A lezione di gola profonda nei bagni dell’università
Non avrei mai pensato che la mia vita potesse cambiare per un pompino. Eppure, eccoci qua. Mi chiamo Marco, ho 21 anni, studio lettere al secondo anno e, a quanto pare, sono diventato il distributore automatico di bocchini del campus. Non so se riderci sopra o arrossire fino a sparire, ma è andata così. Tutto è iniziato una settimana fa, nei bagni del terzo piano del dipartimento, quelli che nessuno usa mai perché l’ascensore si ferma al secondo e le scale sembrano un labirinto. È un posto perfetto: piastrelle fredde, specchi appannati, un odore che mescola disinfettante e umidità. Ero lì con un ragazzo di filosofia, uno di quelli che parlano poco ma gemono tanto. Troppo, a quanto pare.
Ero in ginocchio, come al solito, con la bocca spalancata e la sua cappella che mi riempiva il palato. Non era niente di straordinario, un cazzo nella media, ma io ci davo dentro come se fosse il primo della mia vita. Mi piace così: sentire la pressione, il bruciore in gola, il fiato che si spezza. Lui, invece, non si controllava. Gemeva come un attore porno di serie B, con versi che rimbombavano tra le pareti di ceramica. Io cercavo di concentrarmi, di rilassare la gola, ma a un certo punto ho sentito un rumore. Un clic, poi un fruscio. Qualcuno ci aveva sentito, e non solo: ci aveva filmato. Non tutto, per fortuna, ma abbastanza da vedere la mia testa che andava avanti e indietro e lui che si aggrappava al lavandino urlando un “sììì” che sembrava un clacson.
Non ci ho pensato troppo, lì per lì. Ho finito il lavoro, mi sono pulito la bocca con il dorso della mano e sono uscito dal bagno con la testa bassa, sperando che nessuno mi riconoscesse nel corridoio. Ma il giorno dopo è iniziato il caos. Un messaggio su Grindr: “Sei tu il succhiacazzi del terzo piano?”. Poi un altro: “Mi fai un pompino veloce dopo lezione?”. E un terzo, da uno sconosciuto su Snapchat: “Ho visto il video. Ci stai?”. Non so chi abbia fatto girare quelle immagini, ma in poche ore il mio nome – sì, il mio nome vero – era sulla bocca di mezza università. Marco, il ragazzo con la bocca da scopare, il tipo che si lascia usare la gola senza fare storie.
All’inizio ero mortificato. Arrossivo a ogni sguardo in corridoio, temevo che persino i professori avessero sentito qualcosa. Ma poi, non so come, ho iniziato a dire di sì. Forse è stata l’eccitazione di essere cercato, di sapere che qualcuno mi voleva per quello. O forse è solo che non so dire di no quando si tratta di un cazzo da succhiare. Fatto sta che in una settimana ho perso il conto. Tre, quattro ragazzi, a volte di più. Tutti diversi, tutti nei bagni del terzo piano, che ormai sono diventati il mio ufficio non ufficiale.
Ricordo il primo dopo il video. Un tipo di economia, basso, con un cazzo piccolo ma scattante. È entrato, ha abbassato i pantaloni e ha detto: “Vai, fai quello che sai fare”. Non c’è stato tempo per chiacchiere. Mi sono inginocchiato sulle piastrelle gelide, ho aperto la bocca e l’ho preso tutto in un colpo. Era veloce, troppo, è venuto in meno di due minuti, schizzando senza nemmeno avvisarmi. Ho ingoiato, tossendo un po’, con la saliva che mi colava sul mento. Non mi ha nemmeno guardato mentre si tirava su i pantaloni e usciva. È stato deludente, ma c’era qualcosa di eccitante nel sentirmi usato così, come un oggetto.
Poi c’è stato un altro, un ragazzo di giurisprudenza con un cazzo curvo, di quelli che sembrano fatti apposta per arrivarti dritto in gola. Quello sì che mi ha fatto lacrimare. Ogni spinta mi premeva contro l’orofaringe, un bruciore acuto che mi faceva stringere gli occhi. Cercavo di respirare col naso, ma era difficile. Lui spingeva senza parlare, con le mani nei miei capelli, e io mi sentivo una troia totale, una pornostar da quattro soldi che sbava e geme soffocato. Quando è finito, mi ha detto solo “grazie” e se n’è andato. La mia gola bruciava, ma non era abbastanza. Non era quello che volevo davvero.
Un altro ancora, uno di storia dell’arte, mi ha sorpreso. Era grosso, non lungo ma spesso, e non aveva idea di cosa stesse facendo. Spingeva a caso, senza ritmo, e io tossivo ogni due secondi, con le lacrime che mi rigavano il viso. La saliva mi colava sul petto, macchiandomi la maglietta, e a un certo punto ho dovuto tirarmi indietro per non soffocare sul serio. Lui si è scusato, imbarazzato, e io ho riso, pulendomi la bocca. “Tranquillo, ci vuole pratica,” gli ho detto, anche se dentro di me pensavo: “Non sei tu quello che sto cercando”.
Perché sì, è questo il problema. Tutti questi incontri, tutte queste bocche piene, ma nessuno mi dà quello che voglio davvero. Io non voglio solo succhiare, voglio essere sfondato in gola, voglio sentire un cazzo che mi riempie fino a non respirare più, che mi fa lacrimare e sbavare come un disperato. Voglio qualcuno che mi usi, ma che lo faccia con controllo, che mi spinga al limite senza spezzarmi. E finora, nessuno di questi ragazzi ci è arrivato vicino.
Ero quasi rassegnato a continuare così, a essere il distributore di pompini del campus, quando ieri sera è arrivato un messaggio diverso. Non su Grindr, non su Snap, ma un numero sconosciuto su WhatsApp. Solo poche parole, scritte con una calma che mi ha fatto tremare: “Ho sentito parlare di te. Bagno terzo piano, 16:45. Non fare tardi.” Nessun nome, nessun dettaglio, solo un ordine. Ho fissato lo schermo per minuti interi, con il cuore che batteva più veloce del normale. Chi era? Cosa voleva? E perché quel tono mi faceva già sentire la gola che bruciava d’aspettativa?
Non so cosa mi aspetti, ma so che ci andrò. Domani, alle 16:45, sarò in quel bagno, con le piastrelle fredde sotto le ginocchia e l’odore di disinfettante che mi pizzica il naso. Non so chi mi troverò davanti, ma qualcosa mi dice che non sarà come gli altri. Forse è solo una speranza, forse è solo la mia fissazione che mi fa vedere cose che non ci sono. Ma una parte di me, quella che trema ogni volta che penso a un cazzo che mi soffoca dolcemente, sa che potrebbe essere diverso. E io non vedo l’ora di scoprirlo.
