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La sfida del climbing: Nico mi trasforma (parte 3)

La sfida del climbing: Nico mi trasforma (parte 3)

23 Marzo 2026·6 min di lettura

Non ho dormito bene dopo quella sera in palestra con Nico. Mi rigiravo nel letto, con le immagini di quello che era successo che mi tornavano in testa senza sosta. Il modo in cui mi aveva legato, il controllo che aveva preso, il tono della sua voce. Cazzo, non capisco perché mi ci sto incastrando così tanto. Io sono sempre stato quello che comanda, che decide, eppure con lui mi ritrovo a cedere, a voler cedere. Quando mi ha scritto per un altro allenamento serale, qualcosa su “superare la paura del vuoto”, ho sentito un brivido che non era solo di sfida sportiva. Ho detto di sì senza pensarci due volte.

Arrivo in palestra poco dopo le otto. L’aria è pesante, sa di magnesio e di gomma vecchia, e le luci al neon rendono tutto un po’ troppo crudo. Nico è già lì, vicino a una delle pareti overhanging, quelle sporgenti che ti fanno penzolare nel vuoto. Ha preparato tutto: corde, imbraghi, e una benda nera appoggiata su un materasso. Mi guarda mentre entro, con quegli occhi verdi che sembrano sempre un passo avanti a me.

“Stasera lavoriamo sulla fiducia cieca,” dice, con quella calma che ormai mi mette in allerta. “Ti lego alto, ti bendo, e devi fare un dyno verso una presa che ti indico io. Salto dinamico, tutto di forza e istinto. Non vedi niente, ti fidi solo della mia voce. Ce la fai?”

Lo fisso, con una risata nervosa che mi esce senza volerlo. “Cazzo, Nico, vuoi farmi ammazzare? E se manco la presa e mi spacco la faccia?”

“Non succederà. Sono qui, ti tengo. E poi,” aggiunge con un mezzo sorriso, “se fallisci, ci divertiamo in un altro modo. Ti va?”

Sento un calore salirmi dal petto, un mix di adrenalina e qualcosa di più scuro. So cosa intende, e una parte di me – quella che sto iniziando a conoscere meglio – lo vuole. “Ok, ci sto. Ma se mi rompo qualcosa, sei finito.”

Si avvicina, mi porge l’imbrago e mi aiuta a infilarlo, stringendo le cinghie con una precisione che mi fa rabbrividire. Poi prende la benda e me la mette sugli occhi, annodandola dietro la testa. Il mondo sparisce, resta solo il buio e il suono del mio respiro che si fa più rapido. Mi guida verso la parete, le sue mani ferme sui miei fianchi mentre salgo i primi metri, assicurato dalla corda che mi tiene sospeso. Sono a qualche metro da terra, lo sento dall’aria che cambia, dal vuoto sotto di me.

“Ok, Luca, sei pronto. La presa è a ore due, a circa un metro e mezzo. Devi spingere con le gambe e saltare. Ti guido io,” dice, con un tono che è un misto tra incoraggiamento e comando. “Vai.”

Spingo, ma esito all’ultimo, il corpo che si blocca per istinto. Manco la presa, ovviamente, e cado nel vuoto, trattenuto dalla corda. Il cuore mi batte a mille, l’adrenalina mi brucia dentro. Nico mi abbassa piano, ma quando tocco il materasso non mi slega subito. Sento le sue mani che mi spingono giù, piegandomi in avanti, il petto che preme contro la gomma ruvida.

“Hai mancato apposta, vero?” dice, con una sfumatura di divertimento crudele nella voce. “Lo sapevamo che sarebbe andata così. Ora stai fermo.”

Non riesco a rispondere, il fiato corto, la benda che mi tiene isolato. Sento il rumore della zip dei suoi pantaloni, il fruscio della stoffa che scende. Mi tira giù i pantaloncini quel tanto che basta, l’aria fredda sulla pelle nuda, e poi le sue mani che mi afferrano per l’imbrago, tenendomi fermo. Non c’è delicatezza, non c’è attesa. Sento la pressione del suo cazzo contro di me, secca, violenta, che spinge dentro senza darmi il tempo di prepararmi. Un gemito roco mi sfugge, il corpo che si tende per il bruciore, ma lui non si ferma, inizia a muoversi con spinte dure, profonde, che mi fanno sbattere contro il materasso.

“Cazzo, Nico, piano,” rantolo, ma la voce mi esce spezzata, più un lamento che una protesta.

“Non ti muovere,” ordina, afferrandomi i capelli con una mano e tirando indietro la testa. “Lo vuoi, lo so. Quindi stai zitto e prendi.”

Le sue parole mi colpiscono come un pugno, ma – dio santo – mi eccitano ancora di più. Sono bendato, non vedo niente, posso solo sentire: il suono del suo respiro pesante, il rumore dei nostri corpi che si scontrano, l’odore di sudore e gomma che mi riempie i polmoni. Ogni spinta mi scuote, mi fa tremare, e la sensazione di non avere controllo, di essere completamente alla sua mercé, mi manda fuori di testa. Sento il piacere crescere, una pressione che si accumula dentro, ma proprio quando sto per venire lui si ferma di colpo, lasciandomi sul filo.

“No, cazzo, non fermarti,” quasi imploro, il corpo che si spinge indietro da solo, cercando di riprendere il ritmo. Lo sento ridere piano, un suono basso e crudele che mi fa rabbrividire.

“Non decidi tu, Luca. Aspetta,” dice, e resta fermo per un tempo che sembra infinito, tenendomi sospeso in quel bisogno disperato. Poi riprende, più forte di prima, spinte che mi fanno quasi perdere il fiato. Vengo così, senza potermi toccare, un orgasmo lungo e umiliante che mi scuote tutto, schizzi che si perdono sul materasso mentre tremo sotto di lui, i gemiti che mi escono senza controllo.

Lui continua, senza rallentare, finché non lo sento irrigidirsi, un rantolo soffocato mentre si svuota dentro di me. Il calore mi riempie, e resto lì, ansimante, con il corpo che ancora trema per l’intensità di quello che è appena successo. Non si ritira subito, resta dentro per qualche secondo, come per sottolineare chi comanda. Poi esce lentamente, lasciandomi un senso di vuoto e il liquido che mi cola lungo le cosce.

Non mi toglie la benda, non mi slega dall’imbrago. Mi lascia lì, piegato sul materasso, con il fiato corto e il cuore che ancora martella. “Respira,” sussurra, con un tono che è quasi gentile, ma che nasconde qualcosa di più duro, di più possessivo. Sento i suoi passi che si allontanano di qualche metro, il rumore di una bottiglia d’acqua che si apre, e resto così, vulnerabile, esposto, senza poter vedere o muovermi come vorrei.

Dentro di me c’è un casino di emozioni. Una parte vorrebbe strapparsi la benda, rialzarsi, riprendere il controllo della situazione. Ma un’altra parte, quella che sto scoprendo piano piano, si nutre di questa resa, di questo buio, di non sapere cosa farà dopo. Mi spaventa, ma allo stesso tempo mi eccita in un modo che non riesco a spiegare. Ogni secondo che passa con la benda sugli occhi amplifica tutto: il bruciore sulla pelle, l’odore del sudore, il suono del mio respiro che si calma piano.

Dopo un tempo che non so quantificare, sento i suoi passi tornare verso di me. Si ferma alle mie spalle, e resto in attesa, il corpo teso, non sapendo cosa aspettarmi. La sua mano si posa sull’imbrago, tirando leggermente la cinghia, un gesto piccolo ma che mi fa rabbrividire di nuovo.

“Non è ancora finita,” dice, con quella voce calma che ormai so nascondere molto di più. E in quel momento, con il buio che mi avvolge e il suo tono che mi inchioda, capisco che sto scivolando in qualcosa da cui non so se voglio davvero uscire.

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