Racconti Piccanti
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La puttana del poeta (parte 5)

La puttana del poeta (parte 5)

08 Aprile 2026·5 min di lettura

Il messaggio arrivò il giovedì sera, breve e definitivo:

«Venerdì alle 18 ti passo a prendere. Prepara una piccola borsa con solo lo stretto necessario: spazzolino, trucchi, un cambio di biancheria per domenica sera. Nient’altro. Questo weekend sarai completamente mia. E non sarai solo mia.»

Non chiese. Non spiegò. Il mio stomaco si contrasse per l’ansia e l’eccitazione. Passai la notte a toccarmi pensando alle sue parole, venendo due volte mentre sussurravo «sì, sono tua».

Venerdì alle 18 ero pronta. Abito semplice ma elegante, tacchi, niente intimo. Daniele arrivò puntuale, mi aprì la portiera, mi baciò la mano e mi disse che ero incantevole. Durante il viaggio verso la casa al lago (una villa isolata che apparteneva a uno dei suoi amici) mi parlò di letteratura, mi tenne la mano, fu il perfetto gentiluomo.

Arrivammo che era già buio. La villa era lussuosa, luci calde, grande salone con vetrate sul lago. Ad aspettarci c’erano due uomini: Alessandro, 38 anni, alto, barba curata, fisico atletico e sguardo freddo; e Luca, 42 anni, più robusto, tatuaggi sulle braccia, voce profonda e sorriso ironico. Entrambi amici di vecchia data di Daniele.

I tre mi accolsero con galanteria: baci sulla guancia, complimenti sinceri, un bicchiere di vino rosso versato con cura. Cenammo insieme come persone civili. Daniele sedeva accanto a me, mi accarezzava il ginocchio sotto il tavolo, mi baciava la tempia ogni tanto. Sembravamo una coppia normale in vacanza con amici.

Poi, finito il caffè, il tono cambiò.

Daniele si alzò, mi prese per mano e mi condusse al centro del salone. Con voce calma, quasi poetica, disse davanti agli altri due:

«Questa weekend Debora sarà la nostra puttana devota. Potete usarla come volete, quando volete, ma con eleganza. Niente violenza gratuita. Voglio che si senta umiliata, non distrutta. E lei… lei farà tutto ciò che le chiederò, perché sa che questo è il modo in cui mi ama di più.»

Mi guardò negli occhi, dolcissimo.

«Vero, piccola?»

Annuii, la voce rotta: «Sì…».

Mi spogliarono lentamente, tutti e tre insieme, con gesti quasi cerimoniali. Rimasi nuda in mezzo al salone, solo i tacchi alti. Mi misero un collare di pelle nera con la scritta incisa “Puttana del Poeta” e una catena lunga.

Il weekend cominciò così.

Venerdì notte Mi legarono a una grande poltrona, gambe spalancate sui braccioli, polsi legati dietro lo schienale. Alessandro mi scopò la bocca con calma mentre Luca mi leccava e mi penetrava con le dita. Daniele sedeva di fronte, sigaretta in mano, e recitava versi osceni che aveva scritto su di me:

«Guardatela… la mia bella cameriera che ora geme per tre cazzi. Quanto sei caduta in basso, amore mio. E quanto ti piace.»

Venni due volte solo con le loro dita e lingue, mentre Daniele mi guardava con quel sorriso tenero e crudele. Poi mi presero a turno: prima Luca nel culo, poi Alessandro nella figa, mentre Daniele mi teneva la testa e mi faceva succhiare il suo cazzo. Finirono tutti e tre dentro di me o sulla mia faccia. Ingoiai, leccai, mi feci riempire. Alla fine Daniele mi prese in braccio, mi lavò con cura nella grande doccia, mi baciò dolcemente e mi fece dormire stretta contro di lui, come se fossi la sua principessa.

Sabato mattina Mi svegliarono con il cazzo di Alessandro già tra le labbra. Mi usarono per tutta la mattina come una bambola: mi facevano camminare a quattro zampe con il plug nel culo, mi facevano servire il caffè nuda, mi facevano leccare i loro cazzi mentre loro parlavano di lavoro e di poesia. Daniele era il più elegante: mi chiamava “mia cara”, mi accarezzava i capelli, ma poi mi ordinava di aprire il culo per Luca mentre lui mi teneva il viso tra le mani e mi sussurrava:

«Dimmi che ami essere la nostra troia di lusso. Dimmi che non vuoi più essere nient’altro.»

Io lo ripetevo piangendo di piacere e vergogna: «Amo essere la vostra troia… non voglio più essere nient’altro».

Sabato pomeriggio Mi portarono fuori, sul terrazzo privato che dava sul lago. Mi legarono alla ringhiera, piegata in avanti, culo esposto verso il lago. Uno alla volta mi scoparono da dietro mentre gli altri due mi tenevano e mi facevano guardare il panorama. Daniele mi sussurrava all’orecchio, la voce calda:

«Immagina se qualcuno passasse in barca e ti vedesse così… la mia dolce Debora che si fa inculare da tre uomini come una puttana da quattro soldi. Ti eccita, vero? Ti eccita sapere quanto sei caduta.»

Venni urlando, il corpo che tremava, mentre Luca mi riempiva il culo e Alessandro mi sborrava sui seni.

Sabato sera La cena fu servita con me sotto il tavolo. Dovevo succhiare a turno i loro cazzi mentre loro mangiavano e chiacchieravano. Ogni volta che uno veniva, dovevo ingoiare e ringraziare. Daniele mi accarezzava la testa come si fa con un cane fedele e mi diceva:

«Brava la mia ossessionata. Stai diventando perfetta.»

Domenica Il culmine. Mi legarono sul grande letto a X, completamente esposta. Per ore mi usarono senza sosta: doppia penetrazione, bocca, mani, tutto. Mi facevano venire finché non piangevo, poi ricominciavano. Daniele dirigeva tutto con eleganza, a volte partecipando, a volte solo guardando, recitando poesie sulla mia degradazione.

Alla fine, quando ero esausta, sudata, piena di sborra dentro e fuori, mi slegarono. Gli altri due se ne andarono dopo avermi baciato la fronte e avermi ringraziato con galanteria.

Rimasti soli, Daniele mi prese in braccio, mi portò nella vasca idromassaggio, mi lavò con infinita tenerezza, mi massaggiò i muscoli doloranti, mi baciò ogni segno rosso sul corpo.

Mi strinse contro il suo petto nudo, accese una sigaretta e mi sussurrò:

«Hai visto quanto sei capace di amare, Debora? Hai visto quanto sei disposta a scendere per me? Questo è il vero amore, secondo me. Arrendersi completamente.»

Io piangevo piano, il viso premuto sul suo collo.

«Ti amo» sussurrai, e per la prima volta lo dissi davvero. Non era solo eccitazione. Era ossessione pura. Ero terrorizzata da me stessa, ma non volevo più fermarmi.

Lui sorrise, mi baciò i capelli.

«Lo so, piccola. E io amo vederti così. La mia puttana perfetta. La mia musa spezzata e ricostruita.»

Tornammo a casa domenica sera. Mi accompagnò fino alla porta, mi baciò come un fidanzato premuroso e mi disse:

«Riposati. Ti scrivo io quando voglio di nuovo la mia Debora.»

Rimasi sola nel mio appartamento, il corpo dolorante, la mente piena di immagini di me che mi facevo usare da tre uomini per due giorni interi. Mi toccai di nuovo, venendo con il suo nome sulle labbra, sapendo che stavo perdendo pezzi di me stessa ogni volta che tornavo da lui.

E la cosa peggiore era che non vedevo l’ora che mi richiamasse.

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