Racconti Piccanti
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La puttana del poeta

La puttana del poeta

08 Aprile 2026·6 min di lettura

Mi chiamo Debora, ho ventisei anni e servo birre e sorrisi in un locale del centro dove ogni sera va in scena qualcosa: musica, teatro, parole che si schiantano sul pubblico come onde.

Quel venerdì era la serata di poetry slam. L’aria era carica di fumo di sigaretta e di tensione creativa. Io correvo tra i tavoli con il vassoio in equilibrio, il grembiulino nero che mi stringeva i fianchi, la camicetta bianca un po’ sbottonata per il caldo delle luci.

Fu allora che lo vidi.

Daniele. O, come lo ribattezzai dentro di me fin dal primo sguardo, il Poeta.

Trentacinque anni, forse qualcuno di più. Capelli mossi, castani con riflessi ramati, che gli cadevano sugli occhi verdi come alghe in un mare profondo. Fisico snello, nervoso, pieno di tatuaggi che risalivano dalle mani fino al collo. Non era muscoloso in modo ostentato: era tonico, elegante, pericoloso nella sua quieta intensità.

Quando gli portai da bere – il capo aveva offerto un giro gratis a tutti i poeti in gara – lui alzò lo sguardo e non lo abbassò più. Mi fissò. Non sorrise. Mi studiò, come se stesse già componendo versi sulla mia pelle.

Per tutta la serata i suoi occhi mi seguirono. Ogni volta che mi giravo sentivo il suo sguardo sulla nuca, sulla curva del seno, sul culo fasciato dalla gonna corta. Alla fine della gara, mentre il pubblico applaudiva, lo vidi uscire insieme a due ragazze. Una rideva, l’altra gli teneva già una mano sulla schiena. Sparirono nella notte e io rimasi lì, con un calore strano tra le gambe e un fastidio che non volevo ammettere.

La sera dopo, sabato, tornò.

Questa volta non era sul palco. Era un cliente come gli altri, seduto al bancone, con un bicchiere di whisky davanti. Jeans scuri, camicia nera aperta sul petto, un tatuaggio di versi che gli scendeva sulla clavicola.

Non mi mollò un secondo.

Flirtava con calma, con quella voce bassa e un po’ roca che sembrava fatta apposta per sussurrare poesie oscene. Io avevo poco tempo – il locale era pieno – ma lui aspettava paziente, sorseggiando lentamente, gli occhi sempre su di me.

«A che ora finisci?» mi chiese a un certo punto, inclinando la testa.

«Alle due» risposi, senza pensarci troppo.

«Ti aspetto fuori.»

Non era una domanda.

Alle due e dieci uscii dal retro. Lui era lì, appoggiato al muro, una sigaretta tra le dita. Mi sorrise appena, un sorriso lento, pericoloso.

Facemmo un pezzo di strada insieme, parlando poco. Poi, senza chiedere, mi portò verso il parco vicino. Ci sedemmo su una panchina di legno, nascosta tra gli alberi. Era notte fonda. Solo il rumore lontano delle macchine che passavano ogni tanto sulla strada dietro di noi.

Si avvicinò.

La sua mano mi scivolò sotto la gonna senza fretta. Le dita trovarono il bordo delle mutandine, lo scostarono con delicatezza e si insinuarono tra le labbra già umide. Iniziò a sditalinarmi lentamente, con movimenti circolari sul clitoride, mentre con l’altra mano mi afferrava piano i capelli.

Accostò la bocca al mio orecchio e cominciò a recitarmi una poesia. La voce era bassa, calda, ipnotica. Versi che parlavano di corpi che si arrendono, di carne che diventa parola, di desiderio che brucia lento.

Sentivo il suo respiro caldo mentre mi leccava e mordeva piano il lobo, facendomi rabbrividire. Le sue dita entravano e uscivano dal mio sesso con una lentezza esasperante, raccogliendo la mia eccitazione e spalmandola ovunque. Ero bagnata come non ricordavo di essere mai stata.

Poi mi prese per mano e mi portò a casa sua.

Appena la porta si chiuse alle nostre spalle, mi spinse contro il muro e mi spogliò con una calma quasi religiosa. Ogni bottone, ogni cerniera, ogni strato di tessuto che cadeva era accompagnato da baci lenti, profondi, sulla bocca, sul collo, tra i seni. Quando rimasi completamente nuda, lui fece un passo indietro e mi guardò.

«Bellissima» mormorò.

Prese due nastri di seta rossa dal cassetto. Mi legò i polsi dietro la schiena, stretti ma non dolorosi. Il cuore mi batteva fortissimo.

«Non… non me la sento» sussurrai, la voce incerta.

Lui mi sfiorò la guancia con le nocche.

«Lasciati andare, Debora. Se vuoi che mi fermi, di’ solo “rosso”. Una parola e tutto finisce. Fidati di me.»

La sua voce era decisa, convincente, quasi gentile. Eppure c’era qualcosa di oscuro e irresistibile nei suoi occhi verdi.

Mi fece inginocchiare sul pavimento del salotto. Si spogliò davanti a me, lentamente, mentre parlava con quel tono da filosofo eretico:

«Per un uomo la vista è tutto, sai? Guardare una donna bella in ginocchio, legata, che lo desidera nonostante la paura… è già metà del piacere. Il resto viene dopo.»

Il suo cazzo era già duro, grosso, venato. Si inginocchiò dietro di me. Sentii il suo petto contro la mia schiena, la bocca che mi leccava il collo, i denti che mi graffiavano piano la pelle. Il suo membro duro si appoggiò tra le mie natiche, caldo, pesante, e cominciò a sfregarsi dolcemente su e giù, senza entrare, solo stuzzicando.

Poi mi infilò due dita in bocca.

«Succhiale» ordinò piano.

Obbedii, bagnandogliele con la saliva mentre lui continuava a strusciare il cazzo tra le mie natiche. Quando furono abbastanza bagnate, spostò una mano davanti, sul mio clitoride gonfio, e l’altra dietro, sul mio buco del culo. Iniziò a masturbarmi entrambe le entrate contemporaneamente, con movimenti lenti e profondi, premendo, girando, esplorando.

Non avevo mai provato niente di simile. Mi bagnai in modo imbarazzante, il mio sesso che gocciolava sulle sue dita, il respiro spezzato.

Si avvicinò al mio orecchio e sussurrò, con voce roca:

«Vuoi essere la puttana di un poeta?»

Rimasi in silenzio, timida, riluttante, il viso in fiamme.

Lui aumentò il ritmo. Le dita si muovevano più veloci, più profonde. Gemetti forte, senza riuscire a trattenermi.

«Rispondi, Debora. Vuoi essere la puttana di un poeta?»

Lo ripeté ancora. E ancora. Ogni volta più intenso, finché il piacere non mi travolse come un’onda.

«Sì…» esplosi alla fine, la voce rotta dal piacere. «Sì… voglio essere la puttana di un poeta.»

Appena lo dissi, lui mi spinse in avanti. Faccia a terra, culo in alto, polsi ancora legati dietro la schiena. Sentii la punta del suo cazzo premere contro il mio buco del culo, bagnato della mia stessa eccitazione. Spinse piano, ma deciso. Faceva male, un male bruciante, intenso. Strinsi i denti, gemetti, ma non dissi “rosso”.

Mentre mi inculava lentamente, sempre più a fondo, le sue dita continuavano a solleticarmi il clitoride, entrando e uscendo dalla figa fradicia. Venni. Una, due, tre volte. Ogni orgasmo più forte del precedente, finché non tremavo tutta, il viso premuto sul pavimento freddo.

Solo allora si tirò fuori. Mi afferrò per i capelli, mi alzò la testa e mi piantò il cazzo ancora caldo e bagnato del mio culo direttamente in bocca. Venne con un gemito basso, lungo, riempiendomi la gola con fiotti densi e caldi.

Ingoiai tutto. Senza pensarci. Senza il disgusto che avevo sempre provato prima. In quel momento volevo tutto di lui. Anche la sua sborra. La volevo dentro di me.

Quando finì, mi slegò con calma. Mi baciò a lungo, dolcemente, come se non mi avesse appena posseduta in quel modo brutale e bellissimo. Mi accompagnò nel letto, si accese una sigaretta e mi attirò contro di sé. Io mi accucciai sul suo petto, annusando il suo odore di sudore, fumo e sesso, e mi addormentai così, esausta e stranamente in pace.

Non sapevo ancora che quella era solo l’inizio.

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