Racconti Piccanti
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Obbedisci e ingoia, cazzo

Obbedisci e ingoia, cazzo

10 Marzo 2026·5 min di lettura

Sono Marco, ho 32 anni, e la mia vita è un cazzo di casino ordinato. Manager in una multinazionale, sempre in giacca e cravatta, sempre a controllare tutto: numeri, persone, persino il tono di voce. Ma sotto sotto sono un disastro. Stressato, con un fisico che non è una merda totale ma neanche un granché. Un po’ di pancia, spalle curve da troppe ore alla scrivania. Per questo ho deciso di iscrivermi in palestra, ma non volevo farmi vedere da nessuno. Non sopporto gli sguardi, le risatine. Così ho prenotato sessioni individuali alle sette del mattino, quando la palestra è deserta. E lì ho conosciuto Samir.

Samir ha 26 anni, è il mio personal trainer, e cazzo, sembra scolpito nel marmo. Muscoli definiti, pelle liscia, un sorriso che ti sfida senza nemmeno aprir bocca. È diretto, non ha tatto, ti dice le cose in faccia. La prima volta che l’ho visto mi ha squadrato e ha detto: “Ok, vediamo quanto resisti.” Non so perché, ma quelle parole mi hanno fatto salire un brivido. Non era solo per l’allenamento. C’era qualcosa in lui, nella sua sicurezza, che mi faceva venir voglia di abbassare la testa e dire “sì, signore”. Ma in pubblico sono sempre stato uno che comanda, non uno che obbedisce. Eppure, dentro di me, sentivo che volevo essere messo alla prova. Da lui.

Le prime sessioni sono state dure ma normali. Mi faceva sudare, mi correggeva la postura, mi diceva “spingi di più, non fare la femminuccia”. Ogni volta che mi parlava così, con quel tono autoritario, sentivo qualcosa smuoversi dentro. Non era solo stanchezza o dolore muscolare. Era una specie di tensione, un misto di imbarazzo e desiderio. Una mattina, dopo un mese di allenamenti, mentre facevamo stretching, mi ha messo una mano sulla schiena per spingermi in avanti. Il suo tocco era fermo, caldo, e ho sentito il cuore battermi più forte. “Rilassati, Marco, non sei di legno,” ha detto con una risata. Io ho bofonchiato qualcosa, rosso in faccia, cercando di nascondere che quel contatto mi aveva mandato in tilt. Lui ha sorriso, un sorrisetto furbo, come se avesse capito tutto.

Da quel giorno, la tensione è cresciuta. Ogni sessione era un gioco di sguardi, di parole taglienti da parte sua e di risposte balbettanti da parte mia. Mi sentivo un idiota, ma non riuscivo a smettere di pensare a lui. E lui lo sapeva. Alle 7:10 di un martedì, palestra vuota, solo il rumore dei nostri respiri e delle macchine in sottofondo, mi ha guardato e ha detto: “Oggi facciamo una cosa diversa. Voglio vedere se sai obbedire.” Ho sentito un nodo allo stomaco. Non era una richiesta, era un ordine. Mi ha fatto fare una serie di flessioni, ma con un peso ridicolo, una cosa umiliante per chiunque. “Non lamentarti, fai quello che ti dico,” mi ha detto, incrociando le braccia e guardandomi dall’alto. Non era l’esercizio a bruciarmi, era il modo in cui mi guardava. Come se sapesse che non stavo solo sudando per lo sforzo.

Dopo quella serie patetica, mi ha detto di sedermi su una panca bassa. Ero sudato, ansimante, e lui si è messo davanti a me, a un passo di distanza. Troppo vicino. “Hai fatto quello che ti ho detto. Bravo,” ha mormorato, con un tono che mi ha fatto rabbrividire. Poi si è abbassato, il viso a pochi centimetri dal mio, e ha aggiunto: “Ma non è finita. Voglio vedere fino a dove arrivi.” Non so come, ma ho capito subito cosa intendeva. Il cuore mi batteva all’impazzata, una parte di me voleva alzarsi e andarsene, ma l’altra… l’altra voleva solo obbedire. Ho abbassato lo sguardo, e lui ha riso piano. “Lo sapevo.”

Mi ha fatto cenno di avvicinarmi, e io, come un coglione, ho fatto un passo avanti, ancora seduto sulla panca. Lui si è tirato giù i pantaloni della tuta, e ho visto il rigonfiamento nei boxer. “Avanti, Marco. Sai cosa fare,” ha detto, con quella voce che non ammetteva repliche. Mi tremavano le mani, ma ho allungato una mano e gli ho abbassato i boxer. Il suo cazzo era lì, duro, grosso, e io non sapevo se fossi più imbarazzato o eccitato. La posizione era umiliante: ero seduto, lui in piedi sopra di me, e dovevo piegare la testa in avanti per arrivare a lui. Mi sentivo vulnerabile, esposto, ma cazzo, era proprio quello a farmelo diventare duro nei pantaloni.

Ho iniziato piano, con la lingua, sentendo il sapore salato della sua pelle. Lui ha emesso un gemito basso, ha messo una mano sulla mia testa, non per forzarmi, ma per guidarmi. “Così, bravo, prendilo tutto,” ha detto, e io ho aperto la bocca, cercando di rilassarmi mentre lo facevo scivolare dentro. Era pesante, caldo, e sentivo ogni vena contro la lingua. La posizione mi faceva male al collo, dovevo stare piegato in modo innaturale, con le mani sulle sue cosce per tenermi in equilibrio. Ogni tanto alzavo gli occhi e vedevo il suo sguardo, quel sorrisetto che diceva “sei mio”. E io lo ero, cazzo. Mi muovevo su e giù, succhiando più forte, sentendo i suoi gemiti crescere. “Oh, sì, continua così, non fermarti,” mi ordinava, e io obbedivo, sentendo il mio stesso cazzo pulsare nei pantaloni senza nemmeno toccarlo.

L’odore del suo sudore, misto a quello della palestra, mi riempiva le narici. Il suono dei miei movimenti, umidi e rumorosi, era l’unica cosa che sentivo oltre ai suoi respiri pesanti. Ogni tanto mi dava un colpetto sulla testa, come per incoraggiarmi, e io acceleravo, prendendolo più in fondo, anche se a volte mi faceva quasi soffocare. “Cazzo, sei bravo,” ha ringhiato, e quelle parole mi hanno fatto andare ancora di più fuori di testa. Non so quanto è durato, ma a un certo punto ha stretto la presa sui miei capelli, ha spinto i fianchi in avanti, e ho sentito un calore improvviso in gola. “Ingoia, Marco, tutto,” ha detto con un gemito, e io l’ho fatto, senza pensarci due volte, sentendo il sapore forte e amaro mentre lui si svuotava dentro di me. Ho tossito un po’, ma non mi sono tirato indietro, con il fiato corto e la faccia rossa.

Quando ha finito, si è tirato su i boxer e i pantaloni senza dire una parola. Mi ha guardato per un secondo, con un’espressione soddisfatta, poi ha detto solo: “Ci vediamo domani.” È andato verso gli spogliatoi per farsi una doccia, lasciandomi lì, seduto sulla panca, con il sapore di lui ancora in bocca e il cuore che batteva come un tamburo. Non so cosa provo, ma non è rimpianto. È solo… voglia. Voglia di vedere cosa succederà domani mattina alle sette.

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