Non riesco a smettere di guardarti da quando sono arrivato qui
Monica aveva quarantotto anni, un corpo che portava bene i segni del tempo e un matrimonio che si trascinava da vent’anni come un peso morto. Suo marito, un commercialista sempre in trasferta, non le dava più niente, né attenzioni né brividi. Lei lavorava come responsabile delle risorse umane in una piccola azienda di logistica, un posto grigio e monotono, ma da un mese qualcosa era cambiato. Riccardo, il nuovo stagista, ventidue anni, era arrivato con la sua aria timida, i capelli mossi e un corpo slanciato che spiccava sotto le camicie economiche. Non parlava molto, ma i suoi occhi scuri la cercavano spesso, e Monica lo aveva notato subito.
Quel giorno, un venerdì di fine mese, l’ufficio era semivuoto. Monica era rimasta fino a tardi per chiudere dei rapporti, o almeno così si era giustificata. Riccardo era lì, seduto alla sua scrivania nell’angolo, a digitalizzare documenti. Lei si avvicinò con una scusa banale, il tono professionale ma gli occhi che tradivano altro.
“Riccardo, hai finito con quei fascicoli? Mi servono per lunedì,” disse, fermandosi accanto a lui, abbastanza vicina da fargli sentire il profumo del suo deodorante misto a sudore leggero.
Lui alzò lo sguardo, un po’ rosso in viso. “Sì, signora Monica, quasi. Posso… posso restare ancora un po’ se serve.”
“Non chiamarmi signora, per favore. Monica va bene,” rispose lei, con un sorriso che era più un invito. Si chinò leggermente per guardare lo schermo del computer, lasciando che la scollatura della camicia mostrasse appena abbastanza. Sapeva cosa stava facendo, e dal modo in cui lui deglutì, capì che aveva colpito nel segno.
“Va bene… Monica,” mormorò Riccardo, la voce incerta ma con una nota di curiosità. Lei si raddrizzò, guardandolo dritto negli occhi.
“Se hai voglia di fare straordinario, posso tenerti compagnia. Mio marito è fuori città, tanto per cambiare,” aggiunse, lasciando che le parole pesassero nell’aria.
Riccardo esitò, ma solo per un istante. “Io… sì, volentieri. Non ho nulla da fare stasera.”
La tensione crebbe in fretta. Monica chiuse la porta dell’ufficio, tirò giù le tende della finestra che dava sul corridoio e spense la luce principale, lasciando solo una lampada da tavolo accesa. L’atmosfera si fece densa, quasi palpabile. Lei si sedette sul bordo della scrivania di Riccardo, le gambe accavallate, la gonna che saliva appena sopra il ginocchio.
“Lo sai che non dovremmo, vero?” disse, ma la sua voce era bassa, carica di desiderio.
“Lo so,” rispose lui, alzandosi dalla sedia. Era più alto di lei, e da vicino si sentiva l’odore fresco della sua pelle, misto a una traccia di sapone. “Ma non riesco a smettere di guardarti. Da quando sono arrivato qui.”
Monica sorrise, un sorriso predatorio. “Allora non smettere. Vieni più vicino.”
Lui obbedì, i movimenti incerti ma guidati da un istinto che non poteva ignorare. Si fermò a pochi centimetri da lei, le mani lungo i fianchi, il respiro già corto. Monica gli sfiorò il petto con una mano, sentendo i muscoli tesi sotto la camicia sottile.
“Sei nervoso?” chiese, mentre le sue dita scendevano verso la cintura.
“Un po’… ma lo voglio. Lo voglio da matti,” ammise lui, la voce che tremava appena.
“Bene. Anch’io,” rispose lei, e senza aggiungere altro gli slacciò la cintura con gesti rapidi, sicuri. Il suono della fibbia che si apriva ruppe il silenzio dell’ufficio. Riccardo trattenne il fiato mentre lei abbassava la zip, le mani che esploravano senza esitazione. Lo trovò già duro, e questo le strappò un sorriso soddisfatto. “Cazzo, sei pronto, eh? Non perdi tempo.”
“È colpa tua,” mormorò lui, le mani che finalmente si posarono sui fianchi di lei, stringendo appena. “Mi fai impazzire.”
Monica lo tirò fuori dai pantaloni, accarezzandolo con movimenti lenti ma decisi, sentendo la pelle liscia e calda sotto le dita. Era grosso, più di quanto si aspettasse, e questo la fece fremere. Lo guardò negli occhi mentre lo stringeva, godendosi il modo in cui lui socchiudeva la bocca, incapace di nascondere il piacere.
“Ti piace così?” chiese, la voce roca, mentre aumentava il ritmo.
“Sì… Cristo, sì. Continua,” ansimò Riccardo, le mani che scivolavano sotto la gonna di lei, trovando le cosce morbide e calde.
Monica si alzò dalla scrivania, spingendolo indietro contro la sedia. “Siediti. Fammi vedere quanto lo vuoi.” Lui obbedì, e lei si mise a cavalcioni sopra di lui, la gonna sollevata fino ai fianchi, le mutandine nere appena visibili sotto. Si strofinò contro di lui, sentendo la sua erezione premere tra le gambe, dura e insistente. Il contatto le mandò un brivido lungo la schiena, e il calore tra le cosce si fece quasi insostenibile.
“Sei già bagnata, vero?” chiese Riccardo, la voce più sicura ora, le mani che afferravano i suoi fianchi con forza.
“Scoprilo da solo,” lo sfidò lei, sollevandosi appena per dargli accesso. Lui non esitò, spostando il tessuto delle mutandine di lato con dita tremanti. La trovò fradicia, e un gemito gli sfuggì dalle labbra mentre infilava due dita dentro di lei, sentendo la carne calda e accogliente.
“Cazzo, sei bollente,” disse, muovendo le dita con un ritmo lento ma profondo. Monica si morse un labbro, inclinando la testa indietro, lasciando che il piacere la travolgesse.
“Più forte. Non fare il timido ora,” ordinò, e lui aumentò il ritmo, le dita che scivolavano dentro e fuori con decisione. Il suono umido riempiva la stanza, mescolandosi ai loro respiri pesanti. Lei si chinò in avanti, baciandolo con fame, la lingua che cercava la sua mentre si muovevano insieme, i corpi sempre più vicini al limite.
Dopo qualche minuto, Monica si tirò indietro, ansimando. “Basta. Voglio sentirti dentro. Subito.” Si alzò, tirandosi giù le mutandine con un gesto rapido e lasciandole cadere sul pavimento. Riccardo la guardò, gli occhi pieni di desiderio, mentre si abbassava i pantaloni e i boxer fino alle caviglie. Il suo cazzo svettava, duro e lucido, pronto per lei.
Monica si rimise sopra di lui, guidandolo dentro con una mano. Lo sentì aprirla, centimetro dopo centimetro, un misto di dolore e piacere che le fece stringere i denti. “Porca troia, sei grosso,” mormorò, mentre si abbassava del tutto, prendendolo fino in fondo. La sensazione di pienezza era quasi troppo, ma perfetta.
“Ti faccio male?” chiese lui, la voce tesa, le mani che la stringevano per i fianchi come se temesse di perderla.
“No. È fottutamente giusto così. Muoviti,” rispose lei, iniziando a cavalcarlo con un ritmo lento ma deciso. Ogni movimento le strappava un gemito, il suono della loro carne che si incontrava era crudo, reale, amplificato dal silenzio dell’ufficio. Il sudore le colava lungo la schiena, e l’odore del sesso cominciava a impregnare l’aria.
“Così… cazzo, così,” ansimava Riccardo, spingendo verso l’alto per incontrare i suoi movimenti. “Sei stretta da morire. Non resisto.”
“Non ancora. Aspetta,” lo ammonì lei, rallentando appena, ma senza fermarsi. Si chinò per baciarlo di nuovo, mordendogli il labbro inferiore mentre accelerava, i fianchi che si muovevano in cerchi stretti. Il piacere cresceva, un’onda che montava dentro di lei, e dal modo in cui lui stringeva i denti capì che anche lui era vicino.
Dopo un po’, Monica si alzò da lui, il respiro corto, la pelle lucida di sudore. “Non voglio che finisca subito. Cambiamo.” Lo fece alzare, spingendolo contro la scrivania. Si piegò in avanti, appoggiando le mani sul legno freddo, il culo in fuori, un invito chiarissimo. “Prendimi da dietro. Forte.”
Riccardo non se lo fece ripetere. Si posizionò dietro di lei, le mani che afferravano i fianchi mentre entrava di nuovo, con una spinta decisa che la fece sobbalzare. “Cazzo, sì,” gemette lei, la voce spezzata dal piacere. Lui iniziò a muoversi, ogni affondo più profondo del precedente, il ritmo incalzante. Il suono dei loro corpi che sbattevano insieme era quasi osceno, e Monica sentiva il piacere montare di nuovo, più intenso di prima.
“Ti piace così? Dimmi che ti piace,” disse Riccardo, la voce roca, mentre le stringeva i fianchi con forza, le dita che lasciavano segni sulla pelle.
“Sì, mi piace. Spingi più forte, dai,” rispose lei, spingendosi indietro contro di lui, incontrando ogni colpo. Sentiva il suo cazzo pulsare dentro di lei, e il calore tra le gambe era diventato un fuoco. “Sto per venire. Non fermarti.”
“Neanch’io… cazzo, sto per venire,” ansimò lui, i movimenti che diventavano irregolari, disperati. Monica strinse i muscoli attorno a lui, portandolo al limite, e quando l’orgasmo la colpì fu come un’esplosione, un piacere acuto che le fece tremare le gambe. Gridò, un suono gutturale che non riuscì a trattenere, mentre lui si svuotava dentro di lei con un gemito profondo, il corpo che si tendeva contro il suo.
Rimasero così per qualche istante, ansimando, il sudore che gocciolava sulla scrivania. Poi Riccardo si tirò indietro, lentamente, e Monica si raddrizzò, sentendo il calore del suo seme scivolarle lungo le cosce. Si voltò verso di lui, il respiro ancora corto, un sorriso stanco ma soddisfatto sul viso.
“Non lo dire a nessuno,” disse, la voce bassa, mentre si sistemava la gonna con mani tremanti.
“Non lo farò,” rispose lui, tirandosi su i pantaloni, gli occhi ancora pieni di desiderio. “Ma voglio rifarlo. Presto.”
Monica rise piano, un suono carico di promesse. “Vedremo, ragazzino. Vedremo.”
