Racconti Piccanti
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Stappato e riattappato

Stappato e riattappato

26 Marzo 2026·7 min di lettura

Mi chiamo Stefano, ho ventidue anni e una passione che non racconto a nessuno. Da un paio di mesi ho preso l’abitudine di girare con un plug nel sedere. È una sensazione che mi manda fuori di testa: quel peso costante, quella pressione che mi ricorda ogni passo che faccio, ogni volta che mi siedo o mi alzo. È nero, di silicone, non troppo grande ma abbastanza spesso da sentirlo bene, con una base larga che lo tiene fermo. Lo porto spesso, anche quando esco, e quel giorno non faceva eccezione. Era un sabato pomeriggio di primavera, il parco vicino all’università era pieno di gente, ma io avevo bisogno di staccare un po’ dai libri e respirare.

Camminavo lungo il sentiero principale, con i jeans aderenti che sfregavano appena contro la base del plug a ogni passo. Sentivo quel lieve fastidio che si trasformava in un piacere sordo, continuo. Stavo guardando il telefono, distratto, quando una voce mi ha chiamato.

“Ehi, Ste! Che ci fai qui?”

Ho alzato lo sguardo e ho visto Roberto, un collega del mio corso di economia. Alto, spalle larghe, capelli scuri un po’ spettinati. Non siamo mai stati grandi amici, ma ci siamo sempre trovati bene a chiacchierare. Aveva una maglietta grigia aderente che gli segnava il petto e un sorriso storto che mi ha fatto battere il cuore un po’ più forte.

“Ciao, Rob. Niente, passeggio. E tu?”

“Stessa cosa. Ti va se ti faccio compagnia?”

Abbiamo iniziato a camminare insieme, parlando di esami, professori, stronzate varie. Ogni tanto lo guardavo di sfuggita: aveva un modo di muoversi sicuro, quasi arrogante, che mi piaceva. Ma più camminavamo, più sentivo il plug spingere dentro di me, e a un certo punto ho notato che Roberto mi fissava in modo strano. Non i miei occhi, ma più in basso, verso i fianchi. Ho sentito un calore salirmi al collo.

“Che c’è?” ho chiesto, cercando di sembrare tranquillo.

Lui ha ghignato. “Niente, è che… cammini in un modo strano. Tipo che hai qualcosa che non va. Tutto ok?”

Ho sentito il cuore in gola. Non potevo certo dirgli la verità, ma non sono mai stato bravo a mentire. Ho borbottato qualcosa tipo “Sì, sì, tutto a posto”, ma lui non ha mollato.

“Dai, Ste, non fare il misterioso. Cos’hai? Ti fa male qualcosa?”

Abbiamo continuato a camminare, ma a un certo punto ci siamo fermati vicino a un gruppetto di alberi, un po’ lontani dal sentiero principale. C’era meno gente lì, solo il rumore del vento tra le foglie. Roberto si è appoggiato a un tronco e mi ha guardato dritto negli occhi.

“Sul serio, cos’hai lì sotto? Non è che hai qualcosa nei pantaloni?”

Ho sentito le guance bruciare. “Che intendi?”

“Intendo che si vede che hai qualcosa. Non sono scemo. Mostramelo.”

Il suo tono era deciso, quasi un ordine, ma c’era anche una curiosità che mi ha fatto tremare le gambe. Ho esitato, ma lui ha fatto un passo avanti, abbassando la voce.

“Dai, siamo solo io e te. Non lo dico a nessuno. Mostrami quel giocattolo.”

Quelle parole mi hanno colpito come un pugno. Ho deglutito, guardandomi intorno. Nessuno in vista. Il cuore mi batteva all’impazzata, ma c’era qualcosa nel suo sguardo, una fame che mi ha fatto decidere. Mi sono girato di spalle, ho slacciato la cintura e ho abbassato i jeans e gli slip quel tanto che bastava. Ho sentito l’aria fresca sulla pelle e il plug che spuntava tra le chiappe.

“Porca troia,” ha mormorato Roberto dietro di me. La sua voce era più bassa, rauca. “Lo sapevo. Ce l’hai davvero nel culo. Da quanto lo porti?”

“Da stamattina,” ho detto, con la voce che tremava un po’. Non osavo girarmi.

Ho sentito i suoi passi avvicinarsi, poi la sua mano sulla mia schiena, che mi spingeva leggermente in avanti. “Fammi vedere meglio. Piegati un po’.”

Ho obbedito senza pensare, appoggiandomi con le mani al tronco davanti a me. Sentivo le sue dita sfiorare la base del plug, e un brivido mi è corso lungo la schiena.

“Questo coso ti piace, eh?” ha detto, con un tono tra il divertito e l’eccitato. “Ti fa sentire pieno. Vero?”

“Sì,” ho risposto, quasi in un sussurro.

“Allora vediamo come stai senza.” Con un movimento lento ma deciso, ha afferrato la base e ha iniziato a tirare. Ho stretto i denti mentre il plug usciva, lasciandomi una sensazione di vuoto improvvisa, ma anche un bruciore che mi ha fatto gemere piano. “Cazzo, guarda come si apre,” ha detto, e ho sentito le sue mani sulle mie chiappe, che le allargavano senza troppi complimenti.

“Rob, che fai?” ho chiesto, con la voce spezzata.

“Shh, stai fermo. Voglio vedere bene.”

Ho sentito il suo respiro caldo vicino alla mia pelle, poi il rumore della sua cintura che si slacciava. Il cuore mi martellava nel petto. Non c’era tempo per pensare, solo per sentire. Ha sputato, un suono crudo, e poi ho sentito qualcosa di caldo e duro spingere contro di me. La sua punta era grossa, più del plug, e ho stretto le mani contro la corteccia mentre iniziava a entrare.

“Cazzo, sei stretto,” ha grugnito, spingendo piano ma senza fermarsi. “Rilassati, Ste. Fammi entrare.”

Ho cercato di respirare, ma il dolore misto a piacere mi faceva girare la testa. “Vai piano, ti prego,” ho detto, con la voce che usciva a fatica.

“Tranquillo, ci sono. Lo prendi bene, lo vedo.” La sua voce era tesa, concentrata, mentre continuava a spingere. Sentivo ogni centimetro di lui, la sua carne calda che mi riempiva più di quanto avesse mai fatto il plug. Quando è arrivato in fondo, ha fatto una pausa, ansimando. “Cazzo, è una goduria. Come ti senti?”

“Pieno,” ho detto, con un gemito. “Troppo pieno.”

“Bene. Perché non ho ancora finito.” Ha iniziato a muoversi, prima piano, poi con più forza. Ogni spinta era un colpo che mi scuoteva tutto, e sentivo il suo bacino sbattere contro di me, il rumore della carne contro la carne. Le sue mani mi tenevano fermo, una sulle mie chiappe, l’altra sulla schiena, premendomi contro l’albero.

“Ti piace, vero?” ha detto, con il fiato corto. “Ti piace averlo dentro così, duro.”

“Sì, cazzo, sì,” ho risposto, senza nemmeno pensare. Il dolore era passato, lasciando solo un piacere profondo, che mi saliva lungo la spina dorsale. Sentivo l’odore del suo sudore, il calore della sua pelle contro la mia, il suono dei suoi grugniti a ogni spinta.

“Dimmi che lo vuoi più forte,” ha ordinato, rallentando appena.

“Più forte,” ho detto, quasi implorando. “Spaccami, Rob.”

Ha riso, un suono basso e sporco, e ha aumentato il ritmo. Ogni colpo era più profondo, più rapido, e io non riuscivo più a tenere la bocca chiusa. Gemevo, senza vergogna, mentre lui continuava a parlarmi all’orecchio.

“Sei una troietta, Ste. Ti porti il giocattolo in giro e poi ti fai aprire così. Ti piace farti usare, eh?”

“Sì,” ho ansimato. “Usami. Non smettere.”

Le sue mani mi stringevano più forte, le unghie che mi graffiavano appena la pelle. Sentivo il suo cazzo pulsare dentro di me, sempre più duro, e il mio corpo che rispondeva, stringendolo a ogni spinta. Il sudore mi colava lungo la schiena, e il suo respiro era sempre più irregolare.

“Sto per venire,” ha detto a un certo punto, con la voce roca. “Dove lo vuoi?”

“Dentro,” ho risposto subito, senza pensarci. “Riempimi.”

“Porca troia,” ha grugnito, e con un ultimo affondo profondo ho sentito il calore del suo sperma dentro di me, un fiotto dopo l’altro. Ha continuato a spingere piano, svuotandosi completamente, mentre io tremavo sotto di lui, con il fiato corto e il corpo che bruciava.

Quando si è tirato fuori, ho sentito il vuoto di nuovo, ma anche il liquido che mi colava lungo le cosce. Non ho avuto tempo di dire niente, perché lui ha preso il plug, lo ha ripulito alla meglio con la sua maglietta e me lo ha rimesso dentro con un movimento deciso.

“Ecco, tienilo tutto dentro,” ha detto, dandomi una pacca leggera sul culo. “Non far cadere niente.”

Ho tirato su gli slip e i jeans con mani tremanti, girandomi verso di lui. Aveva il fiato ancora corto, ma un ghigno soddisfatto in faccia mentre si richiudeva i pantaloni.

“Ci vediamo in aula, Ste,” ha detto, come se niente fosse. “Non dire niente di questo, ok?”

“Ok,” ho risposto, con la voce ancora debole.

Mi ha fatto un cenno con la testa e si è allontanato lungo il sentiero, lasciandomi lì, appoggiato all’albero, con il plug di nuovo dentro e il suo calore che ancora mi bruciava. Ho respirato profondamente, cercando di riprendere il controllo, ma sapevo che non avrei dimenticato quel pomeriggio. Mai.

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