Il cerchio della sottomissione (parte 3)
Non riesco a smettere di pensare a quello che è successo la settimana scorsa. Ogni volta che chiudo gli occhi, rivedo Raul sopra di me, sento il suo respiro sul collo, le sue mani che mi tengono fermo, il calore del suo corpo che mi schiaccia. Mi fa incazzare, mi fa sentire una merda, ma c’è anche qualcosa che mi brucia dentro, qualcosa che non voglio nemmeno nominare. Stasera, quando entro nel magazzino, ho lo stomaco stretto in una morsa. Non sono qui per sfidare, non stasera. Voglio solo vedere cosa succede, voglio che sia lui a fare la prima mossa.
L’odore di sudore e birra vecchia mi colpisce come sempre, un pugno dritto in faccia. La luce al neon sfarfalla sopra il materassino logoro, al centro della stanza, come un’arena pronta per un altro massacro. Jago è già lì, seduto su una sedia di plastica, il telefono in mano, con quel ghigno da stronzo che non gli si leva mai dalla faccia. “Oh, Re, stasera ci fai divertire o sei ancora rotto dall’ultima volta?” dice, alzando il mento verso di me. Lo ignoro, mi tolgo la felpa e resto in maglietta aderente e pantaloncini da lotta, ma non faccio rumore, non batto le mani, non dico cazzate per scaldare l’ambiente come facevo sempre. Mi siedo su una sedia, lontano dal centro, e aspetto.
Ste è nell’angolo, una birra in mano, lo sguardo tagliente che mi trapassa. “Sembri un cagnolino che aspetta il padrone, campione,” mi lancia, con quella voce secca che mi fa venire i nervi. Stringo i denti, ma non rispondo. Non ho niente da dire, non stasera. I miei occhi cercano Raul, che come al solito è appoggiato al muro, le braccia incrociate, silenzioso. Mi fissa, con quel sorriso storto che mi fa salire il sangue alla testa. Non dice nulla, ma non ce n’è bisogno. Quel silenzio è un’arma, e lo sa.
Passano un paio di minuti, il gruppo chiacchiera, Jago racconta una stronzata sul lavoro, Ste gli risponde con una battuta acida, ma io non ascolto. Sono concentrato su Raul, su ogni suo movimento. Poi, finalmente, si stacca dal muro con quella calma che mi manda fuori di testa. “Vieni al centro, Re,” dice, la voce bassa, quasi un ordine. Non è una sfida, non è una provocazione come quelle di Jago. È una richiesta che pesa come un macigno. Sento il cuore battermi forte nel petto, ma mi alzo, lentamente, e cammino verso il materassino. Non guardo gli altri, non voglio vedere le loro facce.
“Stasera niente prese, solo posizione,” dice Raul, fermandosi davanti a me. Mi guarda dritto negli occhi, e io sento un brivido lungo la schiena. “Mettiti a quattro zampe.” Le sue parole mi colpiscono come uno schiaffo, ma non protesto. Non so perché, ma non riesco a dire di no. Mi abbasso, le ginocchia e le mani sul materassino che puzza di sudore vecchio, il cuore che mi martella nelle orecchie. Raul si avvicina, tira fuori una cintura da lotta dalla sua borsa e me la passa intorno ai polsi, legandoli dietro la schiena. Stringe forte, non tanto da farmi male, ma abbastanza da farmi sentire bloccato, impotente. “Così non scappi,” sussurra, e quella frase mi fa stringere lo stomaco.
Il gruppo si avvicina, il cerchio si stringe intorno a noi. Jago accende la luce del telefono per filmare meglio, la luce fredda che mi illumina mentre sono in questa posizione del cazzo, a terra come un animale. “Cazzo, Re, sembri pronto per il macello,” dice, ridendo, e punta la telecamera sul mio culo. “Zoom sul Re, guardate come pulsa,” aggiunge, con quel tono da stronzo che mi fa venir voglia di spaccargli il telefono. Ste, accanto a lui, scuote la testa con un sorrisetto sadico. “Smettila di stringere, Re, apriti che sembri una verginella spaventata,” mi lancia, e le sue parole mi bruciano, ma non posso fare niente. Sono legato, esposto, e lo sanno tutti.
Raul si mette dietro di me, sento il fruscio dei suoi pantaloncini che scendono, il rumore di un elastico che si tende. Poi, le sue mani sui miei fianchi, forti, decise, che mi tengono fermo. Sento la pressione del suo cazzo contro di me, e il cuore mi salta in gola. Non è rapido, non è brutale come mi aspettavo. Spinge piano, controllato, ma ogni centimetro mi fa tremare. Mi penetra con una lentezza che mi manda in tilt, il bruciore iniziale che si trasforma in qualcosa di più profondo, più caldo. Stringo i denti, un gemito mi sfugge dalla gola, e Jago scoppia a ridere. “Senti che vocina da passiva, il Re sta cantando per noi,” dice, mentre Ste aggiunge: “Piange dal piacere, che tenerezza.” Le loro parole mi umiliano, ma non riesco a concentrarmi su di loro. Tutto quello che sento è Raul, il suo ritmo, il suo peso su di me.
Poi si ferma, proprio quando sento che sto per perdere il controllo. Si ritira appena, lasciandomi ansimante, il corpo che trema, il culo che pulsa per il vuoto improvviso. “Non ancora,” dice, la voce calma, quasi crudele. Mi tira i capelli con una mano, costringendomi a inarcare la schiena, il petto che si alza dal materassino. “Resta così,” ordina, e io obbedisco, non so nemmeno perché. Riprende a spingere, più forte questa volta, un ritmo rude che mi fa gemere più forte, i suoni che mi escono dalla gola non li riconosco come miei. Ogni spinta mi scuote, il materassino sotto di me che scricchiola, il sudore che mi cola lungo la schiena e si mischia al suo. L’odore di pelle, fatica e calore mi riempie le narici, e il rumore dei nostri corpi che sbattono è l’unica cosa che sento oltre alle risate del gruppo.
“Guarda come lo prende, sembra fatto apposta,” dice Jago, con la telecamera sempre puntata su di me. Ste, con quel tono secco, aggiunge: “Il Re si sta sciogliendo, cazzo, non lotta nemmeno più.” Non rispondo, non ci riesco. Il mio corpo non lotta, non spinge indietro, si apre e basta, riceve ogni spinta come se fosse inevitabile. Sento il calore crescere dentro di me, un’ondata che non posso fermare. Vengo, la prima volta, un orgasmo secco, tremante, che mi fa contrarre tutto il corpo. Schizzi caldi bagnano il materassino sotto di me, e un gemito roco mi esce dalla gola. Non ho nemmeno il tempo di riprendermi che Raul rallenta, si ferma di nuovo, lasciandomi sul bordo.
“Non così in fretta,” dice, con quella voce bassa che mi fa rabbrividire. Aspetta qualche secondo, poi riprende, più forte, più profondo, come se volesse spezzarmi. La seconda ondata arriva poco dopo, un altro orgasmo che mi fa tremare le gambe, il corpo che cede sotto il suo peso. Vengo di nuovo, senza nemmeno toccarmi, solo con le sue spinte che mi riempiono. E poi una terza volta, quasi subito, un piacere che mi brucia dentro, che mi svuota. Sono un disastro, gocciolante, ansimante, la testa che gira, ma non protesto, non dico nulla. Mi lascio andare, e basta.
Raul continua per un po’, il ritmo che si fa irregolare, il suo respiro più pesante. Poi lo sento irrigidirsi, un grugnito basso che mi arriva dritto al cervello. Si ritira all’ultimo, finendo sulla mia schiena, schizzi caldi che mi colano lungo la spina dorsale. Resta fermo un attimo, il respiro affannato, poi si alza, si tira su i pantaloncini come se niente fosse e si allontana di qualche passo. Mi lascia lì, legato, gocciolante, il corpo che trema e il materassino sporco sotto di me. Il gruppo scoppia in un coro di risate, un applauso ironico che mi fa sentire una merda. “Cazzo, Re, sei proprio caduto in basso stasera,” dice Jago, mentre Ste alza la birra in un brindisi sarcastico. “Alla salute del Re caduto,” aggiunge, con un ghigno.
Non rispondo, non ci riesco. Respiro affannato, lo sguardo perso nel vuoto, il cuore che batte come un tamburo. Sono ancora a quattro zampe, i polsi legati dietro la schiena, il culo esposto e il casino appiccicoso che mi cola lungo le gambe e la schiena. Non provo nemmeno a muovermi, non ne ho la forza. Dopo un po’, Raul torna indietro, si china e scioglie la cintura dai miei polsi. Le mani mi cadono lungo i fianchi, intorpidite, e io resto lì, fermo, a fissare il materassino. “Cazzo…” mormoro, l’unica parola che riesco a tirar fuori, la voce spezzata, quasi un sussurro.
Raul non dice niente, si allontana di nuovo e prende una birra dal frigo. Jago continua a filmare per qualche secondo, poi spegne la telecamera e scoppia a ridere. “Questa la riguardo cento volte, Re, sei da Oscar stasera,” dice, dandomi una pacca sulla spalla che mi fa trasalire. Ste si limita a guardarmi, quel sorrisetto sadico sempre stampato in faccia, mentre beve un altro sorso di birra. Io resto fermo, seduto sul materassino ormai, le gambe che tremano ancora, il corpo svuotato. Non so cosa pensare, non so cosa sentire. C’è solo un casino nella mia testa, un misto di umiliazione e qualcosa che non voglio nemmeno nominare.
Alzo lo sguardo, incrocio gli occhi di Raul dall’altra parte della stanza. È appoggiato al muro, come sempre, la birra in mano, quel sorriso storto che non si leva mai. Non dice nulla, ma non ce n’è bisogno. Quel silenzio mi sta mangiando vivo, e so che non è finita qui. So che c’è ancora qualcosa che deve succedere, qualcosa che mi spaventa e mi chiama allo stesso tempo. Resto seduto, il respiro che lentamente torna normale, ma dentro di me so che il Re sta crollando, e non so se riuscirò a rialzarmi.
