Il regalo di compleanno di mio fratello Davide
Mi chiamo Viola, ho appena compiuto 19 anni e, diciamocelo, non sono esattamente il tipo di ragazza che attira gli sguardi. Sono magra, con i capelli castani lisci che mi arrivano alle spalle, un viso normale, senza zigomi da modella o labbra carnose. Però ho gli occhi grandi, verdi, e forse è l’unica cosa che mi salva. Vivo in una casa un po’ troppo piccola con i miei genitori e mio fratello maggiore, Davide. Lui ha 24 anni, è alto, con i capelli scuri sempre spettinati ad arte e un fisico che sembra scolpito da ore di palestra. Ha quel sorriso da stronzo che piace a tutte, e un modo di fare che ti fa sentire piccola, anche se non dice niente di cattivo. Io lo guardo da anni, da troppo tempo, e non è solo ammirazione. È qualcosa di più profondo, qualcosa che mi fa arrossire da sola nella mia stanza, con la porta chiusa a chiave. Non gliel’ho mai detto, ovviamente. Come potrei? È mio fratello.
La notte del mio compleanno è stata un casino. Abbiamo festeggiato in casa con qualche amico, un po’ di birra e una torta che mia madre ha insistito per fare da sola, anche se era più crema che pan di spagna. Davide è arrivato tardi, già mezzo brillo, con una camicia nera sbottonata sul petto e l’odore di sigaretta che gli rimane sempre appiccicato addosso. Mi ha fatto gli auguri con un mezzo ghigno, passandomi una mano tra i capelli come se fossi una ragazzina, e io ho sentito il cuore battere così forte che sembrava volesse uscirmi dal petto. “Buon compleanno, sorellina,” ha detto, e io ho balbettato un grazie, incapace di guardarlo negli occhi. Gli altri ridevano, parlavano, bevevano, ma io continuavo a sbirciare lui, seduto sul divano con una birra in mano, che raccontava storie esagerate e faceva ridere tutti. Ogni tanto i suoi occhi incontravano i miei, e io distoglievo lo sguardo, con le guance in fiamme.
Verso mezzanotte la casa si è svuotata. I miei sono andati a dormire, esausti, e io sono salita in camera mia, con la testa che girava un po’ per la birra e per tutte le emozioni della giornata. Mi sono messa una maglietta larga e dei pantaloncini, mi sono sdraiata sul letto e ho chiuso gli occhi, cercando di non pensare a Davide. Ma era impossibile. Lo immaginavo lì, nella stanza accanto, con quella camicia mezza aperta, e mi odiavo per i pensieri che mi venivano. Stavo per addormentarmi quando ho sentito la porta della mia stanza aprirsi con un cigolio. Ho spalancato gli occhi, il cuore in gola, e l’ho visto. Era lì, appoggiato allo stipite, con un sorriso storto e gli occhi lucidi dall’alcol. “Che ci fai sveglia, Vio?” ha chiesto, la voce un po’ strascicata.
“Non riuscivo a dormire,” ho mormorato, tirandomi su a sedere e stringendomi la coperta addosso, come se potesse proteggermi da quello che sentivo dentro. Lui è entrato senza chiedere permesso, chiudendosi la porta alle spalle, e si è seduto sul bordo del mio letto. Sentivo l’odore di birra e fumo, e il suo peso che faceva affondare il materasso. Mi guardava in un modo strano, non come al solito. Non con quel distacco da fratello maggiore. “Sai, non ti ho ancora dato il regalo,” ha detto, ridendo piano, come se stesse per fare una battuta. Io l’ho guardato confusa, con il battito che accelerava. “Quale regalo?”
Lui si è avvicinato, così tanto che potevo sentire il calore del suo corpo. “Vuoi il regalo vero?” ha sussurrato, e prima che potessi rispondere, la sua mano era già sul mio ginocchio, sotto la coperta. Ho sentito un brivido lungo la schiena, un misto di paura e desiderio che mi ha bloccato il respiro. “Davide, che stai facendo?” ho chiesto, la voce tremante, ma non mi sono mossa. Non volevo che si fermasse, anche se sapevo che era sbagliato. Lui ha riso di nuovo, una risata bassa, quasi cattiva. “Rilassati, sorellina. È il tuo compleanno, no?” E poi la sua mano è salita lungo la mia coscia, lenta, decisa, sotto i pantaloncini. Ho chiuso gli occhi, mordendomi il labbro, combattuta tra il desiderio di spingerlo via e quello di lasciarlo continuare. La mia testa urlava che era un errore, ma il mio corpo non si muoveva.
“Dai, non fare la timida,” ha detto, avvicinandosi ancora di più. Il suo fiato caldo sul mio collo mi ha fatto venire la pelle d’oca. Poi mi ha baciato lì, proprio sotto l’orecchio, un bacio lento, bagnato, che mi ha fatto sfuggire un gemito che non sono riuscita a trattenere. “Davide…” ho sussurrato, ma non era una protesta. Era una supplica. Lui ha tirato via la coperta con un gesto secco, guardandomi con quel sorriso da stronzo che mi faceva impazzire. “Guardati, sei già rossa,” ha detto, e senza darmi il tempo di rispondere, mi ha tirato su la maglietta, scoprendomi il petto. Non portavo il reggiseno, e i miei capezzoli erano già duri, traditori del mio desiderio. Lui li ha guardati per un attimo, poi ha riso piano. “Cazzo, sei proprio carina così.”
Le sue mani erano ovunque, ruvide, possessive. Mi ha spinto indietro sul letto, salendomi sopra, e ha continuato a baciarmi il collo, scendendo verso il petto. Quando ha preso un capezzolo tra le labbra, succhiando piano, ho sentito una scarica elettrica tra le gambe, e ho stretto le lenzuola con le mani, cercando di non fare rumore. “Ti piace, eh?” ha detto, alzando lo sguardo su di me, con la voce rauca. Io ho annuito, incapace di parlare, mentre le sue mani scendevano più in basso, sotto l’elastico dei pantaloncini. Ha tirato via tutto in un gesto, lasciandomi nuda sotto di lui. Ero imbarazzata, esposta, ma allo stesso tempo volevo che mi vedesse, che mi desiderasse. “Fammi vedere quanto sei pronta,” ha detto, e senza preavviso ha infilato due dita dentro di me. Ero già bagnata, vergognosamente bagnata, e lui ha riso di nuovo, muovendo le dita lentamente. “Cazzo, Viola, sei un lago. Lo sapevi che sarebbe andata così, vero?”
Ho chiuso gli occhi, ansimando, mentre le sue dita si muovevano dentro di me, esplorando, spingendo. Non avevo mai provato niente di simile, un misto di piacere e disagio, perché non ero mai andata oltre qualche carezza da sola sotto le coperte. “Davide, piano,” ho sussurrato, ma lui non mi ha ascoltato. Ha continuato, aggiungendo un terzo dito, e io ho sentito un leggero bruciore, ma anche un piacere che mi faceva tremare. “Rilassati, ci penso io,” ha detto, e con l’altra mano mi ha accarezzato il clitoride, facendomi sobbalzare. Ogni movimento era preciso, come se sapesse esattamente cosa fare per mandarmi fuori di testa. Mi ha baciato di nuovo il collo, poi la bocca, un bacio profondo, con la lingua che cercava la mia, mentre le sue dita non smettevano di muoversi. Ero un fascio di nervi, incapace di pensare, solo di sentire. “Sei pronta per me?” ha chiesto, con un tono che non ammetteva rifiuti.
Ho annuito, con il cuore che mi martellava nel petto. Lui si è tirato indietro per un attimo, togliendosi la camicia e i jeans con movimenti rapidi. Quando si è abbassato i boxer, ho visto il suo cazzo per la prima volta, duro, spesso, più grande di quanto immaginassi. Ho sentito una stretta allo stomaco, un misto di paura e voglia. “Tranquilla, faccio piano,” ha detto, ma il suo sorriso diceva altro. Si è posizionato sopra di me, spingendomi le gambe aperte con le ginocchia. Mi ha preso le mani, portandomele sopra la testa e tenendole ferme con una delle sue, mentre con l’altra guidava il suo cazzo verso di me. Quando ho sentito la punta premere contro la mia apertura, ho trattenuto il respiro. “Guardami,” ha detto, e io ho aperto gli occhi, trovando i suoi, scuri e pieni di desiderio.
Ha spinto piano all’inizio, ma anche così ho sentito un dolore acuto, come se qualcosa dentro di me si stesse rompendo. Ho stretto i denti, con le lacrime che mi pizzicavano gli occhi. “Fa male?” ha chiesto, rallentando un attimo, ma senza fermarsi. Ho annuito, con un singhiozzo che mi è scappato dalle labbra. “Respira, Vio, ci sono quasi,” ha detto, e ha continuato a spingere, entrando sempre di più. Sentivo ogni centimetro, il suo cazzo che mi allargava, il bruciore che si mescolava a qualcosa di più profondo, un piacere che iniziava a farsi strada nonostante il dolore. Quando è stato tutto dentro, si è fermato un attimo, lasciandomi abituare, e io ho sentito una lacrima scivolarmi lungo la guancia. Ma poi ha iniziato a muoversi, lento, con spinte profonde, e il dolore ha iniziato a sfumare. “Cazzo, sei stretta,” ha grugnito, con il respiro pesante, mentre io iniziavo a muovermi con lui, assecondando il suo ritmo.
“Più forte,” ho sussurrato, quasi senza rendermene conto, sorpresa io stessa di averlo detto. Lui ha riso, un suono basso, gutturale. “Così ti piace, eh?” ha detto, e ha aumentato il ritmo, spingendo più deciso, con le mani che stringevano ancora le mie sopra la testa. Ogni spinta era un misto di dolore e piacere, e io non riuscivo a smettere di mugolare, con il corpo che tremava sotto di lui. Sentivo l’odore del suo sudore, il suono dei nostri corpi che si scontravano, il suo respiro affannoso contro il mio orecchio. “Sei perfetta,” ha detto, con la voce roca, e io mi sono sentita sciogliere, nonostante tutto.
Le sue spinte sono diventate più rapide, più dure, e io ho sentito qualcosa crescere dentro di me, una tensione che non riuscivo a controllare. “Davide…” ho ansimato, e lui ha capito, perché ha continuato con lo stesso ritmo, senza fermarsi. Quando sono venuta, è stato come un’onda, un piacere così intenso che ho dovuto mordermi il labbro per non urlare. Lui ha rallentato un attimo, guardandomi con quel sorriso soddisfatto, ma non si è fermato. “Sto per venire,” ha grugnito dopo qualche spinta, e io ho sentito il suo cazzo pulsare dentro di me. Con un gemito profondo, si è svuotato, il calore del suo sperma che mi riempiva mentre mi sussurrava all’orecchio: “Sei mia adesso.”
Siamo rimasti così per un attimo, ansimando, con il suo peso sopra di me, le sue mani che ancora stringevano le mie. Poi si è tirato fuori piano, lasciandosi cadere accanto a me sul letto. Io sentivo ancora il bruciore tra le gambe, il corpo appiccicoso, ma anche una strana calma, come se qualcosa dentro di me fosse cambiato per sempre. Lui mi ha guardato, con un mezzo sorriso, e ha passato una mano tra i miei capelli. “Buon compleanno, Vio,” ha detto, e io non ho risposto. Non c’era niente da dire. Sapevo che da quella notte niente sarebbe stato più come prima tra noi.
