Racconti Piccanti
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Mi sono scopato l’amica di mamma

Mi sono scopato l’amica di mamma

11 Marzo 2026·11 min di lettura

Sono le tre di un maledetto pomeriggio di luglio, e sto appiccicato a una sedia di plastica scassata nel cortile dietro casa di mia madre. Fa un caldo che ti scioglie il cervello, l’aria è densa, sa di asfalto bruciato e di erbaccia secca. Sono qui perché mia madre mi ha praticamente obbligato a venire a questa grigliata del cazzo con i suoi amici del quartiere. “Mattia, fai il bravo, non startene sempre chiuso in camera a fumare e a guardare il telefono.” Come se me ne fregasse qualcosa di ‘ste riunioni di vecchi che si lamentano della vita e mangiano salsicce unte. Ho 23 anni, Cristo, non sono un bambino. Ma eccomi qua, con una birra tiepida in mano, a fissare il tavolo pieno di piatti di plastica e avanzi di carne, mentre tutti ridono e parlano di stronzate.

Tra loro c’è Patrizia. La conosco da quando ero un moccioso, è un’amica di mia madre da tipo sempre. Ha 52 anni, ma non è la classica signora che si veste da nonna. No, lei è… piena, ecco. Formosa, con curve che non passano inosservate, anche se cerca di nasconderle sotto magliette larghe e gonne lunghe. Ha i capelli tinti di un castano troppo scuro, che contrastano col suo viso segnato da qualche ruga, e una bocca che sembra sempre sul punto di dire qualcosa di acido. Non è una bellezza da copertina, ma c’è qualcosa in lei che ti fa guardare due volte. Forse è quel modo che ha di muoversi, lento ma sicuro, o il fatto che non sorride mai troppo, come se sapesse sempre qualcosa che tu non sai. Non lo so, ma oggi la sto fissando più del normale. E lei lo ha notato.

È seduta dall’altra parte del tavolo, con un bicchiere di vino bianco in mano, e ogni tanto i suoi occhi incrociano i miei. Non dice niente, ma c’è un’ombra di fastidio sul suo viso, come se volesse dirmi “che cazzo vuoi, ragazzino?”. Io non distolgo lo sguardo. Mi piace metterla in imbarazzo, vedere se abbassa gli occhi per prima. Non lo fa. Invece, si passa una mano sul collo, come per scacciare il caldo, e quel gesto banale mi fa scattare qualcosa dentro. Un pensiero stronzo, di quelli che non dovresti avere per l’amica di tua madre. Ma non ci posso fare niente. Mi annoio, sono incazzato con il mondo, e lei è lì, un bersaglio perfetto.

Mi alzo dalla sedia con un movimento pigro, prendo un’altra birra dal frigo portatile e mi avvicino al tavolo, proprio di fianco a lei. Non la guardo subito, faccio finta di cercare un apribottiglie, ma sento il suo profumo, un misto di crema da poco prezzo e sudore. È reale, non di quelli finti che ti stordiscono. Mi piace.

“Ti serve una mano con qualcosa, Pat?” dico, senza guardarla, con un tono che è mezzo sarcastico, mezzo strafottente. Uso il diminutivo apposta, so che lo odia.

Lei sbuffa, un suono corto e secco. “Non chiamarmi così, Mattia. E no, non mi serve niente. Perché non vai a giocare con i tuoi amici invece di gironzolare qui come un cane randagio?”

Sorrido, un sorriso storto, di quelli che fanno incazzare. “I miei amici non fanno grigliate del cazzo con le mamme. E poi, sto solo controllando che non ti manchi niente. Sai, per gentilezza.”

Alza un sopracciglio, mi guarda dritto negli occhi. “Gentilezza? Tu? Non farmi ridere. Vai via, che stai solo rompendo.”

Non mi muovo. Invece, mi appoggio al tavolo, proprio vicino a lei, con la birra in mano. Il mio ginocchio sfiora la sua gamba sotto il tavolo, per sbaglio, o forse no. Lei si irrigidisce, ma non si sposta. Sento un brivido, non so se è il caldo o qualcos’altro. Decido di spingermi oltre, solo per vedere fin dove posso arrivare.

“Dai, Patrizia, non fare la dura. Lo so che ti piace un po’ di attenzione. Non è che ci sia tutta ‘sta fila per dartela, no?” Le parole escono basse, quasi un sussurro, ma so che le ha sentite.

Il suo viso si contrae, gli occhi si stringono. “Ma che cazzo dici? Sei proprio un moccioso maleducato. Se non fossi il figlio di Laura, ti avrei già tirato uno schiaffo.”

“Provaci,” dico, con un ghigno. “Vediamo chi si fa male per primo.”

C’è un silenzio pesante, di quelli che pesano come un macigno. Lei non risponde, ma non distoglie lo sguardo. Sento il sangue che mi pompa più veloce, e non è solo per la birra. È il gioco, la sfida. Voglio vedere se cede, se si arrabbia sul serio, o se… non lo so, se c’è qualcosa sotto quella facciata da donna che non ha tempo per stronzate.

Il resto del pomeriggio passa in una specie di nebbia. Continuo a punzecchiarla, con frasi buttate lì, mezze provocazioni, e lei risponde a tono, ma non mi manda via. Ogni tanto ci sfioriamo per sbaglio – io che le passo vicino per prendere una bottiglia, lei che si sposta per aiutare mia madre con i piatti – e ogni contatto è come una piccola scarica. Non so se lo sente anche lei, ma non mi importa. Io lo sento, ed è abbastanza per farmi andare avanti.

Verso le sei, quando il sole inizia a calare e la maggior parte degli altri se ne va, mia madre mi chiede di aiutare a sparecchiare. Patrizia si offre di restare per dare una mano, e io colgo l’occasione al volo. “Tranquilla, ma’, ci penso io con Patrizia. Vai a riposarti.” Mia madre, stanca, annuisce e sparisce dentro casa. Siamo solo noi due, nel cortile, tra piatti sporchi e sedie ammucchiate.

Inizio a raccogliere le bottiglie vuote, ma lo faccio lento, con calma, tenendo d’occhio ogni suo movimento. Lei sta piegata su un tavolo, a impilare piatti, e io non posso fare a meno di guardare come la gonna le tira sui fianchi. Mi avvicino, troppo vicino, e mi fermo proprio dietro di lei. Sento il suo respiro cambiare, un attimo, prima che si giri di scatto.

“Mattia, ma che cazzo fai? Stammi lontano,” dice, con la voce un po’ più bassa, un po’ meno sicura di prima.

“Sto solo aiutando. Che problema c’è?” rispondo, con un tono che è tutto fuorché innocente. Faccio un passo avanti, e lei indietreggia, fino a trovarsi con la schiena contro il tavolo. Non c’è molto spazio, e lo sappiamo entrambi.

“Non fare lo stronzo. Lo so che stai cercando di farmi incazzare,” dice, ma il suo tono non è così convinto. I suoi occhi scattano verso i miei, poi verso il cortile vuoto. Siamo soli, e questo cambia tutto.

Non dico niente. Mi limito a guardarla, a fissarla in un modo che non lascia dubbi. Poi, lento, appoggio una mano sul tavolo, vicino al suo fianco, senza toccarla. Il suo respiro si fa più corto. “Smettila,” sussurra, ma non si muove.

Non la tocco ancora. Voglio che sia lei a cedere per prima, anche solo con un gesto, uno sguardo. Passano secondi che sembrano ore, e alla fine è lei a fare un piccolo movimento, quasi impercettibile: la sua mano si sposta sul tavolo, verso la mia, senza arrivare a sfiorarmi. Ma è abbastanza. Capisco che ci sta dentro, anche se non vuole ammetterlo.

Mi avvicino ancora, il mio viso a pochi centimetri dal suo. Sento il calore della sua pelle, l’odore del vino che ha bevuto mischiato a qualcosa di più caldo, più suo. “Non dire cazzate, Patrizia. Lo vuoi quanto me,” dico, con voce bassa, quasi un ringhio.

Lei deglutisce, e per un attimo penso che mi spingerà via. Invece, mi guarda con un misto di rabbia e qualcos’altro. “Sei un bastardo,” mormora, ma non si muove.

Le metto una mano sul fianco, piano, ma con decisione. La stoffa della gonna è ruvida sotto le dita, ma sotto si sente la carne morbida. Lei inspira bruscamente, ma non mi ferma. La mia altra mano va sul tavolo, dall’altro lato, intrappolandola. Non c’è via di fuga, e non vuole che ci sia. Lo vedo nei suoi occhi, nel modo in cui il suo petto si alza e si abbassa più veloce.

La bacio, senza chiederle il permesso, senza dire niente. Le sue labbra sono calde, un po’ secche, ma rispondono. Non è un bacio dolce, è un cazzo di scontro. Lei mi morde il labbro, forte, e io ringhio, spingendomi contro di lei. Il tavolo scricchiola sotto il nostro peso, ma non ci importa. Le mie mani scendono, le afferrano i fianchi, e la tiro verso di me. Sento ogni curva del suo corpo premuto contro il mio, e mi sta mandando fuori di testa.

“Non qui, cazzo,” ansima, tra un bacio e l’altro, con la voce spezzata. “Tua madre… se ci vede…”

“Non ci vede un cazzo,” dico, con la bocca sul suo collo. Le mordo la pelle, non troppo forte, ma abbastanza da farla sobbalzare. Lei geme, un suono basso, gutturale, e mi spinge via con una mano, ma solo per un secondo. Poi mi tira di nuovo verso di sé, con una forza che non mi aspettavo.

Ci spostiamo, barcollando come due idioti, verso il capanno degli attrezzi sul retro del cortile. È un buco di posto, pieno di cianfrusaglie e puzza di olio per motori, ma è l’unico angolo dove nessuno ci vedrà. Apro la porta con una spallata, e ci infiliamo dentro, chiudendola dietro di noi. È buio, ma non ci importa. La spingo contro il muro, e le sue mani sono già sulla mia cintura, che armeggia per slacciarla con dita nervose.

“Sei un fottuto stronzo, lo sai?” dice, ansimando, mentre io le sollevo la gonna con una mano e con l’altra le afferro il culo. La sua pelle è calda, umida di sudore, e sento i muscoli che si contraggono sotto le mie dita.

“E tu sei una che parla troppo,” ribatto, mentre le infilo una mano sotto la maglietta. Non porta reggiseno, e questo mi fa quasi perdere la testa. Le sue tette sono pesanti, morbide, e i capezzoli sono già duri quando li sfioro. Lei si inarca contro di me, con un suono strozzato in gola, e io sorrido contro la sua pelle.

Ci togliamo i vestiti in fretta, ma non senza intoppi. La sua gonna si incastra, la mia maglietta resta appiccicata per il sudore. Ridiamo, ma è una risata nervosa, quasi incazzata. Quando siamo finalmente nudi, ci guardiamo per un secondo, come per capire se stiamo davvero facendo questa cazzata. Poi non c’è più spazio per pensare. La spingo su un vecchio tavolo da lavoro, pieno di graffi e sporco, e lei si appoggia con le mani dietro, aprendosi per me senza dire una parola.

Mi metto tra le sue gambe, e la sensazione della sua pelle contro la mia è fottutamente assurda. Sento il suo calore, il suo respiro corto, e il modo in cui si morde il labbro mentre la tocco. Non c’è niente di delicato in quello che faccio, e lei non lo vuole. Le mie dita scivolano dentro di lei, lente all’inizio, poi più decise, e il suono che fa mi manda il sangue al cervello.

“Cazzo, Mattia,” ansima, con la testa indietro, i capelli appiccicati al collo per il sudore. “Non… non fermarti.”

Non rispondo. Non ne ho bisogno. Mi muovo contro di lei, sentendo ogni suo movimento, ogni tremito. Quando finalmente la penetro, è un misto di sollievo e pura follia. È stretta, calda, e il modo in cui si contrae intorno a me mi fa quasi perdere il controllo subito. Ma non voglio che finisca troppo in fretta. Mi muovo lento, troppo lento, solo per farla incazzare.

“Muoviti, cazzo,” ringhia, con le unghie che mi graffiano la schiena. “Non fare il bastardo proprio ora.”

Sorrido, un sorriso che lei non vede, e aumento il ritmo. Ogni spinta è precisa, calcolata, ma sto perdendo la testa anch’io. Il tavolo cigola sotto di noi, il capanno puzza di chiuso e di sesso, e i suoi gemiti sono sempre più forti, più disperati. Le afferro i fianchi, lasciandoci i segni, e lei si aggrappa a me, con le gambe che mi stringono come se volesse stritolarmi.

“Lo senti come stai tremando?” dico, con la voce roca, mentre la guardo negli occhi. “Non fare finta di avere il controllo, Patrizia.”

Lei mi guarda con odio, ma non dice niente. Non può. Sta cedendo, e lo sappiamo entrambi. Continuo a muovermi, cambiando angolazione, trovando il punto che la fa impazzire. Il suo respiro si spezza, i suoi occhi si chiudono, e quando arriva al limite, è un’esplosione silenziosa, un lungo tremore che la scuote tutta. Io non mi fermo, non ancora, e quando vengo, è con un ringhio basso, il cuore che mi martella nel petto.

Restiamo lì, ansimanti, sudati, appoggiati a quel tavolo schifoso. Non c’è niente da dire, e non voglio dire niente. Lei si tira indietro i capelli con una mano tremante, e mi guarda con un’espressione che non riesco a leggere. Non è pentimento, non è rabbia. È… non lo so, qualcosa di neutro, di stanco.

“Sei un pezzo di merda,” dice infine, con un mezzo sorriso, mentre si tira giù la gonna con mani malferme.

“E tu sei una che ci sa fare,” ribatto, infilandomi i jeans. Non c’è bisogno di fare i romantici, e non voglio. È stato quello che è stato.

Usciamo dal capanno uno alla volta, per non dare nell’occhio. Mia madre è ancora dentro casa, probabilmente a dormire. Patrizia prende le sue cose e se ne va senza guardarmi, ma il giorno dopo mi arriva un messaggio sul telefono. Solo due parole: “Stai zitto.”

Sorrido, e non rispondo. Non ce n’è bisogno. Abbiamo già detto tutto.

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