Racconti Piccanti
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Non dirlo a nessuno

Non dirlo a nessuno

24 Marzo 2026·9 min di lettura

Sono Tiziana, ho 21 anni e vivo ancora con mia mamma in un appartamento alla periferia di Milano. Non è che mi piaccia stare qui, ma l’università mi succhia tutto il tempo e i soldi, quindi non ho molte opzioni. Mia mamma, Sandra, ha 40 anni e da qualche mese esce con Pietro, un tizio di 37 anni che sembra il classico bravo ragazzo. Con lei è sempre dolce, le porta i fiori, le apre la portiera della macchina, roba così. Ma io l’ho capito subito che c’è qualcosa di strano in lui. Mi guarda in un modo che non mi piace, o forse sì, non lo so. I suoi occhi scuri mi squadrano quando pensa che non me ne accorga, e giuro che a volte mi fa venire i brividi. Non di paura, però.

È un mercoledì pomeriggio, mia mamma è al lavoro fino a tardi, e io sono a casa a studiare per un esame. O almeno ci provo. La porta d’ingresso si apre e sento i passi pesanti di Pietro. È venuto a prendere qualcosa per mia mamma, dice, ma non mi convince. Sono in cucina, in pantaloncini corti e una maglietta aderente, perché fa caldo e non aspettavo nessuno. Mi alzo per salutarlo, e lui è lì, in piedi, con una camicia sbottonata sul petto peloso e un ghigno che non riesco a decifrare.

“Ehi, Tiziana, tutto bene?” mi chiede, appoggiandosi al muro con una spalla. La sua voce è profonda, un po’ rauca, e mi fa sentire piccola.

“Sì, tutto ok. Tu che ci fai qui?” rispondo, cercando di sembrare normale, ma il cuore mi batte più veloce. C’è qualcosa nell’aria, una tensione che non riesco a ignorare.

“Devo prendere un pacco per Sandra. Ma già che ci sono, possiamo chiacchierare un po’, no?” Si avvicina di un passo, e io non mi muovo. Non so perché, ma non voglio. O forse lo so.

“Chiacchierare di cosa?” dico, incrociando le braccia, ma lui sorride, un sorriso che mi fa venire la pelle d’oca.

“Di quanto sei carina, per esempio. Non te l’ho mai detto, ma cazzo, Tiziana, sei uno spettacolo.” Le sue parole mi colpiscono come un pugno nello stomaco. Non so se offendermi o lasciarmi andare. Ma il modo in cui mi guarda, come se mi stesse spogliando con gli occhi, mi blocca.

“Pietro, non dire stronzate. Sei con mia mamma,” rispondo, ma la voce mi trema un po’. Lui fa un altro passo avanti, e ora è a un metro da me. Sento l’odore del suo dopobarba, forte e pungente, mischiato a un vago sentore di sudore. Mi piace, dannazione.

“Non sto dicendo stronzate. E lo sai anche tu che mi guardi. Non fare finta di niente.” Mi punta un dito contro, ma non è minaccioso. È come se mi stesse sfidando. E io, invece di mandarlo al diavolo, sento un calore che mi sale dal basso ventre. Non so cosa mi prende, ma non riesco a distogliere lo sguardo.

“Pietro, smettila. Non è giusto,” mormoro, ma lui scuote la testa e si avvicina ancora. Ora è a pochi centimetri. La sua mano si alza e mi sfiora il braccio. La sua pelle è ruvida, callosa, e quel contatto mi fa rabbrividire.

“Non dirlo a nessuno, ok? Solo tu e io. Nessuno lo saprà mai,” sussurra, e la sua bocca è così vicina al mio orecchio che sento il suo respiro caldo. Mi mordo il labbro, il cuore che mi martella nel petto. So che dovrei fermarlo, ma non lo faccio.

“Pietro, cazzo, non possiamo,” dico, ma è più un gemito che una protesta. Lui ride piano, una risata bassa e sporca, e mi spinge contro il bancone della cucina. Il legno freddo mi preme sulla schiena, ma il suo corpo è caldo, massiccio, e mi schiaccia appena. Sento i suoi fianchi contro i miei, e non c’è modo di ignorare il rigonfiamento nei suoi pantaloni. È evidente, duro, e mi fa tremare le gambe.

“Non possiamo? Eppure lo vuoi. Lo sento da come ti muovi, da come mi guardi. Dai, piccola, non fare la santarella,” dice, e la sua mano scivola sotto la mia maglietta, sulla pelle nuda del mio fianco. Le sue dita sono decise, mi stringono, e io inspiro forte. Non riesco più a pensare lucidamente. Il suo tocco è ruvido, ma mi piace. Troppo.

“Sei un bastardo,” gli dico, ma non mi allontano. La sua mano sale, arriva al mio reggiseno e lo sposta con un gesto secco. Il suo pollice trova il mio capezzolo, già duro, e lo pizzica appena. Un gemito mi sfugge dalla bocca, e lui ride di nuovo.

“Lo so che sono un bastardo. Ma ti piace, vero? Dimmi di sì,” ordina, guardandomi dritto negli occhi. I suoi sono scuri, quasi neri, pieni di un desiderio che mi spaventa e mi eccita allo stesso tempo.

“Sì, cazzo, mi piace,” ammetto, e in quel momento perdo ogni controllo. La sua bocca si abbassa sulla mia, e il suo bacio è duro, affamato. La sua lingua mi invade, sa di caffè e di qualcosa di amaro, ma mi piace. Gli mordo il labbro inferiore, e lui grugnisce, spingendomi ancora di più contro il bancone. Le sue mani sono ovunque, mi stringono i fianchi, scendono sui miei pantaloncini e li tirano giù con un gesto rapido. Rimango in mutande, e lui si ferma un attimo a guardarmi.

“Porca puttana, guardati. Sei perfetta,” dice, e la sua voce è un ringhio. Mi guarda il corpo come se volesse mangiarmi, e io mi sento esposta, vulnerabile, ma anche incredibilmente eccitata. Sento l’umidità tra le gambe, e so che lui lo percepisce dall’odore, perché inspira profondamente e sorride.

“Ti voglio, Tiziana. Ti voglio così tanto che mi fai male,” confessa, e si slaccia la cintura con movimenti veloci. I suoi pantaloni cadono, e vedo il rigonfiamento nei boxer. È grosso, più di quanto immaginassi, e quando li tira giù, il suo membro si libera, duro e pulsante. È spesso, con vene che sporgono, e la punta è già umida. Mi viene l’acquolina in bocca, ma lui non mi dà tempo di pensare. Mi afferra per i fianchi, mi solleva e mi mette a sedere sul bancone. Le sue mani mi aprono le gambe con forza, e io non resisto.

“Guardami mentre lo faccio, ok? Voglio vedere la tua faccia,” dice, e con un dito sposta le mie mutande di lato. Sento il tessuto che si strappa leggermente, ma non mi importa. Le sue dita mi sfiorano, trovano il mio punto più sensibile e lo strofinano con cerchi lenti ma decisi. Gemo forte, le mani che si aggrappano al bordo del bancone. Il suo tocco è esperto, sa cosa fare, e mi fa impazzire.

“Cazzo, Pietro, non fermarti,” lo imploro, e lui sorride, un sorriso da predatore.

“Non mi fermo, tranquilla. Ma voglio sentirti di più. Voglio tutto di te,” dice, e si abbassa tra le mie gambe. La sua bocca è calda, bagnata, e quando la sua lingua mi tocca, perdo la testa. È ruvida, insistente, e mi lecca con una fame che mi fa tremare. Sento il suo respiro caldo contro la mia pelle, il suono dei suoi movimenti, e il mio stesso odore che si mischia al suo. È sporco, sbagliato, ma non riesco a smettere. Mi aggrappo ai suoi capelli, lo tiro verso di me, e lui geme contro di me, un suono gutturale che mi fa vibrare.

“Sei così buona, cazzo. Potrei farlo per ore,” mormora, alzando lo sguardo per un attimo. La sua barba mi graffia l’interno coscia, ma il dolore si mischia al piacere in un modo che mi fa impazzire. Lo spingo di nuovo giù, e lui ride, riprendendo a succhiare e leccare finché non sento che sto per esplodere.

“Pietro, sto per venire, cazzo, non smettere,” gemo, e lui accelera, le sue dita che si infilano dentro di me, due alla volta, riempiendomi mentre la sua lingua continua a torturarmi. È troppo, non resisto, e vengo con un urlo, il corpo che si contrae, le gambe che tremano. Lui non si ferma, continua a leccarmi finché non sono un disastro, ansimante e sudata.

“Brava, piccola. Ma non abbiamo finito,” dice, alzandosi e pulendosi la bocca con il dorso della mano. I suoi occhi brillano di desiderio, e io so cosa sta per succedere. Mi tira giù dal bancone, mi gira di schiena e mi spinge contro il tavolo della cucina. Sento il legno freddo contro il mio stomaco, ma non ho tempo di pensarci. Mi abbassa le mutande del tutto, e le sue mani mi afferrano le natiche, aprendomi.

“Guardati, sei tutta bagnata per me. Lo vuoi, vero? Dimmi quanto lo vuoi,” ordina, e la sua voce è dura, quasi arrabbiata. Sento la punta del suo membro sfiorarmi, calda e dura, e mi spingo istintivamente verso di lui.

“Lo voglio, Pietro. Ti prego, scopami. Fallo forte,” lo supplico, e lui non si fa pregare. Con un colpo secco entra dentro di me, e io grido. È grosso, mi riempie completamente, e brucia un po’ all’inizio, ma il dolore si trasforma subito in piacere. Si muove lentamente, poi sempre più veloce, i suoi fianchi che sbattono contro di me con un ritmo feroce. Sento ogni spinta, ogni centimetro di lui che mi possiede, e il suono della nostra pelle che si scontra riempie la cucina.

“Cazzo, sei stretta. Mi stai facendo impazzire,” ringhia, e una delle sue mani mi afferra i capelli, tirandoli appena. La sensazione mi manda fuori di testa, e gemo più forte, incapace di controllarmi.

“Più forte, Pietro. Spaccami, dai,” lo incito, e lui obbedisce, le sue spinte che diventano quasi brutali. Sento il tavolo che si muove sotto di me, i piatti che tremano, ma non mi importa. Il suo odore, il sudore che gli cola sul petto e gocciola sulla mia schiena, il suono dei suoi gemiti rauchi: tutto mi travolge. Mi gira la testa, ma non voglio che si fermi.

“Ti piace così, eh? Dimmi che sei mia, Tiziana. Solo mia,” dice, rallentando un attimo per guardarmi. La sua mano scivola sul mio fianco, poi sotto, trovando di nuovo il mio punto sensibile e strofinandolo mentre continua a muoversi dentro di me.

“Sono tua, cazzo. Solo tua,” ansimo, e quelle parole lo fanno andare fuori di testa. Accelera di nuovo, le sue spinte che diventano disperate, e io sento un altro orgasmo che si avvicina, più forte del primo. Anche lui è al limite, lo sento dal modo in cui il suo respiro si spezza, dai suoi gemiti che diventano più profondi.

“Sto per venire, piccola. Dove lo vuoi?” chiede, la voce tesa, e io non ci penso due volte.

“Dentro. Vieni dentro di me,” rispondo, e quelle parole lo spingono oltre il limite. Con un ultimo colpo, profondo e violento, si svuota dentro di me, un calore che mi riempie e mi fa esplodere di nuovo. Veniamo insieme, i nostri corpi che tremano, i nostri gemiti che si mescolano. È un caos di suoni, odori, sensazioni: il suo sudore sulla mia pelle, il suo fiato sul mio collo, il liquido che mi cola lungo le cosce.

Rimaniamo così per un attimo, ansimanti, appoggiati al tavolo. Poi lui si tira fuori lentamente, e io sento un vuoto improvviso. Mi giro, le gambe che ancora tremano, e lo guardo. Ha i capelli spettinati, la camicia tutta sgualcita, ma sorride. Un sorriso soddisfatto, quasi arrogante.

“Non dirlo a nessuno, ok? Questo rimane tra noi,” dice, sistemandosi i pantaloni. Io annuisco, incapace di parlare, mentre mi tiro su le mutande con mani tremanti. So che abbiamo fatto qualcosa di sbagliato, ma in questo momento non me ne importa niente. L’unica cosa che sento è il mio corpo che pulsa ancora, e il suo sguardo che mi brucia addosso.

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