. Sapeva cosa stava per succedere, o almeno lo immaginava, e il pensiero la terrorizzava e la eccitava allo stesso tempo. “Ti prenderò dove non sei mai stata presa,” disse Luca, la voce calma ma carica di promessa. “Andrò piano, ti preparerò. Ma tu devi fidarti di me. Se vuoi fermarti, dillo. Capito?”
“Sì, Signore,” rispose lei, la voce un sussurro. Sentì le sue dita, fredde di lubrificante, sfiorarle il culo, prepararla con una pazienza che la rassicurava. Parlava piano, dicendole di rilassarsi, di respirare, e quando finalmente la penetrò, fu lento, attento, ma comunque intenso. Rebecca strinse le lenzuola, un misto di dolore e piacere che la travolgeva, ma la voce di Luca era lì, a guidarla. “Brava, così. Sei mia, in ogni modo possibile,” le sussurrava, mentre si muoveva dentro di lei, ogni spinta un po’ più profonda. Quando lei iniziò a gemere, a lasciarsi andare, lui le sfiorò il clitoride con le dita, portandola a un orgasmo che la fece tremare, un’esplosione che sembrava non finire mai.
Dopo, Luca si sdraiò accanto a lei, tirandola a sé con un braccio. Le accarezzava i capelli, il collare ancora al suo posto, e le parlava con dolcezza, chiedendole come si sentiva, se stesse bene. Rebecca annuì, ma dentro di sé qualcosa si stava rompendo. Era troppo. Troppo intenso, troppo profondo. Sentiva le lacrime pungerle gli occhi, e quando una le scivolò lungo la guancia, non riuscì a nasconderla. “Ehi, cosa c’è?” chiese lui, preoccupato, asciugandole il viso con una carezza.
“Non lo so… è solo… troppo,” mormorò lei, la voce spezzata. “Mi sento… non lo so, come se fossi nuda in un modo che non ha niente a che fare con i vestiti. Mi fai sentire vista, ma anche… spaventata. Non so se ce la faccio.”
Luca la strinse più forte, baciandole la fronte. “Non devi avere paura. Sono qui con te. Quello che provi è normale. Stai lasciando andare delle difese, e non è facile. Ma non sei sola, Rebecca. Non con me.” Quelle parole la colpirono come un pugno, perché erano esattamente quello che aveva sempre voluto sentire, senza mai osare chiederlo. Pianse piano contro il suo petto, lasciandosi coccolare, il collare che le ricordava la sua resa, ma anche la sua sicurezza.
“Stanotte dormirai qui,” disse lui, dopo un po’. “Nuda, ai miei piedi. Non sul pavimento, ma vicino a me, al bordo del letto. È un simbolo. Sei mia, anche nel sonno. Vuoi farlo?”
“Sì, Signore,” rispose lei, senza esitazione. E mentre si sistemava come lui aveva detto, avvolta solo da una coperta leggera, si rese conto di qualcosa che la terrorizzò più di tutto il resto. Lo amava. Non era solo desiderio, non era solo il bisogno di sentirsi vista. Era amore, un amore che la rendeva vulnerabile, dipendente, disposta a tutto pur di non perderlo. Era caduta, e non sapeva se sarebbe mai riuscita a rialzarsi.
