Racconti Piccanti
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Notti parigine (parte 3)

Notti parigine (parte 3)

09 Marzo 2026·5 min di lettura

La terza sera non è arrivata per caso. Era inevitabile, come una valanga che accumula neve piano piano e poi crolla. Dopo le prime due notti, il dormitorio non era più solo un posto dove dormire: era diventato un’arena silenziosa dove tutti sapevano cosa era successo, ma nessuno lo nominava alla luce del giorno. Durante il giorno eravamo i soliti: caffè amaro, lezioni noiose, battute sul prof che pronunciava “commerce” come se fosse una parolaccia. Ma la sera, quando la porta si chiudeva e le luci si abbassavano, l’aria cambiava. Si sentiva. Nei silenzi. Negli sguardi che scivolavano sul mio culo quando mi chinavo a prendere una bottiglia dal frigo. Nelle erezioni che nessuno nascondeva più sotto i pantaloncini da ginnastica.

Quella sera abbiamo deciso di non uscire. Enrico è tornato dal Monoprix con due confezioni da dodici birre Leffe e una bottiglia di rum agricole da 40 gradi che puzzava di canna da zucchero bruciata. Abbiamo mangiato pizze surgelate direttamente dalla scatola, seduti sui letti, ridendo di stronzate: il modo in cui il prof diceva “merci beaucoup” con l’accento del sud, la tipa del bar che aveva guardato Fabio troppo a lungo. Ma l’alcol saliva veloce, troppo veloce. Shot di rum puro, poi mischiato con cola calda. Alle undici e mezza eravamo già sbronzi marci, le risate sguaiate, le battute pesanti che uscivano senza filtro.

È stato Fabio a far scattare la molla, come al solito. Si è alzato barcollando, ha spento la luce centrale con un colpo secco, lasciando solo le abat-jour che facevano ombre lunghe sui muri. Ha guardato tutti, poi me.

«Basta cazzate. Luca… stasera ti sfondiamo il culo. Tutti. Fino in fondo. Niente mezze misure.»

La sua voce era impastata, aggressiva, ma gli occhi brillavano di una fame che non era solo alcol. Gli altri hanno annuito, muti. Matteo ha provato a dire qualcosa – «Ehi, andiamo piano stavolta…» – ma la frase gli è morta in gola quando ha visto che io non dicevo no.

Ho sentito il cuore battermi nelle orecchie, un misto di terrore e desiderio malato. Il culo mi doleva ancora un po’ dalla notte prima, ma sotto c’era quel calore traditore che si accendeva ogni volta che pensavo a loro dentro di me.

«Ok» ho sussurrato. «Ma usate tanto lubrificante. E… se dico stop, fermatevi.»

Enrico ha riso, una risata bassa e cattiva.

«Tranquillo, principessa. Se dici stop… ti leghiamo e continuiamo lo stesso.»

Hanno riso tutti, ma era una risata nervosa, ubriaca. Mi hanno fatto mettere sul mio letto, a quattro zampe, lenzuola tirate via. Nudo. Ginocchia aperte, culo in su, testa bassa. Fabio ha preso il lubrificante, ne ha spremuto una quantità esagerata sulle dita e me le ha infilate dentro senza preavviso. Due dita subito, girando forte, pompando. Ho gemuto, un suono strozzato.

«Cazzo quanto è aperto già… ieri vi abbiamo lavorato bene, eh troia?»

Davide si è messo davanti, cazzo duro in mano, me l’ha strusciato sulle labbra.

«Apri. Succhia mentre ti prepariamo.»

Ho aperto. Lui è entrato piano, poi ha iniziato a spingere in gola. Saliva che colava, lacrime che uscivano per riflesso. Dietro, Enrico ha preso il posto di Fabio: tre dita adesso, spalancandomi, bruciore che saliva fino alla pancia.

«Senti come si allarga… sembra un guanto di lattice bagnato.»

Poi il primo cazzo vero. Enrico. Grosso, venoso. Ha sputato sul buco, ha premuto la cappella e ha spinto d’un colpo. Ho urlato intorno al cazzo di Davide, un urlo soffocato che è diventato gemito quando è entrato tutto. Ha iniziato a pompare pesante, mani sui fianchi che stringevano fino a lasciare segni.

«Prendilo tutto, puttana. Senti come ti apro… tuo marito non ti ha mai scopato così, eh?»

Non ero sposato, ma la battuta ha fatto ridere gli altri. Ridevano mentre mi scopavano, turni rapidi, ubriachi e senza ritegno. Davide mi ha scopato la gola mentre Enrico mi sfondava il culo, ritmo alternato: quando uno entrava, l’altro usciva. Schiocchi bagnati, gemiti miei strozzati, grugniti loro.

Matteo dopo. Più gentile all’inizio, entrava lento, ma l’alcol lo ha reso brutale: spinte profonde, schiaffi sul culo che rimbombavano.

«Cazzo Luca… sei stretto da morire… ma ti piace, vero? Dimmi che ti piace essere il nostro buco.»

«Sì… cazzo sì… scopatemi…»

Paolo mi ha girato sulla schiena, gambe sulle sue spalle, culo sollevato. Mi ha inculato così, guardandomi negli occhi mentre pompava.

«Guarda come trema… gli stiamo rovinando il culo per sempre.»

Fabio ultimo turno lungo: il più grosso, il più pesante. Mi ha messo a pancia in giù, culo in su, ha premuto con tutto il peso. Ogni spinta mi faceva sbattere la faccia nel cuscino. Dolore lancinante, bruciore che non passava più.

«Urla, troia. Urla forte. Voglio sentirti implorare.»

Ho implorato. «Basta… fa troppo male… piano…» Ma loro ridevano, continuavano.

«Zitto e prendi. Sei fatto per questo.»

Hanno fatto giri infiniti. Doppia: uno in culo, uno in bocca. Tripla quasi: uno in culo, uno in gola, mani che mi segavano il cazzo mentre venivo senza controllo, schizzi sulla pancia che si mischiavano al lubrificante e allo sperma che colava fuori dal culo.

Alla fine sono venuti dentro, quasi tutti. Enrico per primo: pompate violente, grugnito animale, sperma caldo che mi riempiva fino a traboccare.

«Prendi la mia sborra… senti come ti inondo il culo, puttana.»

Davide dentro, Matteo dentro, Paolo sulla schiena, Fabio in bocca mentre mi teneva la testa per i capelli.

Ero distrutto. Culo gonfio, pulsante, dolorante da non poter chiudere le gambe. Sperma che colava tra le chiappe, sulla schiena, sul viso. Lacrime vere, singhiozzi silenziosi. Loro ridevano ancora, ubriachi, esausti.

«Cazzo che spettacolo… Luca il nostro sfondato ufficiale.»

«Domani non cammina.»

Si sono buttati sui letti, russando quasi subito.

Io sono rimasto lì, immobile, a pancia in giù, culo in fiamme, mente vuota. Piangevo piano, piano, sentendomi sporco, usato, rotto. Pensavo: “Che cazzo ho fatto? Sono solo un buco per loro. Niente di più.”

Poi un rumore. Matteo si è alzato dal suo letto. È venuto da me, si è sdraiato dietro, mi ha abbracciato forte da dietro. Braccia intorno al mio petto, gamba sopra la mia, respiro caldo sul collo.

«Luca… ehi… stai bene?»

Voce bassa, spezzata. Non ubriaca più. Compassione vera.

Ho scosso la testa, singhiozzando.

«Fa male… tanto… mi hanno… distrutto.»

«Lo so… mi dispiace. Siamo stati degli stronzi. Troppo ubriachi, troppo… egoisti.»

Mi ha accarezzato i capelli, piano, come se fossi fragile.

«Non sei solo questo per me. Non sei un buco. Sei… Luca. E mi piaci. Davvero.»

Mi ha baciato la nuca, leggero. Non sessuale. Solo conforto.

«Dormi. Ti tengo io. Domani ti porto dal medico se serve. O ti coccolo tutto il giorno. Ok?»

Ho annuito, lacrime che continuavano ma più lente.

Siamo rimasti così, abbracciati stretti nel letto stretto. Il suo calore contro la mia schiena dolorante, il suo respiro regolare che mi cullava. Gli altri russavano. Io ho chiuso gli occhi, esausto, distrutto, ma stranamente… non solo.

Forse era finita. Forse no.

Ma quella notte, per la prima volta, non mi sono sentito solo un oggetto.

Mi sono sentito tenuto.

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