Racconti Piccanti
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Lo stagista leccapiedi (parte 5)

Lo stagista leccapiedi (parte 5)

18 Marzo 2026·5 min di lettura

Paolo non aveva chiuso occhio. Dopo quella riunione infernale, il video di Matteo gli ronzava in testa come un martello pneumatico. Venticinque anni, una laurea in legge, e ora eccolo lì, il leccapiedi dello studio, umiliato davanti a tutti. Che razza di vita, eh? Il povero cristo si rigirava nel letto, con l’odore dei piedi di Rebecca ancora incastrato nei ricordi e il cazzo che, nonostante tutto, si rifiutava di stare al suo posto. La vergogna lo bruciava vivo, ma una parte malata di lui non vedeva l’ora di tornare in quell’ufficio. Patetico fino al midollo.

La mattina dopo, allo studio, l’aria era pesante come piombo. Cristina non lo guardava nemmeno, schivandolo nei corridoi come se fosse un appestato. Matteo, invece, gli lanciava occhiate da bullo, con quel ghigno da “ti ho in pugno, zerbino”. Paolo teneva la testa bassa, gli occhiali storti, i capelli un disastro, mentre si rifugiava dietro la sua scrivania. Ma non c’era scampo. Il telefono di Matteo aveva fatto il giro, e qualche risatina soffocata già circolava tra i colleghi. Lui lo sapeva, lo sentiva. E quando la convocazione di Rebecca arrivò, un messaggio secco – “Nel mio ufficio. Ora.” – il cuore gli schizzò in gola.

Entrò con le gambe molli, chiudendo la porta dietro di sé. L’ufficio di Rebecca era un santuario di potere, con la scrivania lucida che sembrava un altare e le tende abbassate che davano un’aria di intimità perversa. Lei era lì, seduta sulla sua poltrona come una regina, tailleur grigio perla, tacchi vertiginosi, capelli raccolti in uno chignon che urlava controllo. Le unghie rosso sangue tamburellavano sul legno, e i suoi occhi lo trapassarono come lame. “Chiudi a chiave, zerbino,” sussurrò, con quella voce di seta e veleno che lo faceva tremare. Paolo obbedì, il click della serratura un suono che sigillava il suo destino.

“Hai osato guardarla, vero?” iniziò lei, accavallando le gambe con una lentezza che era pura tortura. La décolleté dondolò per un istante, poi cadde a terra con un tonfo secco. Il piede nudo, con la pelle liscia e lo smalto che brillava come un segnale di pericolo, si posò sul bordo della scrivania. Un leggero odore di sudore caldo, dopo ore di lavoro, colpì Paolo come una droga. Lui deglutì a vuoto, già rosso in faccia, il sangue che gli scendeva tutto sotto la cintura. “Cristina,” continuò Rebecca, con un sorriso che gela il sangue. “Hai osato pensare a un’altra mentre sei mio. Cattivo, cattivo zerbino.”

“Io… non ho…” balbettò lui, ma lei lo zittì con un gesto della mano. “Spogliati. Tutto. Ora.” Il tono non ammetteva repliche. Paolo, tremante, si tolse la giacca, la camicia, i pantaloni, fino a restare nudo davanti a lei, con l’erezione patetica che non riusciva a nascondere. Rebecca rise piano, un suono basso e crudele. “Guarda che disastro sei. Ma sei il mio disastro.” Si alzò, prese due cravatte dalla scrivania – le sue, quelle che lui aveva indossato in passato – e lo avvicinò a una sedia. “Siediti.” Lo legò con mani esperte, i polsi dietro la schiena, le caviglie alle gambe della sedia. Lui non oppose resistenza, il cuore che gli martellava nel petto, il cazzo duro come marmo.

Poi, dal cassetto, tirò fuori qualcosa che fece sgranare gli occhi a Paolo. Un collare da cane, nero, lucido, con una piccola placca che recitava “Proprietà di R.”. Glielo infilò al collo, stringendo appena, e il clic della chiusura fu come un marchio a fuoco. “Così, zerbino,” sussurrò, chinandosi al suo orecchio. “Ora sai di chi sei.” Paolo sentì le guance bruciargli, ma non poté fare a meno di gemere piano, umiliato e eccitato insieme. Che povero cristo, eh? Venticinque anni e già ridotto a un giocattolo.

Rebecca tornò alla scrivania, si sedette sul bordo e allungò i piedi nudi sulle cosce legate di lui. La pelle era calda, leggermente umida, l’odore forte di sudore e collant che gli mandava il cervello in tilt. “Lecca,” ordinò, spingendo la pianta contro la sua bocca. Paolo tirò fuori la lingua, tremante, e il sapore salato lo colpì come una scossa. Leccò con dedizione, scivolando sulla pianta morbida, tra le dita, succhiando l’alluce con una fame disperata. Rebecca gemette piano, un suono che era puro potere, mentre con una mano si toccava sotto la gonna, gli occhi socchiusi. “Bravo, zerbino. Fammi venire solo con quella lingua da cane.”

Lui continuò, la lingua che scivolava su ogni centimetro, il sapore forte che gli riempiva la bocca. Lei si mosse più veloce con la mano, il respiro che si spezzava, finché non venne con un gemito soffocato, schizzandogli in faccia senza ritegno. Paolo chiuse gli occhi, umiliato, ma il cazzo gli pulsava dolorosamente, sfiorato appena dai piedi di lei. Rebecca rise, asciugandosi con un fazzoletto come se nulla fosse. “Patetico. Ma non ho finito con te.” Spostò il piede, premendolo contro la sua erezione, strofinando la pianta con una lentezza sadica. “Non toccarti. Vieni così, come il cane che sei.”

Bastarono pochi movimenti, la pressione del piede caldo e umido, e Paolo esplose, gemendo come un disperato, il corpo che si contorceva nelle legature. Lei lo guardò dall’alto, con quel sorriso che era pura crudeltà. “Bravo ragazzo,” sussurrò, tirando indietro il piede, lasciandolo lì, legato, nudo, coperto di vergogna. Si chinò vicino a lui, il collare che gli stringeva il collo, e gli parlò all’orecchio. “Tu sei mio, Paolo. Il mio leccapiedi personale. Non provarci mai più con un’altra. Chiaro?” Lui, con le lacrime agli occhi, un misto di umiliazione e piacere che gli spezzava la voce, annuì. “Sì, padrona,” mormorò, la testa china.

Rebecca si alzò, rimettendosi le scarpe con una calma glaciale. “Ora resta lì un po’. Pensaci bene a chi appartieni.” Lo lasciò legato, uscendo dall’ufficio con il ticchettio dei tacchi che riecheggiava nel silenzio. Paolo, solo, nudo, con il collare che gli pesava come un macigno, fissava il pavimento. Era finito, completamente. Non c’era più spazio per ribellarsi, per Cristina, per nient’altro. Era suo, punto e basta. E mentre il silenzio lo avvolgeva, una parte di lui, quella più malata, si sentiva… a casa.

Che dire, eh? Povero Paolo, venticinque anni e già con un collare al collo, pronto a strisciare sotto la scrivania di una che potrebbe schiacciarlo con un calcio. E vissero infelici e contenti, o almeno lui, lì sotto, con la lingua sempre pronta. Fine della storia, ma chissà, magari un giorno troverà il coraggio di alzarsi. O magari no. Con uno come lui, meglio non farci troppo la bocca.

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