Non so dire di no (parte 3)
Il silenzio nell’ufficio di Giovanni era soffocante, interrotto solo dal ronzio del neon sopra di noi e dal mio respiro ancora affannoso. Ero sempre in ginocchio, con le mani appoggiate sulle cosce, il sapore di lui ancora in bocca e il mento appiccicoso. Il rumore fuori dalla porta mi aveva paralizzato. Quell’ombra che si era mossa dietro il vetro opaco… sapevo che era Andrea. Lo sentivo nelle viscere, come una premonizione schifosa. Il suo ghigno, quel sorrisetto strafottente che mi seguiva ovunque in questa comunità del cavolo, me lo immaginavo già stampato sulla sua faccia. Giovanni si era accorto della mia espressione, perché si è tirato su i jeans con un gesto rapido, abbottonandosi la cintura con un clang metallico.
“Che cazzo hai visto?” ha chiesto, la voce ancora un po’ roca ma già tornata autoritaria. Si è girato verso la porta, gli occhi socchiusi, ma non c’era più niente. L’ombra era sparita. O almeno così sembrava.
“Niente,” ho mentito, con la gola secca. Mi sono passato una mano sulla bocca, cercando di pulirmi alla bell’e meglio, ma sentivo ancora tutto il casino che avevo in faccia. “Mi sembrava… non lo so, un rumore. Niente di che.” Non volevo dirgli che probabilmente Andrea ci aveva beccati. Non volevo affrontare quella conversazione. Non ora. Non con le ginocchia che ancora mi dolevano per il pavimento freddo e la testa che girava per quello che era appena successo.
Giovanni mi ha guardato per un lungo secondo, come se stesse cercando di capire se stessi dicendo la verità o no. Poi ha scrollato le spalle. “Saranno stati i ragazzi in corridoio. Sempre a fare casino.” Ha fatto un passo indietro, appoggiandosi di nuovo alla scrivania, e mi ha fatto segno di alzarmi. “Tira su quel culo, Diego. Non puoi stare lì tutta la giornata.”
Mi sono alzato lentamente, con le gambe che tremavano un po’. Mi sentivo un disastro, dentro e fuori. Non riuscivo nemmeno a guardarlo negli occhi. Cosa gli passava per la testa? Mi aveva appena usato come un giocattolo, e adesso faceva finta di niente, come se fossimo solo due colleghi che avevano appena discusso di un turno di lavoro. Ma dentro di me c’era un casino di emozioni: umiliazione, sì, ma anche una specie di euforia che non riuscivo a spegnere. Non so dire di no, lo sapevo bene. E in quel momento, non ero sicuro di volerlo fare.
“Non dire niente a nessuno,” ha aggiunto Giovanni, con un tono che non ammetteva repliche. “Questa cosa resta tra noi. Chiaro?”
“Chiaro,” ho mormorato, annuendo. Ma dentro di me sapevo che non era così semplice. Se Andrea ci aveva davvero visti, non sarebbe rimasto zitto. Non era il tipo. E quella consapevolezza mi pesava sullo stomaco come un macigno.
Il giorno dopo, la comunità sembrava la solita giungla. I ragazzi urlavano in sala comune, qualcuno aveva rovesciato del succo sul tavolo e nessuno si degnava di pulire, e io mi sentivo come un automa che si muoveva senza davvero essere presente. Ogni tanto incrociavo lo sguardo di Giovanni, ma lui era impassibile, come se ieri non fosse successo niente. Io invece non riuscivo a concentrarmi. Ogni rumore, ogni movimento, mi faceva sobbalzare. Aspettavo il momento in cui Andrea avrebbe tirato fuori la bomba. E non ho dovuto aspettare tanto.
Era tardo pomeriggio, stavo cercando di mettere ordine in un armadietto pieno di cartelle quando l’ho sentito arrivare. Quel passo strascicato, quel modo di muoversi come se tutto gli appartenesse. Mi sono girato e l’ho trovato appoggiato allo stipite della porta, con le braccia incrociate e quel ghigno del cazzo sulla faccia. Andrea, magro ma con un’aria da duro, i capelli rasati e quei tatuaggi mal fatti sul collo che sembravano fatti con una biro. Mi guardava come un predatore che aveva già deciso come sbranarmi.
“Ehi, educatore,” ha detto, con quella voce strascicata che grondava provocazione. “Hai un secondo? Devo parlarti di una cosa… privata.”
Ho sentito un brivido lungo la schiena. Sapevo cosa stava per succedere. Ho chiuso l’armadietto con un gesto brusco, cercando di sembrare tranquillo, ma le mani mi tremavano. “Che vuoi, Andrea?” ho chiesto, con un tono che voleva essere fermo ma usciva patetico.
Lui ha riso, una risata breve e secca, e ha fatto un passo dentro la stanza, chiudendosi la porta alle spalle. Eravamo nella piccola sala archivi, un buco pieno di scatoloni e puzza di muffa. Nessuno sarebbe venuto a disturbarci. “Oh, niente di che,” ha detto, infilandosi le mani nelle tasche dei jeans larghi. “Volevo solo dirti che ieri ho visto una cosa… interessante. Molto interessante.”
Il cuore mi è sprofondato nello stomaco. Ho cercato di fare il vago, passandomi una mano tra i capelli. “Non so di cosa parli,” ho detto, ma la mia voce era un disastro. Lui lo sapeva. E lo sapeva che io sapevo.
“Sicuro?” ha insistito, inclinando la testa. Il suo ghigno si è allargato, mostrando i denti leggermente storti. “Perché io ti ho visto, Diego. In ginocchio, con la bocca piena. Non proprio il comportamento da educatore modello, eh?”
Mi sono sentito gelare. Non c’era modo di negare. Mi aveva visto. Aveva visto tutto. Ho aperto la bocca per dire qualcosa, qualsiasi cosa, ma lui mi ha interrotto alzando una mano.
“Non fare lo stronzo che nega. Lo sappiamo entrambi. E sai che c’è? Non me ne frega un cazzo di chi ti scopi o chi ti scopa. Ma visto che sei così… disponibile, ho pensato che potresti fare un favore anche a me.” Ha fatto un altro passo avanti, e io istintivamente ho fatto un passo indietro, urtando uno scatolone. “Adesso tocca a me. Non è giusto che solo Giovanni si diverta, no?”
Le sue parole mi hanno colpito come uno schiaffo. Non so dire di no, lo sapevo, ma in quel momento sentivo anche una scarica di adrenalina, un misto di paura e qualcosa di più oscuro. Andrea non era Giovanni. Non aveva la sua autorità naturale, il suo carisma. Era solo un teppistello arrogante che pensava di potermi manovrare. Ma c’era qualcosa nel suo modo di guardarmi, in quel ghigno, che mi faceva sentire piccolo, vulnerabile… e, cazzo, anche attratto.
“Andrea, non è il momento,” ho provato a dire, ma la mia voce era debole, quasi un sussurro. Lui ha riso di nuovo, scuotendo la testa.
“Oh, è sempre il momento. Dai, non fare il difficile. Tanto lo so che ti piace. Ieri non sembravi tanto schifato.” Si è avvicinato ancora, fino a che non sono stato praticamente incastrato tra lui e gli scatoloni. Sentivo il suo odore, un misto di sudore e fumo di sigaretta, e vedevo i dettagli del suo viso: la cicatrice sopra il sopracciglio, gli occhi chiari che brillavano di malizia. “Allora, ci stai o no? O devo andare a raccontare a tutti che bel lavoretto fai al tuo capo?”
La minaccia era chiara. E anche se una parte di me voleva mandarlo al diavolo, l’altra parte, quella che non sa dire di no, stava già cedendo. Ho abbassato lo sguardo, sentendo le guance bruciarmi. “Va bene,” ho mormorato, odiandomi per ogni sillaba. “Ma fai in fretta.”
Il suo ghigno si è trasformato in un sorriso trionfante. “Bravo, educatore. Sapevo che avresti capito.” Si è appoggiato a uno scatolone, con un’aria rilassata che mi faceva venir voglia di dargli un pugno. “Allora, che aspetti? Inginocchiati. Sai come funziona.”
Ho stretto i pugni, con le unghie che mi scavavano nei palmi. Ogni fibra del mio corpo urlava di ribellarmi, ma non ci riuscivo. Lentamente, con il cuore che mi martellava nel petto, mi sono abbassato, posando le ginocchia sul pavimento polveroso. Lui mi guardava dall’alto, con un’espressione di pura arroganza, e ha slacciato la cintura con un gesto lento, quasi teatrale. Il suono della zip che si abbassava mi ha fatto sobbalzare, ma non ho distolto lo sguardo. Non potevo.
“Vedi? Non è così difficile,” ha detto, tirando fuori il cazzo dai boxer. Era già mezzo duro, e io non potevo fare a meno di notare ogni dettaglio: la pelle leggermente più scura, la forma snella ma definita, l’odore forte che mi arrivava dritto al naso. “Dai, apri quella bocca. Fammi vedere quanto sei bravo.”
Ho deglutito, con la gola secca, e ho aperto le labbra, sentendo un’ondata di vergogna mischiata a desiderio. Non volevo essere lì, non volevo farlo, ma c’era una parte di me che lo voleva eccome. Ho chiuso gli occhi per un secondo, cercando di spegnere il cervello, e poi ho sentito la sua mano sulla mia testa, che mi guidava verso di lui. Il primo contatto è stato un pugno nello stomaco: il sapore salato, la consistenza dura, il calore che mi riempiva la bocca. Ho cercato di respirare dal naso, ma era difficile con lui che già iniziava a spingere, con movimenti decisi ma non violenti come quelli di Giovanni.
“Ecco, così,” ha detto Andrea, con un tono compiaciuto. “Non male, educatore. Scommetto che ci hai preso gusto, eh?” La sua voce era carica di scherno, ma io non rispondevo. Non potevo. Ero concentrato sul ritmo, sul cercare di non soffocare, sulle sue dita che mi stringevano i capelli con poca delicatezza. Sentivo il pavimento sotto di me, la polvere che mi irritava le ginocchia, e il suono bagnato dei miei movimenti che riempiva la stanza. Ogni tanto mi lasciava un attimo per respirare, e io ansimavo, con la saliva che mi colava sul mento, ma lui non perdeva tempo a rimettermi al lavoro.
“Guardami,” ha ordinato a un certo punto, e io ho aperto gli occhi, incontrando i suoi. Erano pieni di un misto di divertimento e potere, e mi facevano sentire ancora più piccolo. “Voglio vederti mentre lo fai. Voglio vedere quanto ti piace essere il mio giocattolino.” Ha spinto un po’ più forte, e io ho cercato di tenere il ritmo, con la lingua che scivolava lungo di lui, sentendo ogni dettaglio. Il suo odore, il sapore, i suoi gemiti bassi: tutto mi avvolgeva, togliendomi ogni possibilità di pensare.
“Cazzo, sei proprio bravo,” ha detto dopo un po’, con la voce che iniziava a spezzarsi. “Se vai avanti così, finisco presto.” Quelle parole mi hanno dato una scarica, anche se non volevo ammetterlo. Ho accelerato, muovendo la testa con più decisione, e lui ha stretto i denti, lasciandosi sfuggire un gemito più forte. Sentivo il suo cazzo pulsare nella mia bocca, sempre più duro, e sapevo che era vicino. “Sto per venire, educatore,” ha ringhiato, con un ultimo avviso, ma io non mi sono tirato indietro. Quando è successo, è stato improvviso e intenso: un’esplosione calda e densa che mi ha riempito la bocca. Ho cercato di deglutire, ma era troppo, e un po’ mi è colato lungo il mento. Lui ha tirato indietro la testa, con un lungo sospiro, e mi ha lasciato andare i capelli, guardandomi con un’espressione di pura soddisfazione.
Sono rimasto lì, in ginocchio, ansimando, con il viso un disastro e il respiro corto. Andrea si è tirato su i jeans con calma, riallacciandosi la cintura, e mi ha guardato dall’alto con quel ghigno che ormai conoscevo fin troppo bene. “Non male, Diego. Magari ci rifacciamo un altro giro, prima o poi.” Ha fatto un passo indietro, aprendo la porta con un gesto pigro. “E non preoccuparti, il tuo segreto è al sicuro. Per ora.”
Non ho detto niente. Non potevo. Sono rimasto lì, con le ginocchie doloranti e la testa vuota, guardandolo sparire oltre la porta. Non c’era rimpianto, non c’era giudizio. Solo una strana calma, come se avessi accettato quello che ero, almeno per il momento. E, in fondo, non so dire di no. Forse non ci proverò nemmeno.
