Racconti Piccanti
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Il mio culo rotto da una trans

Il mio culo rotto da una trans

05 Marzo 2026·5 min di lettura

Non so nemmeno perché sto scrivendo questa roba. Forse ho bisogno di sfogarmi, di tirare fuori quello che ho dentro dopo ieri sera. Ho 45 anni, una vita normale, una moglie che mi aspetta a casa, un lavoro noioso in ufficio. Eppure, ieri ho fatto una cosa che non riesco a spiegarmi del tutto. Non sono gay, giuro, non ho mai pensato a un uomo in quel modo. Ma c’è qualcosa, un tarlo, un bisogno che mi rode da anni. E ieri l’ho fatto. Ho pagato una trans, l’ho lasciata fare, e ora ho il culo che mi brucia ancora mentre scrivo.

È successo tutto in fretta, ma ci penso da un sacco. Vivo in una città di medie dimensioni, niente di speciale, e ogni tanto, tornando a casa dal lavoro, passo per una strada un po’ malfamata, vicino alla stazione. Là ci sono sempre delle ragazze, o meglio, delle trans. Le vedo da anni, con quei tacchi assurdi, le gonne cortissime, i capelli lunghi. Non so perché, ma mi attirano. Non è solo voglia di sesso, è qualcosa di più profondo, di sbagliato, forse. Voglio sentirmi preso, dominato, umiliato pure. Non lo so spiegare, ma è così. Ieri ero stanco, stressato, mia moglie mi aveva fatto una scenata per una cazzata, e mentre guidavo verso casa ho rallentato vicino a quella strada. Ho visto lei. Alta, con un corpo da paura, un culo tondo che spuntava da un vestitino nero aderente. Mi ha guardato e ha fatto un cenno con la testa. Ho accostato senza pensarci due volte.

“Quanto vuoi?” le ho chiesto subito, con la voce che tremava un po’. Lei ha sorriso, un sorriso da predatrice, e ha detto: “Dipende da cosa cerchi, tesoro. Per un lavoretto veloce sono 50, ma se vuoi di più, ci mettiamo d’accordo.” Io ho esitato. Dentro di me c’era un casino, una vocina che mi diceva di andarmene, di tornare a casa da mia moglie. Ma un’altra parte, più forte, voleva restare. “Voglio… voglio che mi fai tu,” ho borbottato, rosso in faccia. Lei ha alzato un sopracciglio, poi ha riso piano. “Oh, un maschione che vuole essere preso. Mi piace. Sali, andiamo in un posto tranquillo.” Ho parcheggiato poco lontano, in una via buia, e siamo scesi. Mi ha portato in un vicolo, dietro un palazzo abbandonato. Non era romantico, cazzo, era squallido, ma in quel momento non me ne fregava niente.

Mi ha spinto contro il muro, con una mano sul petto. Sentivo il suo profumo forte, un misto di dolce e sudore, e il suo respiro vicino al mio orecchio. “Sei sicuro, bello? Guarda che non sono delicata,” mi ha detto. Io ho annuito, con il cuore che mi batteva all’impazzata. Mi ha girato di forza, facendomi appoggiare le mani al muro. “Tira giù i pantaloni,” ha ordinato. Io ho obbedito, sentendomi un idiota, ma eccitato da morire. Sentivo le sue mani che mi toccavano il culo, lo stringevano, lo aprivano. “Hai un bel culone, lo sai? Perfetto per me,” ha detto, e io mi sono sentito bruciare dalla vergogna, ma anche da un desiderio che non capivo. Mi ha sputato lì, proprio sul buco, e ha iniziato a massaggiare con un dito. Era freddo, umido, e io stringevo i denti, combattuto tra la voglia di scappare e quella di lasciarla continuare.

È andata avanti per un po’, prendendosi il suo tempo. Mi ha infilato un dito, poi due, muovendoli piano, allargandomi. “Rilassati, cazzo, sennò ti fai male,” mi ha detto con voce ferma. Io ci provavo, ma era strano, un misto di disagio e piacere. Sentivo il mio corpo che si abituava, che cedeva. Lei parlava, mi diceva cose tipo “Ti piace, eh? Lo vedo che ti stai sciogliendo.” E io non rispondevo, ma dentro di me sapevo che aveva ragione. Dopo un po’ ha tirato fuori le dita e ho sentito un rumore, come una bustina che si apre. “Metto il preservativo, tranquillo,” ha detto. Poi ho sentito qualcosa di più grosso, duro, che premeva contro di me. Mi sono irrigidito. “Calmo, bello, respira,” mi ha sussurrato, e ha iniziato a spingere piano.

Quando è entrata, ho sentito un bruciore pazzesco, come se mi stesse spaccando in due. Ho stretto i denti, ho quasi gridato, ma lei mi ha tenuto fermo, con una mano sulla schiena. “Piano, piano, ci siamo quasi,” ha detto. È andata avanti, centimetro per centimetro, fino a che non è stata tutta dentro. Ero piegato, con le mani contro il muro, le gambe che tremavano. Poi ha iniziato a muoversi, prima lento, poi più veloce. Ogni spinta era un mix di dolore e piacere, un casino che non so spiegare. Sentivo il suo fiato caldo sul collo, i suoi fianchi che sbattevano contro il mio culo. “Cazzo, sei stretto, mi fai impazzire,” ha detto ansimando. Io non parlavo, grugnivo e basta, perso in quella sensazione. L’odore del vicolo, di sporco e di sesso, mi riempiva il naso. I suoni erano crudi, i nostri corpi che si scontravano, i suoi gemiti, i miei mugugni. Dopo un po’ si è tirata fuori, ha tolto il preservativo e ha detto: “Girati, voglio venirti addosso.” Io mi sono voltato, ancora stordito, e l’ho vista farsi una sega veloce, con gli occhi fissi nei miei. È venuta sul mio stomaco, caldo e appiccicoso, e io sono rimasto lì, con il fiato corto, il culo che mi pulsava.

Dopo, ci siamo sistemati in silenzio. Le ho dato i soldi, 100 euro, e lei ha sorriso. “Torna quando vuoi, bello,” mi ha detto, e se n’è andata sui suoi tacchi. Io sono rimasto un attimo nel vicolo, con il culo che mi bruciava e quella sensazione appiccicosa sulla pancia. Sono tornato alla macchina, mi sono seduto con fatica e ho guidato verso casa. Non riuscivo a pensare a niente, solo al dolore e al piacere che ancora sentivo. Quando sono arrivato, mia moglie era già a letto. “Dove sei stato?” mi ha chiesto assonnata. “Un problema in ufficio,” ho mentito, e mi sono infilato sotto le coperte. Non potevo guardarla in faccia. Sentivo ancora il culo pieno, sporco, come se portassi dentro qualcosa di quella trans. Non so se lo rifarò. Una parte di me dice di no, che è una cazzata, ma un’altra parte… non lo so. Non lo so proprio.

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