Con mio padre
Ho ventitré anni, ma quando sono con lui, mi sento come se non fossi mai cresciuta davvero. Mio padre, cinquantadue anni, un uomo che trasuda autorità in ogni gesto, ogni parola. È sempre stato così: il suo controllo su di me non è mai stato solo una questione di regole o divieti, ma qualcosa di più profondo, qualcosa che mi ha plasmata fin da quando ero piccola. Ogni decisione, ogni scelta, passava attraverso di lui. E io, invece di ribellarmi, ho imparato a desiderare quel dominio. A volere che mi possedesse, non solo con la mente, ma con tutto il corpo. Ora, mentre mi tiene sollevata contro la parete del suo studio, le mie gambe strette intorno ai suoi fianchi, sento che non c’è nulla al mondo che desidero di più.
Ma non è sempre stato così. O forse sì, solo che non lo capivo. Le serate passate a studiare insieme, quando ero al liceo, erano il primo segnale. Lui sedeva accanto a me, la sua mano sulla mia spalla mentre spiegava un problema di matematica o correggeva un tema. “Devi fare meglio, Chiara,” diceva, la voce ferma ma calda, come se ogni errore fosse una ferita personale per lui. E io volevo renderlo orgoglioso. Quelle mani, però, non si fermavano mai solo sulla spalla. Scivolavano lungo la schiena, a volte sfioravano il fianco, e io non dicevo nulla. Non perché fossi a disagio, ma perché quel tocco mi scaldava dentro, anche se non capivo perché.
Poi c’erano gli abbracci. Duravano sempre troppo. Dopo una giornata stancante, o quando tornavo a casa tardi, mi stringeva forte, il suo petto contro il mio, il suo respiro caldo sul collo. “Sei la mia ragazza,” sussurrava, e io ridevo, pensando fosse solo un modo di dire. Ma col tempo, quelle parole hanno preso un altro significato. La notte in cui tutto è cambiato, però, è stata dopo una delusione amorosa. Un ragazzo mi aveva lasciata, e io ero tornata a casa in lacrime. Lui era lì, seduto sul divano con un bicchiere di whisky in mano. “Vieni qui,” mi aveva detto, e io mi ero abbandonata tra le sue braccia. Mi aveva accarezzato i capelli, poi la guancia, e alla fine le sue labbra avevano sfiorato le mie. Non un bacio paterno, no. Un bacio lento, profondo, che mi aveva fatto tremare. “Nessun altro ti capirà mai come me,” aveva mormorato contro la mia bocca, e da quel momento non si è più fermato.
Ora, nello studio, il suo respiro è pesante mentre mi tiene sollevata. Le mie cosce stringono i suoi fianchi, sento i muscoli delle sue braccia tesi sotto le mani mentre mi sostiene senza fatica. La parete è fredda contro la mia schiena, ma il calore del suo corpo mi brucia la pelle. I suoi occhi sono fissi nei miei, scuri, intensi, come se volesse leggermi dentro. “Sei mia, Chiara,” dice, la voce bassa, quasi un ringhio. Spinge dentro di me, lento, profondo, e io non riesco a trattenere un gemito. Il suo membro è grosso, duro, mi riempie completamente, ogni movimento un misto di piacere e pressione che mi fa perdere il controllo. Sento ogni centimetro di lui mentre scivola dentro e fuori, la sua lunghezza che mi apre, mi possiede.
“Lo sai, vero?” insiste, spingendo ancora, il ritmo che si fa più deciso. “Che nessuno ti avrà mai così.” La sua voce è un sussurro roco, e io annuisco, incapace di parlare, il respiro spezzato. Il sudore gli imperla la fronte, e una goccia gli scivola lungo la tempia mentre si muove. L’odore della sua pelle, un misto di colonia e calore maschile, mi inebria. Gli stringo le spalle, le unghie che affondano nella sua carne attraverso la camicia, e lui emette un grugnito di approvazione. “Brava, piccola,” dice, e quelle parole mi fanno tremare. Aumenta il ritmo, le spinte ora più forti, più rapide, il suono dei nostri corpi che si scontrano riempie la stanza. È un rumore crudo, bagnato, osceno, e mi eccita da morire. Sento il mio corpo che si contrae intorno a lui, il piacere che cresce in ondate violente.
“Ti piace, eh?” mi chiede, un sorrisetto sulle labbra mentre mi guarda, gli occhi che brillano di possesso. “Rispondi.” Non è una richiesta, è un ordine. “Sì, papà,” ansimo, la voce tremante, e lui ringhia di nuovo, soddisfatto. Mi spinge contro il muro con più forza, il suo bacino che sbatte contro il mio, e io sento ogni dettaglio: la ruvidità dei suoi pantaloni abbassati contro l’interno delle mie cosce, la durezza del suo membro che mi penetra senza sosta, il calore umido che si crea tra di noi. Il mio corpo è un fuoco, ogni spinta mi porta più vicina al limite. “Guardami,” ordina, e io obbedisco, i nostri sguardi che si incatenano. I suoi occhi sono feroci, pieni di un desiderio che mi fa sentire nuda, vulnerabile, ma anche incredibilmente viva.
Le sue mani scivolano sotto le mie cosce, stringendomi con più forza, e cambia leggermente angolo. La sensazione è devastante: ogni spinta ora colpisce un punto dentro di me che mi fa vedere le stelle. “Cazzo, Chiara,” geme, il respiro corto, “sei così stretta.” Quelle parole mi mandano in tilt, il piacere mi travolge come un’onda. Stringo le gambe intorno a lui, i talloni che premono contro la sua schiena, e lui capisce. “Vieni per me,” ordina, la voce dura, e io non posso fare altro che obbedire. L’orgasmo mi esplode dentro, un calore liquido che si propaga in tutto il corpo, facendomi tremare tra le sue braccia. Grido il suo nome, un suono strozzato, mentre il mio corpo si contrae intorno al suo, stringendolo con una forza che lo fa gemere.
Ma lui non si ferma. Continua a spingere, il ritmo brutale ora, inseguendo il suo piacere. Sento il suo membro pulsare dentro di me, ogni movimento più disperato, più animalesco. “Dimmi che sei mia,” dice tra i denti, il sudore che gli cola lungo il collo. “Sono tua, papà,” ansimo, ancora scossa dai postumi del mio orgasmo, e quelle parole lo spingono oltre il limite. Con un grugnito profondo, si spinge dentro di me un’ultima volta, il suo corpo che trema mentre si svuota. Sento il calore del suo seme che mi riempie, un sensazione intima, possessiva, che mi fa quasi venire di nuovo. Rimaniamo così per un momento, ansimanti, i nostri corpi ancora uniti, il suo respiro caldo contro il mio collo.
Alla fine, mi bacia la fronte sudata, le sue labbra morbide contro la mia pelle. “Nessun altro ti toccherà mai così,” sussurra, e io chiudo gli occhi, sentendo il peso di quelle parole. Non è solo una promessa, è una condanna. Ma non mi importa. In questo momento, con il suo corpo ancora dentro di me, il suo odore che mi avvolge, il suono del suo respiro che rallenta, non voglio altro. Mi abbasso lentamente, le gambe che tremano mentre tocco il pavimento, ma lui mi tiene ancora, una mano sulla mia schiena, l’altra sul mio viso. “Sei bellissima,” dice piano, e io sento il cuore battere più forte.
“Lo faremo ancora, vero?” chiedo, la voce incerta, quasi un sussurro. Lui sorride, un sorriso lento, predatorio. “Ogni volta che voglio,” risponde, e io so che non sta scherzando. Mi tira a sé, le sue labbra che sfiorano le mie in un bacio lento, possessivo. Sento il sapore salato del suo sudore, la durezza della sua bocca contro la mia, e il desiderio si riaccende, anche se sono ancora esausta. Le sue mani scivolano lungo i miei fianchi, stringendomi con una forza che mi fa capire che non mi lascerà mai andare. E io non voglio che lo faccia.
“Dai, sistemati,” dice infine, staccandosi appena, la voce che torna autoritaria. “Abbiamo finito qui, per ora.” Ma il suo sguardo dice altro. Dice che questo è solo l’inizio, che il suo controllo su di me non finirà mai. E mentre mi aggiusto i vestiti, le gambe ancora deboli, il suo seme che mi scivola tra le cosce, so che ha ragione. Sono sua, in ogni senso possibile. E lo sarò sempre.
