Racconti Piccanti
Racconti Piccanti

Sempre a disposizione

Sempre a disposizione

24 Marzo 2026·8 min di lettura

Non avrei mai pensato che un viaggio di gruppo potesse scavarmi dentro in questo modo. Dopo la rottura con Matteo, cinque anni buttati al vento, avevo bisogno di staccare, di respirare aria nuova. Così, quando un amico mi ha proposto questa settimana lungo la costa mediterranea, ho detto sì senza pensarci due volte. Sole, mare, qualche birra e zero pensieri. Questo era il piano. Ma non avevo messo in conto di ritrovarmi faccia a faccia con Paolo, il fantasma del mio passato, quello che al liceo mi faceva sentire uno straccio e allo stesso tempo mi faceva battere il cuore in un modo che non capivo. E ora, a 27 anni, eccolo qui, davanti a me, con un sorriso che sembra dire tutto e niente, mentre il sole mi brucia la pelle e il sale mi appiccica i capelli.

Siamo arrivati ieri, un gruppo di dieci persone, un misto di facce note e sconosciute. C’è una coppietta che si sbaciucchia ogni cinque minuti, tre ragazze che ridono tra loro ma non sembrano interessate a flirtare con nessuno, e poi Paolo con i suoi due amici, Riccardo e Marco. Riccardo è il classico spaccone, tatuaggi sulle braccia, risata troppo forte, battute volgari che fanno alzare gli occhi al cielo. Marco è più tranquillo, biondo, con un sorrisetto che ti mette a disagio, come se sapesse qualcosa di te che tu non vuoi far sapere. E poi c’è Paolo. Alto, spalle larghe, capelli neri corti, mascella che sembra scolpita. È diverso da come lo ricordavo, più uomo, più sicuro. Al liceo era un bastardo, sempre pronto a prendermi in giro davanti a tutti, ma ora sembra gentile, quasi maturo. O almeno, questo è quello che voglio credere.

I primi due giorni sono passati tra spiagge affollate e bar sulla costa, con il caldo che ti si appiccica addosso e l’odore di salsedine che non va più via. Io e Paolo abbiamo parlato un po’, niente di che, solo chiacchiere su cosa abbiamo fatto dopo il liceo. Gli ho raccontato della mia relazione finita male, del fatto che sono gay – non so perché gliel’ho detto, forse per vedere la sua reazione. Lui ha fatto un mezzo sorriso, ha detto: “Lo immaginavo, sai? Avevi sempre quell’aria un po’… delicata.” Mi ha dato fastidio, ma non ho replicato. Ho solo abbassato lo sguardo, sentendo il sangue salirmi alle guance mentre lui continuava a fissarmi con quei suoi occhi scuri che sembrano leggerti dentro.

Oggi, terzo giorno, il gruppo si è sparpagliato. Alcuni sono rimasti al bungalow a riposare, altri sono andati a fare un giro in paese. Io sono finito a camminare sulla spiaggia con Paolo, solo noi due, mentre il sole tramonta e tinge tutto di un arancione che brucia. La sabbia è ancora calda sotto i piedi nudi, e il rumore delle onde copre il silenzio che c’è tra noi. Non so perché sono qui con lui, ma ogni volta che mi guarda sento qualcosa stringersi nello stomaco, un misto di paura e voglia che non riesco a controllare.

“Non ti dà fastidio il caldo?” mi chiede a un certo punto, rompendo il silenzio. Ha una maglietta bianca aderente che gli segna il petto, e i pantaloncini corti lasciano intravedere le cosce muscolose. Distolgo lo sguardo, fingendo di guardare il mare.

“Ci sono abituato,” rispondo, scrollando le spalle. “E poi, c’è il vento, no?”

Lui ride, una risata bassa, profonda, che mi fa vibrare qualcosa dentro. “Sei sempre stato un po’ fragile, Simo. Ti ricordi al liceo? Bastava una spinta e ti mettevi a frignare.”

Mi irrigidisco. “Non ero fragile. Eri tu che facevi lo stronzo.”

Si ferma, mi guarda con un sorrisetto che non so decifrare. “Forse. Ma a te piaceva, no? Essere messo sotto.”

Le sue parole mi colpiscono come uno schiaffo, ma non so cosa rispondere. Mi limito a fissare la sabbia, sentendo il cuore battermi forte. Lui riprende a camminare, e io lo seguo, come se non avessi scelta. Arriviamo a una zona più isolata della spiaggia, dove le rocce formano una specie di piccola insenatura nascosta. Non c’è nessuno, solo il suono delle onde e il nostro respiro. Paolo si siede su una roccia piatta, le gambe divaricate, e mi fa cenno di sedermi vicino a lui. Lo faccio, anche se ogni fibra del mio corpo mi dice di girarmi e andarmene.

“Lo sai che non sono un sentimentale, vero?” dice all’improvviso, guardandomi negli occhi. “Non mi piace perdere tempo con stronzate. Vado dritto al punto.”

“Che vuoi dire?” chiedo, anche se ho già un’idea di dove voglia andare a parare. La sua voce, il suo tono, il modo in cui mi guarda – tutto mi fa capire che non stiamo per parlare del tempo.

Si avvicina un po’, e sento l’odore del suo sudore misto alla salsedine, un odore forte, maschio, che mi fa girare la testa. “Voglio dire che ho bisogno di svuotarmi, Simo. Niente di complicato, niente drammi. Solo una cosa tra noi. Tu ci stai, no?”

Sento il sangue gelarsi e allo stesso tempo bollire. “Stai scherzando?” riesco a dire, ma la mia voce trema.

“Non scherzo mai su queste cose.” Si alza, si mette davanti a me, e vedo chiaramente il rigonfiamento nei suoi pantaloncini. È evidente, sfacciato, e non fa nulla per nasconderlo. “Non fare il santarellino. Lo so che ci pensi da quando mi hai rivisto. Dai, falla semplice. Un pompino, niente di che. Solo per svuotarmi.”

Mi sento offeso, usato, ma c’è una parte di me che si accende a quelle parole crude, dirette. Lo guardo, i suoi occhi sono fermi, decisi, e il suo sorriso è quasi un ordine. Mi alzo, non so nemmeno perché, e mi ritrovo a pochi centimetri da lui. Il suo respiro è caldo, sa di birra e sale, e il mio cuore batte così forte che ho paura che lo senta.

“Non sono il tuo giocattolo,” dico, ma la mia voce è debole, incerta.

“Non lo sei,” risponde lui, abbassando la zip dei pantaloncini con una mano, senza mai staccare gli occhi dai miei. “Sei solo un amico che mi aiuta a stare meglio. Forza, Simo. Non fare storie.”

Non so come, ma mi ritrovo in ginocchio sulla sabbia, le mani che tremano mentre gli abbasso i pantaloncini e i boxer. Il suo cazzo salta fuori, duro, spesso, più grande di quanto immaginassi, con una vena che pulsa lungo l’asta. L’odore è forte, un misto di sudore e pelle calda che mi colpisce come un pugno. Lo prendo in mano, la pelle è liscia ma bollente, e sento il suo gemito basso quando lo stringo appena.

“Ecco, bravo,” dice, la voce roca, mentre mi spinge la testa verso di lui con una mano. “Fallo come si deve. Non voglio perdere tempo.”

Apro la bocca, lo prendo dentro, e il sapore salato mi riempie i sensi. È duro, pesante sulla lingua, e faccio fatica a muovermi all’inizio. Lui non mi dà tregua, spinge i fianchi in avanti, riempiendomi la bocca fino a farmi quasi soffocare. Sento il suo odore, il suo sapore, il rumore dei suoi gemiti che si mischiano al suono delle onde. La sabbia mi graffia le ginocchia, ma non ci faccio caso. Le sue mani sono nei miei capelli, stringono forte, guidano i miei movimenti.

“Così, Simo, cazzo, sei bravo,” grugnisce, e la sua voce mi fa tremare. “Succhia più forte. Dai, non fare il timido.”

Obbedisco, muovendo la testa più veloce, sentendo la sua asta scivolare dentro e fuori, bagnata della mia saliva. Il calore del suo corpo, il sudore che gli cola lungo l’addome, il modo in cui i suoi muscoli si tendono ogni volta che spingo la lingua contro di lui – tutto mi travolge. Non penso, non ragiono, mi concentro solo sul suo respiro affannoso, sui suoi gemiti sempre più forti.

“Guarda come lo prendi bene,” dice, con una risata bassa, quasi crudele. “Sembra che non hai fatto altro nella vita. Sei nato per questo, eh?”

Le sue parole mi feriscono, ma allo stesso tempo mi spingono a continuare, a dargli quello che vuole. Sento il mio cazzo duro nei pantaloncini, premere contro il tessuto, ma non ci faccio caso. Tutto quello che conta è lui, il suo piacere, il modo in cui mi usa senza alcun riguardo. Spinge più forte, più profondo, e sento le lacrime agli occhi per lo sforzo, ma non mi fermo. Il suo sapore diventa più forte, più acre, e capisco che è vicino.

“Sto per venire, Simo,” ringhia, stringendo i miei capelli così forte che fa male. “Prendilo tutto, non fare casino. Fai il bravo.”

Con un ultimo spinta, esplode nella mia bocca, un fiotto caldo e denso che mi riempie. Fatico a deglutire, il sapore è forte, amaro, ma lo faccio, mentre lui ansima sopra di me, i fianchi che tremano appena. Quando si ritira, mi lascia con la bocca ancora bagnata, il fiato corto, e un senso di vuoto che non so spiegare. Mi pulisco con il dorso della mano, mentre lui si tira su i pantaloncini e mi guarda dall’alto, con quel sorrisetto che odio e desidero allo stesso tempo.

“Grazie, Simo,” dice, battendomi una mano sulla spalla come se avessimo appena finito una partita di calcetto. “Sei stato utile. Ma ricordati, è solo per svuotarmi. Niente stronzate romantiche, chiaro?”

Annuisco, anche se dentro di me qualcosa si rompe. Mi alzo, la sabbia appiccicata alle ginocchia, e lo guardo mentre si allontana verso il bungalow senza voltarsi indietro. Il sole è quasi sparito all’orizzonte, e il freddo della sera inizia a farsi sentire sulla pelle sudata. Non so cosa sto facendo, non so perché gli ho lasciato fare questo, ma una cosa è certa: questa settimana non sarà solo una vacanza. E non so se sono pronto per quello che verrà dopo.

Lascia un commento