Inculata dal collega più giovane
Mi chiamo Laura, ho quarantasette anni, sono sposata da ventidue con lo stesso uomo, un commercialista anche lui, tranquillo, prevedibile, buono. Abbiamo due figli grandi, una casa con giardino in periferia, vacanze in Trentino d’estate e Grecia ogni tre anni. Una vita che si potrebbe definire “giusta”. Io sono socia dello studio da quindici anni, porto avanti la clientela più grossa, quella che richiede pazienza e charme più che genialità pura. Mi vesto ancora bene, tailleur aderenti ma non volgari, tacchi 8-9, capelli castani tagliati a caschetto lungo, un filo di trucco che non si nota troppo. Dicono che dimostri meno della mia età. Io non ci credo, ma lo lascio dire.
Poi è arrivato Giulio.
Trentun anni, assunto come senior sei mesi fa. Alto, spalle larghe, capelli neri un po’ troppo lunghi sul davanti, occhi verdi che sembrano sempre giudicare. Parla poco, quando parla è tagliente. Non ride quasi mai, sorride di lato, quel sorriso che dice “so già come finisce questa conversazione”. È fidanzato con una ragazza di ventisei anni, una di quelle che si vedono nelle storie Instagram con filtri perfetti e brunch a 45 euro. Si sposano a giugno, me l’ha detto lui stesso una volta, buttandola lì come se fosse una pratica da archiviare.
Il primo mese è stato silenzio. Silenzio carico.
Io lo guardavo troppo. Quando passava nel corridoio, quando si sedeva alla scrivania di fronte alla mia durante le riunioni, quando si slacciava il primo bottone della camicia dopo le diciotto. Lo guardavo e poi abbassavo gli occhi, fingevo di leggere l’estratto conto che avevo già letto tre volte. Lui se n’è accorto subito. Non era stupido. Non è mai stato stupido.
All’inizio mi evitava. Risposte secche, “sì”, “no”, “ci penso io”. Niente convenevoli, niente battute. Poi, piano piano, ha iniziato a cambiare registro.
Una mattina mi ha porto il caffè senza che glielo chiedessi. «Zucchero doppio, vero?» Ho annuito, sorpresa. «Lo sapevo» ha detto, e se n’è andato senza aggiungere altro.
Un’altra volta, mentre eravamo in ascensore con altre due persone, si è messo dietro di me. Ha aspettato che le porte si chiudessero al piano terra, poi ha mormorato, vicinissimo all’orecchio: «Quel tailleur ti sta stretto sul culo, Laura. Lo sai, vero?» Sono diventata paonazza. Non ho risposto. Lui è uscito per primo, come se niente fosse.
Da lì è cominciata la tortura silenziosa. Uno sguardo troppo lungo in riunione, una battuta acida che solo io capivo, un “brava” sussurrato quando chiudevo una pratica difficile. Ogni volta mi sentivo sciogliere e contemporaneamente incazzata nera. Ero sposata. Lui era fidanzato. Io avevo sedici anni più di lui. Eppure il mio corpo reagiva prima del cervello.
Ieri sera siamo rimasti soli in studio.
Erano le venti e quaranta. Gli altri erano usciti da un pezzo, anche il socio anziano. Restavamo solo noi due, io a finire una dichiarazione dei redditi, lui a sistemare carte in una cartella dall’altra parte della stanza open space. Luci al neon mezze spente, silenzio rotto solo dal ticchettio della tastiera e dal ronzio del condizionatore.
A un certo punto ha spento il pc. Si è alzato. È venuto verso di me senza fretta.
Mi sono irrigidita sulla sedia girevole.
«Hai finito?» mi ha chiesto, appoggiandosi con le mani sulla mia scrivania, chinandosi appena.
«Sì… quasi.»
Ha guardato lo schermo, poi ha guardato me. Dritto negli occhi.
«Bugiarda. Non stai leggendo niente da dieci minuti. Stai solo aspettando che me ne vada.»
Ho sentito il cuore battermi nelle orecchie.
«Giulio, per favore…»
«Per favore cosa?» Ha fatto il giro della scrivania, si è messo dietro di me. «Dimmi cosa vuoi, Laura. Dai. Dimmelo.»
«Niente. Non voglio niente.» La voce mi tremava.
Ha riso piano, una risata bassa, cattiva.
«Stronzate. Ti vedo da un mese. Ti vedo quando entro in stanza, ti vedo quando mi tolgo la giacca, ti vedo quando parlo al telefono con lei. Sei bagnata solo a guardarmi, vero?»
Mi sono voltata di scatto. «Smettila.»
Mi ha preso il mento tra pollice e indice, costringendomi a guardarlo.
«Dillo.»
«Cosa?»
«Che sei bagnata per me. Che ci pensi. Che ti piacerebbe se ti toccassi.»
Ho chiuso gli occhi. «Non posso.»
«Invece sì. Puoi. E lo farai.»
La sua mano è scesa. Lenta. Ha aperto il primo bottone della mia camicia, poi il secondo. Non mi sono mossa. Non riuscivo.
Poi ha infilato la mano sotto la gonna, senza chiedere permesso. Ha trovato il bordo delle mutandine, le ha scostate di lato. Due dita hanno sfiorato le grandi labbra, poi sono entrate dentro senza preavviso.
Ho trattenuto il fiato.
«Ecco» ha sussurrato. «Ecco quanto sei bagnata. Lo senti?»
Le dita si muovevano lente, profonde. Il pollice premeva sul clitoride.
«Giulio… no… ti prego…»
«Smettila di fare la santarellina. Lo vuoi. Lo vuoi da un mese.»
Ha accelerato. Io ho iniziato a tremare.
«Dimmi che sei bagnata per me.»
Ho scosso la testa.
Ha tolto le dita di colpo. Mi ha preso per i capelli, tirandomi indietro la testa.
«Dimmelo o me ne vado e non ti sfioro mai più.»
Ho chiuso gli occhi. Le lacrime mi pungevano.
«Sono… bagnata per te.»
«Brava.»
Ha rimesso le dita dentro, stavolta più forte. Più a fondo. Il pollice girava sul clitoride senza pietà.
«Adesso ascoltami bene, Laura.» La voce era calma, quasi dolce, ma durissima. «Io mi sposo tra tre mesi. Lei ha ventisei anni, è bellissima, mi fa dei pompini da urlo e vuole dei figli. Tu hai quarantasette anni, sei sposata, hai due figli e un marito che probabilmente non ti scopa più come si deve da anni. Tra noi non ci sarà mai niente di serio. Niente cene, niente messaggi la sera, niente “ti penso”. Solo questo. Solo sesso. Quando e come lo decido io. Se accetti, apri le gambe e vieni per me. Se non accetti, mi alzo e me ne vado. Scegli adesso.»
Le dita non si fermavano. Mi stava portando al limite.
Io piangevo piano. Di vergogna. Di rabbia. Di desiderio.
«Accetto» ho sussurrato.
Ha sorriso.
«Brava puttana.»
Mi ha fatto alzare, mi ha girato, mi ha piegato sulla scrivania. Ha abbassato le mutandine fino alle ginocchia. Ho sentito la zip dei pantaloni. Poi la cappella grossa, dura, premere contro l’ano.
«No… lì no… non l’ho mai…»
«Appunto.»
Ha spinto. Ho gridato. Bruciava. Bruciava tantissimo.
Mi ha tappato la bocca con una mano.
«Zitta. Respira.»
Ha spinto ancora. È entrato per metà. Ho pianto forte contro il suo palmo.
«Sei strettissima. Cazzo quanto sei stretta.»
Ha iniziato a muoversi. Piano all’inizio, poi sempre più forte. Ogni spinta era un colpo secco, profondo. Io gridavo contro la sua mano, le lacrime mi scorrevano sulle guance, il mascara colava.
«Puttana sposata» mi sussurrava all’orecchio mentre mi inculava senza ritegno. «Puttana di quarantasette anni che si fa sfondare il culo dal collega più giovane. Lo dirai mai a tuo marito? Eh? Gli dirai che ti piace quando ti apro in due?»
Non rispondevo. Non riuscivo. Venivo. Venivo fortissimo, con fitte di dolore e piacere mischiati, le gambe che tremavano, la fica che si contraeva a vuoto.
Lui ha spinto un’ultima volta, profondo, ed è venuto dentro di me. Ha mugolato piano, un suono gutturale, poi è rimasto fermo qualche secondo, respirando pesante.
Quando è uscito, mi ha girato. Mi ha guardato in faccia: mascara colato, rossetto sbavato, capelli in disordine.
Ha sorriso, quel sorriso storto che mi faceva impazzire.
«Vai a casa, Laura. Lavati. Domani ci vediamo in ufficio. E non fare la faccia da vittima, che lo sappiamo entrambi che ti è piaciuto.»
Mi ha dato una pacca leggera sul culo, poi ha preso la giacca ed è uscito.
Io sono rimasta lì, piegata sulla scrivania, mutandine alle ginocchia, sperma che mi colava lungo la coscia, e il cuore che batteva ancora come se stessi per morire.
