Paolo scopre il suo kink
Paolo spense il monitor del portatile con un gesto secco, come se quel clic potesse cancellare anche il pensiero che gli girava in testa da tre giorni. L’annuncio era ancora lì, salvato tra i segnalibri in una cartella anonima chiamata “Documenti di lavoro”:
CASTING MASCHILE – FILM PER ADULTI – CERCHIAMO TIPI NORMALI, NON MODELLI Indirizzo: Via dei Mulini 17, zona industriale est Orario: dalle 14:00 alle 19:00, presentarsi senza appuntamento Età 20-35, corporatura qualunque, nessuna esperienza richiesta Compenso: 300-800€ a seconda del ruolo
Non c’era scritto altro. Nessuna foto di ragazze, nessun accenno a scene specifiche. Solo quella frase sibillina: “tipi normali, non modelli”. Era perfetto. Troppo perfetto.
Paolo aveva 27 anni, capelli castani un po’ troppo lunghi sulle orecchie, occhiali rettangolari che lo facevano sembrare più giovane di quanto fosse, spalle strette da chi passa dodici ore al giorno seduto a scrivere codice. Non era brutto, ma non era nemmeno attraente in modo evidente. Era… normale. E proprio quella normalità lo tormentava da anni.
Da quando aveva memoria, infatti, si eccitava con le cose sbagliate.
Non le classiche fantasie da porno mainstream: dominare, scopare ragazze urlanti, essere adorato. No. Lui sognava di essere guardato mentre era piccolo, inadeguato, ridicolo. Sognava qualcuno che gli dicesse quanto fosse patetico, con un tono tra il divertito e il disprezzante. Sognava di arrossire fino alle orecchie mentre qualcuno rideva di lui. E più ci pensava, più si sentiva sporco… e più si eccitava.
Non ne aveva mai parlato con nessuno. Nemmeno con le due ragazze con cui era stato a letto in vita sua. Si era sempre limitato a scopare in modo meccanico, educato, silenzioso. Veniva quasi subito e poi chiedeva scusa. Loro sorridevano, dicevano “tranquillo”, e lui si odiava ancora di più.
Quell’annuncio sembrava un’occasione per sfiorare il bordo di quel precipizio senza caderci dentro del tutto. Sarebbe andato, si sarebbe spogliato davanti a sconosciuti, forse gli avrebbero detto “grazie, arrivederci” dopo trenta secondi e lui sarebbe tornato a casa con l’erezione più dolorosa della sua vita, si sarebbe masturbato tre volte di fila pensando a quanto era stato umiliante essere scartato. Era il piano perfetto.
Alle 13:50 di quel giovedì di metà marzo parcheggiò la sua Golf grigia metallizzata davanti a un capannone anonimo con la saracinesca alzata a metà. C’era scritto solo “Studio Fotografico – Privato” su un cartello di plastica scolorito. Nessun logo, nessuna insegna luminosa. Perfetto anche questo.
Entrò.
L’aria odorava di caffè bruciato e di un vago sentore chimico, forse solvente per stampe. Un ragazzo sui 28-30 anni, capelli neri corti, fisico asciutto ma definito, felpa nera attillata e jeans strappati sulle ginocchia, alzò lo sguardo dal telefono.
«Sei qui per il casting?»
Paolo annuì, la gola improvvisamente secca.
«Nome?»
«Paolo… Paolo Riva.»
Il ragazzo scrisse qualcosa su un tablet senza alzare troppo gli occhi.
«Sei l’ultimo. Gli altri sono già dentro. Siediti lì, ti chiamo io quando tocca a te.»
Indicò una fila di sedie di plastica nera addossate al muro. C’erano già cinque ragazzi seduti: uno tatuato con la cresta, uno con la barba curata e l’aria da personal trainer, due che sembravano usciti da una palestra CrossFit, e uno più magro con i capelli rasati che continuava a muovere nervosamente la gamba. Nessuno parlava. Ognuno fissava il vuoto davanti a sé o il telefono.
Paolo si sedette all’estremità della fila, le mani intrecciate in grembo per nascondere il tremito. Sentiva già il cuore battergli nelle orecchie. Era eccitato. Era terrorizzato. Era esattamente dove voleva essere.
Passarono due ore e mezza.
Uno alla volta i ragazzi venivano chiamati. Nessuno tornava indietro subito: entravano, la porta si chiudeva, si sentivano voci basse, qualche risata, poi silenzio. Dopo venti-trenta minuti la porta si riapriva e il ragazzo usciva con l’aria di chi non sa bene cosa sia appena successo. Il tatuato con la cresta uscì per ultimo prima di Paolo, con un sorrisetto compiaciuto e il pollice alzato verso gli altri come a dire “fatto”.
«Paolo Riva» chiamò il ragazzo con la felpa nera.
Paolo si alzò. Le gambe gli tremavano.
Entrò in una stanza più grande, illuminata da due softbox e un ring light centrale. C’era un divanetto di pelle nera, una sedia da ufficio, un tavolo con un computer e una telecamera su treppiede spenta. Al centro della stanza, in piedi con le braccia conserte, c’era un uomo di circa 45 anni: alto, spalle larghe, maglietta attillata che mostrava pettorali gonfi da palestra anni ’90, capelli corti brizzolati, un tatuaggio tribale che spuntava dal collo. Sembrava il classico “regista di film per adulti” da barzelletta. Accanto a lui, seduto su una sedia girevole, c’era il ragazzo della felpa: l’assistente, evidentemente.
«Paolo, giusto?» disse l’uomo grande con un sorriso largo. «Io sono Marco. Lui è Alex. Siediti pure.»
Paolo si sedette sul divanetto. Le mani sudate.
Marco si appoggiò al tavolo e incrociò le braccia.
«Allora, hai mai fatto qualcosa del genere?»
«No… mai.»
«Tranquillo, non devi recitare Shakespeare. Però devi spogliarti. Alex, dagli una mano se serve.»
Alex si alzò senza dire una parola, prese un piccolo sgabello e lo mise davanti a Paolo.
«Togliti tutto» disse con tono neutro, come se stesse chiedendo di passare il sale. «Scarpe, calzini, pantaloni, maglietta, mutande. Tutto.»
Paolo sentì una scarica elettrica percorrergli la spina dorsale. Era arrivato il momento. Si tolse gli occhiali e li posò sul divanetto. Poi le scarpe. I calzini. Si alzò in piedi, slacciò la cintura, abbassò i jeans. Rimase in boxer neri e maglietta grigia.
Alex lo guardava senza espressione.
«Anche quelli.»
Paolo infilò i pollici nell’elastico e abbassò i boxer. Il pene, già semi-eretto per l’adrenalina, sobbalzò libero. Non era grosso. Non era piccolo. Era… medio. Ma in quel momento, sotto quelle luci bianche e quegli sguardi, gli sembrava minuscolo.
Si tolse anche la maglietta. Era completamente nudo.
Marco fischiò piano, divertito.
«Bravo, senza esitare troppo. Hai un bel colorito da nerd, eh?»
Paolo arrossì fino alle orecchie.
Alex invece si avvicinò di un passo, lo squadrò da capo a piedi senza pudore, poi guardò il suo sesso ormai completamente duro.
«Ti sei eccitato solo a spogliarti?» chiese, con un misto di curiosità e sarcasmo.
Paolo abbassò lo sguardo. Non riusciva a parlare.
«Rispondi» insistette Alex.
«Sì…»
«Perché? Non ci sono donne qui. Non devi scopare nessuno. Non devi nemmeno toccarti. Perché ce l’hai duro?»
Paolo deglutì. Sentiva il viso in fiamme.
«Mi… mi eccitano le situazioni così. Essere… guardato. Essere giudicato. Sentirmi… inadeguato.»
Silenzio.
Marco scoppiò a ridere, una risata grassa e genuina.
«Oh cazzo, Alex, abbiamo trovato il nostro maschietto da umiliazione!»
Alex non rise. Lo fissava con attenzione, come se stesse valutando un pezzo di carne al supermercato.
«Interessante» mormorò. Poi si voltò verso Marco. «Non lo buttiamo nel casting normale. Non reggerebbe cinque minuti con le ragazze. Però… potrebbe andare bene per l’altro progetto.»
Marco alzò un sopracciglio.
«Quello con la telecamera fissa e il voice-over?»
«Esatto. Facciamo una prova qui, ora. Se regge, lo teniamo in lista.»
Paolo li ascoltava come se parlassero di un’altra persona.
Alex tornò a guardarlo.
«Vieni.»
Lo prese per un braccio – non con violenza, ma con decisione – e lo condusse in un angolo della stanza dove c’era un fondale bianco e un’altra sedia. Lo fece inginocchiare sul pavimento freddo. Paolo obbedì senza fiatare. Era nudo, in ginocchio, con l’erezione che puntava verso l’alto in modo osceno.
Alex prese una sedia normale, la posizionò proprio di fronte a lui, a un metro di distanza, e si sedette a gambe larghe. Prese un blocco notes e una penna.
«Nome completo.»
«Paolo Riva.»
«Età.»
«Ventisette.»
«Lunghezza del pene eretto?»
Paolo esitò. Alex alzò gli occhi dal blocco.
«Rispondi.»
«…Quattordici centimetri.»
«Bugiardo» intervenne Marco ridendo dal fondo della stanza. «Scommetto che arrivi a malapena a dodici.»
Paolo chinò la testa. Alex scrisse qualcosa.
«Quante volte ti masturbi a settimana?»
«Quattro… cinque… a volte di più.»
«Pensieri ricorrenti mentre ti fai una sega?»
Paolo chiuse gli occhi.
«Essere… deriso. Essere costretto a fare cose imbarazzanti. Sentirmi dire che sono piccolo, che non sono abbastanza uomo…»
Alex annuì, impassibile, e continuò a scrivere.
«Hai mai pagato una dominatrice?»
«No.»
«Hai mai chiesto a una ragazza di umiliarti verbalmente?»
«No… ho troppa paura.»
«Ti eccita l’idea di essere filmato mentre vieni deriso?»
«Sì.» La voce gli uscì strozzata.
«Ti eccita l’idea di essere filmato mentre vieni sborrato in faccia da un altro uomo?»
Paolo trasalì. Non se l’aspettava.
Alex ripeté la domanda, più lentamente.
«Rispondi.»
«…Sì.»
Marco fischiò di nuovo.
«Cazzo, questo è oro.»
Paolo sentiva il cuore battergli nelle tempie. L’erezione pulsava dolorosamente. Fece per portare una mano al sesso, un gesto istintivo.
Alex gli afferrò il polso con forza.
«No. Non ti tocchi. Non te lo sei ancora guadagnato.»
Paolo gemette piano, un suono involontario di frustrazione.
Alex finì di scrivere, chiuse il blocco.
«Alzati.»
Paolo si alzò, le ginocchia indolenzite.
«Rivestiti.»
Paolo obbedì in silenzio, le mani che tremavano mentre infilava i boxer, i jeans, la maglietta. Quando ebbe finito Alex gli porse un foglio con un numero di telefono e un nome: “Alex – Assistente”.
«Se ti richiamo, rispondi subito. Se non rispondi, sei fuori. Chiaro?»
«Sì.»
«Vai.»
Paolo uscì dalla stanza senza guardare nessuno. Attraversò la sala d’attesa vuota, uscì dal capannone, salì in macchina. Guidò fino a casa in uno stato di trance.
Quando chiuse la porta del suo appartamento si appoggiò al muro e si lasciò scivolare a terra. Era ancora duro. Tirò fuori il sesso dai jeans, lo strinse forte.
Chiuse gli occhi e rivide tutto: il momento in cui aveva abbassato i boxer, lo sguardo indifferente di Alex, la risata di Marco, la frase “non te lo sei ancora guadagnato”, il modo in cui gli avevano fatto dire ad alta voce che gli piaceva l’idea di essere sborrato in faccia.
Vennero in meno di un minuto. Schizzi caldi gli finirono sulla maglietta, sul mento, sul collo. Tremava tutto.
Rimase lì, sul pavimento dell’ingresso, con il respiro corto e il cuore che ancora galoppava.
Il telefono era sul tavolo della cucina.
Lo fissò a lungo.
Sapeva che avrebbe risposto.
Sapeva che avrebbe fatto qualsiasi cosa gli avessero chiesto.
E questo lo terrorizzava.
E lo eccitava più di qualsiasi altra cosa avesse mai provato in vita sua.
