Racconti Piccanti
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Voti bassi, culo in alto

Voti bassi, culo in alto

25 Marzo 2026·9 min di lettura

Mi chiamo Luca, ho ventidue anni e studio ingegneria all’università. Sono sempre stato il tipo silenzioso, quello che preferisce i libri alle feste, quello che si chiude in camera a risolvere equazioni mentre gli altri si ubriacano. Non che mi dispiaccia, intendiamoci: i voti parlano per me. Sono sempre stato il migliore del corso, e questo mi dà una soddisfazione che non scambierei con niente al mondo. Ma c’è qualcuno che non l’ha mai digerita, questa cosa. Marco. Venticinque anni, un ego grande come una casa, il classico tipo che deve sempre dimostrare qualcosa. È estroverso, parla con tutti, ha quella sicurezza che a volte sfocia nell’arroganza. E, diciamocelo, è un po’ uno stronzo. Tra noi c’è sempre stata una rivalità tacita, un gioco di sguardi e provocazioni che non abbiamo mai avuto il coraggio di affrontare apertamente. Lui sa che sono più bravo, e questo lo fa impazzire.

Un mese fa, con un esame tosto all’orizzonte, abbiamo deciso di studiare insieme. Non so nemmeno perché ho accettato. Forse perché, in fondo, volevo vedere se riuscivo a stargli davanti anche da vicino. Ci siamo trovati a casa sua, un monolocale disordinato con un tavolo pieno di appunti e un divano che ha visto giorni migliori. Le prime sere sono andate lisce: ci interrogavamo a vicenda, ripassavamo formule, ci prendevamo in giro ogni tanto. Poi, una sera, Marco ha tirato fuori un’idea.

“Facciamo un gioco,” ha detto, con quel sorrisetto che mi fa venire i nervi. “Ogni volta che sbagli una risposta, prendi cinque sculacciate. Sopra i vestiti, tranquillo. Così ti motivi a non fare figuracce.”

Ho riso, pensando fosse uno scherzo. “E se sbagli tu?”

“Idem. Ma non sbaglierò, tranquillo.” Ha alzato un sopracciglio, sfidandomi. “Che dici, ci stai?”

Non so perché ho detto di sì. Forse per non sembrare un codardo. Forse perché, sotto sotto, mi intrigava l’idea di vedere fino a dove sarebbe arrivato. Così abbiamo iniziato. Le prime volte erano risate e colpi leggeri, più per scherzo che per altro. Ma poi è successo qualcosa che non mi aspettavo. Ogni volta che Marco mi colpiva, sentivo una strana scarica, un misto di imbarazzo e… eccitazione. Non riuscivo a spiegarmelo. Il bruciore sulle natiche, il suono secco della sua mano che si abbatteva sui jeans, il modo in cui mi guardava con quel ghigno soddisfatto. Mi piaceva. E ho iniziato a sbagliare apposta.

“Ma che cazzo, Luca, di nuovo?” ha detto una sera, dopo che avevo dato una risposta volutamente sbagliata. Eravamo al tavolo, circondati da libri e fogli sparsi. “Sei proprio una frana oggi. Vieni qui, sai cosa ti aspetta.”

Mi sono alzato, rosso in faccia, e mi sono chinato sul tavolo, appoggiando le mani sul legno freddo. Marco si è messo dietro di me, ridendo. “Cinque, contale ad alta voce.”

Uno. Due. Tre. Quattro. Cinque. Ogni colpo era più forte del precedente, e il calore che si diffondeva sotto i vestiti mi faceva stringere i denti. Ma non era solo dolore. Era qualcos’altro. Qualcosa che mi faceva fremere dentro.

“Ti piace, eh?” ha detto Marco, con un tono che non era più solo scherzoso. Mi ha guardato negli occhi, e ho capito che aveva intuito tutto. “Non fare finta di niente. Sbagli apposta, vero? Ti piace farti mettere in riga.”

Ho provato a negare, balbettando qualcosa, ma lui non mi ha lasciato parlare. “Non raccontare cazzate. Lo vedo da come ti muovi. Sei patetico. Vieni qui, vediamo quanto ti piace davvero.”

Da quella sera, il gioco ha preso una piega diversa. Marco ha iniziato a colpire più forte, a non limitarsi a cinque colpi. Mi faceva piegare sul tavolo, sui braccioli del divano, persino in piedi contro il muro. E ogni volta i suoi insulti diventavano più taglienti, più umilianti. “Guarda come ti riduci, il secchione del corso che si fa sculacciare come un ragazzino. Che delusione.” Il suo tono era un misto di derisione e sadismo, e io, maledizione, non riuscivo a smettere di lasciarlo fare. Il bruciore era sempre più intenso, la pelle sotto i vestiti diventava rossa e sensibile, ma continuavo a sbagliare, a dargli scuse per colpirmi.

Una sera, però, ho raggiunto il limite. Dopo una serie di risposte sbagliate – volutamente, come sempre – Marco ha perso la pazienza. “Basta con queste cazzate,” ha detto, alzandosi dalla sedia con un’espressione dura. “Adesso vediamo quanto reggi davvero.” Mi ha fatto piegare sul tavolo, e i colpi sono arrivati uno dopo l’altro, sempre più forti, senza sosta. Non erano più cinque. Erano dieci, quindici, venti. Il dolore era insopportabile, un fuoco che mi consumava. Sentivo le lacrime pizzicarmi gli occhi, e alla fine non ce l’ho più fatta.

“Ti prego, basta,” ho detto, con la voce rotta. “Farò qualsiasi cosa, ma smettila. Non ce la faccio più.”

Marco si è fermato, ansimando leggermente. Mi ha guardato dall’alto, con un sorriso crudele. “Qualsiasi cosa, eh? Bene, vediamo se sei di parola.” Si è seduto sul divano, incrociando le braccia. “Spogliati. Tutto. Voglio vedere quanto sei disposto a umiliarti per me.”

Ho esitato, con il cuore che mi martellava nel petto. Il sedere mi bruciava ancora, un calore pulsante che mi ricordava ogni singolo colpo. Ma il modo in cui mi guardava, con quella sicurezza spietata, mi ha spinto a obbedire. Mi sono tolto la maglietta, i pantaloni, i boxer. Ero nudo davanti a lui, vulnerabile, con la pelle arrossata e il viso in fiamme per la vergogna.

“Non male,” ha detto Marco, squadrandomi senza pudore. “Adesso vieni qui. Inginocchiati.” Ha indicato il pavimento davanti a lui, e io, con le gambe che tremavano, ho obbedito. “Sai cosa voglio. E sai che non hai scelta.”

Ho deglutito, sentendo il sapore amaro della saliva in bocca. Le sue parole erano un ordine, e io mi sentivo incapace di resistere. Mi sono avvicinato, con le mani che tremavano mentre slacciavo la cintura dei suoi jeans. Il tessuto era ruvido sotto le dita, e quando ho abbassato la zip, ho sentito l’odore del suo corpo, un misto di sudore e calore che mi ha fatto girare la testa. Ho tirato fuori il suo membro, già duro, e la sua dimensione mi ha colpito: era spesso, pesante tra le mani, con vene che spiccavano sulla pelle tesa.

“Avanti, non fare il timido,” ha detto, con un tono che trasudava scherno. “Fammi vedere quanto sei bravo con quella bocca da secchione. Scommetto che non hai mai fatto una cosa del genere, vero?”

Ho scosso la testa, incapace di parlare. Poi ho chinato il capo, sentendo il calore della sua pelle contro le labbra. Il sapore era forte, salato, con un retrogusto che non riuscivo a definire. Ho iniziato a muovermi, goffo all’inizio, ma Marco non mi ha dato tempo di abituarmi. Mi ha afferrato i capelli, spingendomi più in profondità, e ho sentito la gola stringersi, il bisogno di respirare che cresceva.

“Così, bravo,” ha grugnito, con la voce roca. “Non fermarti. Fammi vedere quanto ti piace succhiarmelo. Sei proprio una puttanella, eh? Il primo della classe che si inginocchia per me. Che cazzo di ironia.”

Le sue parole mi bruciavano più delle sculacciate, ma non riuscivo a smettere. Il suono dei miei movimenti riempiva la stanza, un rumore umido e osceno che si mescolava al suo respiro pesante. Le sue mani nei miei capelli erano ferme, possessive, e ogni tanto mi dava uno schiaffo leggero sulla guancia, solo per ricordarmi chi comandava. “Più forte, dai. Non essere timido. Voglio sentirti soffocare.”

Non so quanto tempo sia passato. Minuti, forse. Il mio viso era un disastro, con la saliva che mi colava sul mento, e il suo odore mi impregnava le narici. Alla fine si è tirato indietro, con un sorriso soddisfatto. “Non male per essere la prima volta. Ma non abbiamo ancora finito. Alzati. Girati.”

Ho obbedito, con il corpo che tremava. Mi ha fatto piegare sul divano, con le mani appoggiate allo schienale. Sentivo il tessuto ruvido sotto i palmi, e il bruciore sulle natiche era ancora lì, un ricordo pulsante dei colpi di prima. Marco si è posizionato dietro di me, e ho sentito il rumore di un preservativo che veniva aperto, il fruscio della plastica che si mescolava al battito del mio cuore.

“Rilassati,” ha detto, con un tono che non aveva nulla di rassicurante. “O farà più male. E fidati, non vuoi che faccia male più di così.”

Ho sentito la pressione del suo membro contro di me, e il primo istante è stato un’esplosione di dolore, un bruciore che mi ha fatto stringere i denti. Era grosso, troppo grosso, e ogni centimetro che spingeva dentro sembrava strapparmi un pezzo di dignità. Ma c’era anche qualcos’altro, un piacere strano e distorto che si mescolava al male, che mi faceva ansimare nonostante tutto.

“Ti piace, vero?” ha detto Marco, iniziando a muoversi con spinte lente ma profonde. “Guarda come ti riduci. Il più intelligente del corso che si fa inculare sul mio divano. Dimmi quanto ti piace, dai. Voglio sentirtelo dire.”

Ho provato a resistere, a tenere la bocca chiusa, ma un’altra spinta più forte mi ha strappato un gemito. “Sì… mi piace,” ho mormorato, con la voce spezzata. “Non fermarti.”

Il suo ritmo è aumentato, ogni movimento un misto di dolore e piacere che mi faceva tremare. Sentivo il calore del suo corpo contro il mio, il sudore che ci incollava la pelle, l’odore acre che riempiva l’aria. Le sue mani mi stringevano i fianchi, le dita che affondavano nella carne, lasciandomi segni che avrei sentito per giorni. “Sei proprio una troia,” ha ringhiato, con un tono che grondava sadismo. “Ti piace prendertelo tutto, eh? Dimmi quanto lo vuoi. Supplicami.”

“Ti prego, continua,” ho detto, con la voce che mi tradiva. “Voglio sentirti tutto. Non smettere.”

Le sue risate erano taglienti, un suono che mi umiliava ancora di più. Ha cambiato posizione, spingendomi più in basso, facendomi appoggiare il petto sul divano mentre mi sollevava il bacino. Ogni spinta era un’esplosione, un ritmo martellante che mi faceva perdere il senso del tempo. Il suono dei nostri corpi che si scontravano era assordante, un rumore crudo che si mescolava ai suoi grugniti e ai miei gemiti involontari. Sentivo il suo fiato caldo sul collo, le sue parole sporche che mi martellavano la testa. “Ti piace farti dominare, vero? Tutta quella superiorità, e guarda come finisci. Con il culo in aria per me. Sei patetico.”

Non so quanto sia durato. Il dolore si era trasformato in un calore intenso, un piacere che mi scuoteva da dentro. Ogni movimento, ogni spinta, era come un’onda che mi travolgeva. Marco ha accelerato ancora, le sue mani che mi stringevano con forza, e ho sentito il suo respiro diventare irregolare, i suoi grugniti più profondi. “Ci sono quasi,” ha detto, con la voce tesa. “Dimmi dove lo vuoi. Dai, parla.”

“Ovunque,” ho ansimato, incapace di pensare. “Fallo e basta.”

Con un ultimo affondo, si è tirato fuori, strappandomi un ultimo gemito di dolore e sollievo. Ho sentito il calore del suo orgasmo sulla mia schiena, un liquido caldo che mi colava sulla pelle mentre lui ansimava sopra di me. Mi sono accasciato sul divano, con il corpo tremante, il respiro corto, il sedere che bruciava e il resto di me che sembrava non appartenermi più. Marco si è seduto accanto a me, con quel ghigno soddisfatto che non abbandonava mai il suo viso.

“Beh, secchione, direi che hai imparato la lezione,” ha detto, con un tono che trasudava arroganza. “La prossima volta che sbagli una risposta, sai cosa ti aspetta. E non saranno solo cinque sculacciate.”

Mi sono girato a guardarlo, con il viso ancora rosso e il corpo dolorante. Non ho detto niente. Non c’era niente da dire. Sapevo che avrei sbagliato di nuovo. E sapevo che lui lo sapeva.

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