Ho scopato mia sorella in montagna
Sono seduto su una roccia fredda, con il vento che mi sbatte in faccia, e guardo Claudia che sparge le ceneri di nostra madre nel dirupo. Ha 39 anni, due meno di me, ma sembra sempre quella che comanda. È così da quando eravamo piccoli. Lei, la perfezionista del cazzo, che deve avere tutto sotto controllo, e io, Riccardo, che invece schivo tutto quello che puzza di responsabilità. Eppure, siamo qui, in questa baita di montagna che sembra persa nel nulla, per fare l’unica cosa che ci lega davvero: dire addio alla vecchia. È il primo week-end in anni che parliamo sul serio. E non so perché, ma sento che qualcosa sta per scoppiare.
Abbiamo affittato questa baita per due notti, un posto isolato tra i boschi, con un camino enorme e finestre che danno sulle cime innevate. È tutto silenzioso, troppo silenzioso. Durante il giorno, siamo stati fuori a camminare, a fare quello che dovevamo. Abbiamo aperto l’urna, lei ha detto due parole con la voce che tremava, io sono rimasto zitto. Non sono mai stato bravo con queste stronzate emotive. Ma ogni volta che la guardavo, con quel giaccone pesante che non nascondeva comunque le sue curve, sentivo una stretta nello stomaco. Non è una novità. Ho sempre avuto un’ossessione per il suo corpo. Da ragazzo mi chiudevo in camera a fantasticare su di lei, sul suo culo tondo, sulle sue tette che sembravano sempre sul punto di scoppiare dalle magliette. Sapevo che era sbagliato, ma non riuscivo a smettere. E ora che siamo adulti, quella voglia non è mai sparita, si è solo nascosta meglio. Fino a stasera.
Dopo cena, ci siamo messi davanti al camino. Io ho tirato fuori una bottiglia di whisky che avevo nello zaino, lei ha storto il naso ma ha preso il bicchiere lo stesso. “Solo un goccio,” ha detto, come se dovesse giustificarsi. Abbiamo iniziato a bere, il fuoco scoppiettava, e il silenzio si è rotto. Abbiamo parlato della mamma, di quanto ci ha fatto incazzare da vivi, di quanto ci manca ora che non c’è più. Poi, non so come, siamo finiti a parlare di noi. Di quanto siamo diversi, di quanto ci evitiamo. E a un certo punto, col terzo bicchiere in mano, ho detto una cazzata. “Sai, Cla, a volte penso a te in un modo che non dovrei.” L’ho buttata lì, quasi per scherzo, ma il suo sguardo è cambiato. Non mi ha mandato affanculo, non si è messa a ridere. Ha solo abbassato gli occhi, rossa in faccia, e ha mormorato: “Anch’io.”
Quelle due parole mi hanno colpito come un pugno. Non ci credevo. Lei, la santarella che ha sempre tutto sotto controllo, pensava a me? Mi sono avvicinato, il cuore che mi batteva come un tamburo. Le ho sfiorato una mano, solo un tocco leggero, ma lei non si è tirata indietro. “Che cazzo stiamo facendo?” ho chiesto, più a me stesso che a lei. Lei ha alzato lo sguardo, gli occhi lucidi per il whisky e per qualcos’altro. “Non lo so, Ricky. Ma lo voglio.” Quelle parole mi hanno mandato in tilt. Ho sentito il sangue pomparmi nelle vene, una voglia che non provavo da anni. Però c’era anche una voce nella testa che diceva: “Questa è tua sorella, idiota. Ferma tutto.” Ma non ci riuscivo. Non volevo.
Ci siamo avvicinati piano, come se stessimo camminando su un filo. Le ho messo una mano sulla guancia, lei ha chiuso gli occhi. Il suo respiro era corto, caldo. L’ho baciata, un bacio lento, quasi timoroso, ma poi lei ha aperto la bocca e ci siamo lasciati andare. Sapeva di whisky e di qualcosa di dolce, forse il dessert che avevamo mangiato. Le sue mani mi hanno afferrato la nuca, tirandomi più vicino. Sentivo il calore del suo corpo, il profumo del suo shampoo. Mi stavo perdendo, ma non potevo farci niente. “Solo una volta e basta,” ha sussurrato lei, con la voce roca. “Giusto per toglierci il pensiero.” Ho annuito, anche se sapevo che era una bugia.
Siamo finiti sul tappeto davanti al camino, senza nemmeno pensarci. Le ho tolto il maglione, poi la maglietta, scoprendo la pelle liscia del suo stomaco. Aveva un reggiseno nero, semplice ma che le stava da dio. Gliel’ho slacciato con mani che tremavano un po’, e quando ho visto le sue tette, piene e perfette, mi è mancato il fiato. Le ho toccate piano, sentendo i capezzoli indurirsi sotto le dita. Lei ha gemito, un suono basso, e mi ha tirato via la camicia. Abbiamo passato un bel po’ di tempo così, a esplorarci, a baciarci ovunque. Le ho leccato il collo, scendendo piano verso il petto, prendendomi tutto il tempo del mondo. Lei mi accarezzava la schiena, poi ha infilato una mano nei miei pantaloni, stringendomi il cazzo attraverso i boxer. “Cazzo, Ricky,” ha detto, con un sorriso storto. “Ce l’hai duro come il marmo.” Quelle parole mi hanno fatto impazzire. L’ho spinta giù sul tappeto, le ho sfilato i jeans e le mutandine, lasciandola nuda davanti a me. Era bellissima, con le cosce leggermente aperte, il respiro veloce. Mi sono chinato tra le sue gambe, sentendo il suo odore, forte e inebriante. Ho iniziato a leccarla piano, assaporandola, mentre lei si contorceva e mi afferrava i capelli. “Sì, così, non smettere,” mugolava, e io ho continuato, portandola al limite finché non ha gridato, tremando sotto di me.
Ma non era abbastanza. Ci siamo spostati, quasi senza parlare. Lei si è messa sopra di me, cavalcandomi sul tappeto. Sentivo il calore del fuoco sulla pelle, il sudore che ci colava addosso. Mi ha preso il cazzo con una mano, guidandolo dentro di sé, e quando è scesa piano, stringendomi, ho dovuto mordermi un labbro per non venire subito. “Cazzo, Cla, sei strettissima,” ho grugnito, e lei ha riso, un suono rauco, mentre iniziava a muoversi. Si muoveva piano all’inizio, poi sempre più veloce, le tette che rimbalzavano a ogni colpo. Gridava, senza ritegno, e io le tenevo i fianchi, spingendola più forte. L’odore del sesso riempiva la stanza, mescolato al fumo del camino. Quando è venuta, si è stretta attorno a me così forte che ho visto le stelle, ma ho tenuto duro. L’ho girata, mettendola a quattro zampe, e l’ho presa da dietro, affondando con colpi secchi. Il suono della nostra pelle che sbatteva era osceno, ma fottutamente eccitante. Le ho afferrato i capelli, tirandoli appena, e lei ha gemuto: “Più forte, cazzo, spaccami!” Non me lo sono fatto dire due volte. Siamo venuti insieme, io dentro di lei, con un grugnito che sembrava un ruggito, e lei che tremava sotto di me, il respiro spezzato.
Non ci siamo fermati lì. Dopo un po’, ci siamo infilati sotto la doccia, l’acqua bollente che ci scorreva addosso. Lì, contro le piastrelle, l’ho sollevata, le gambe attorno ai miei fianchi, e l’ho scopata di nuovo, con l’acqua che ci bagnava i volti. Lei mi mordeva il collo, lasciando segni che avrei sentito per giorni. “Non ti stanchi mai, eh?” ha detto, ansimando, e io ho riso, spingendo più forte. Poi, sul letto, abbiamo strappato le lenzuola a forza di muoverci. Eravamo animali, non c’era più niente di razionale. Ogni posizione, ogni angolo, ogni gemito sembrava un modo per recuperare anni di desideri repressi. Alla fine, quando il sole è spuntato e la luce entrava dalla finestra, l’ho scopata un’ultima volta, con lei sdraiata sotto di me, le gambe sulle mie spalle. Eravamo esausti, ma non riuscivamo a smettere. Il suo ultimo orgasmo è stato silenzioso, solo un lungo sospiro, mentre io mi svuotavo dentro di lei, sentendo il mondo sparire per un attimo.
Il mattino dopo, mentre facevamo colazione in silenzio, sentivo ancora l’eco della notte sulla mia pelle. Claudia evitava il mio sguardo, ma ogni tanto le sue dita sfioravano le mie mentre passavamo il pane o il caffè. Era un gesto piccolo, quasi impercettibile, ma carico di una tensione che non si poteva ignorare. Sapevamo entrambi che non era finita, che quella notte aveva aperto una porta che non potevamo richiudere. Non c’era bisogno di dirlo, ma il peso di ciò che avevamo fatto ci schiacciava. Ho provato a fare una battuta, a spezzare quel silenzio opprimente, ma le parole mi sono morte in gola. Lei ha alzato gli occhi per un attimo, un’ombra di sorriso sulle labbra, e ho capito che anche lei stava lottando con lo stesso groviglio di pensieri.
Prima di lasciare la baita, abbiamo sistemato tutto, come se cancellare le tracce potesse cancellare anche quello che era successo. Ma mentre chiudevo la porta dietro di noi, ho notato un suo foulard dimenticato sul divano. L’ho preso, annusandolo per un istante: aveva ancora il suo profumo, un misto di shampoo e sudore che mi fece stringere lo stomaco. Lo infilai nello zaino, un trofeo che non avrei mai confessato di voler tenere. Lei non se ne accorse, o forse fece finta di niente. Camminammo verso le macchine senza scambiare una parola, il freddo della montagna che ci mordeva la pelle.
Quando è finito il week-end, siamo tornati a casa separati, come se niente fosse. Non abbiamo parlato di quello che è successo, non serviva. Ma mentre guidavo verso casa, sentivo ancora il suo odore sulla mia pelle, come un marchio che non se ne va. E lei, lo so, lo sentiva allo stesso modo. Non c’è stato bisogno di dirlo, ma entrambi sapevamo che ci saremmo rivisti presto. Non per parlare, non per ricordare la mamma. Solo per scopare di nuovo, finché non ci saremmo consumati del tutto.
