Troppo bella per stare sola
Quella sera era uscita con un paio di amiche, giusto per staccare un po’, ma loro erano già tornate a casa. Lei no. Era rimasta lì, quasi per sfida, come se volesse dimostrare a se stessa che poteva ancora divertirsi. Al bancone, a qualche metro da lei, c’era Tommaso, 22 anni, il ragazzo che aiutava suo zio a gestire il bar. Alto, spalle larghe, capelli scuri corti e un sorriso sfacciato che sembrava sempre sul punto di dire qualcosa di sconveniente. Indossava una polo blu aderente che metteva in mostra i bicipiti definiti e un paio di bermuda. Ogni tanto lanciava occhiate verso Elena, non proprio discrete, mentre asciugava bicchieri con un panno sporco.
La tensione nell’aria si poteva quasi toccare. Tommaso si avvicinò, appoggiandosi al bancone proprio di fronte a lei, con quel ghigno che sembrava voler dire “lo so che mi stai guardando”. “Sai, Elena,” iniziò, con un tono basso e un po’ canzonatorio, “sei troppo bella per stare qui da sola a quest’ora.” Lei scoppiò a ridere, un po’ per imbarazzo, un po’ perché non se l’aspettava. Sentì le guance arrossarsi, e si maledisse per non riuscire a controllare quella reazione da ragazzina. “Oh, smettila, Tommaso. Non fare il cretino,” rispose, cercando di sembrare disinvolta, ma il cuore le batteva un po’ più forte. Lui non smise di guardarla, con quegli occhi scuri che sembravano spogliarla. “Dico sul serio. Sei uno spreco, seduta lì con quel muso lungo.” Elena abbassò lo sguardo sul bicchiere, combattuta. Da una parte si sentiva lusingata, dall’altra pensava che fosse solo un gioco, che un ragazzo di vent’anni non potesse davvero trovarla attraente. Eppure, quelle parole le avevano acceso qualcosa dentro, un desiderio sopito di sentirsi ancora “scopabile da morire”, come diceva una sua amica anni prima.
Passarono dieci minuti, tra chiacchiere banali e battute sempre più spinte. Tommaso le offrì un altro bicchiere di vino, e lei accettò, anche se sapeva che non avrebbe dovuto. Le loro mani si sfiorarono mentre lui glielo porgeva, e quel contatto, per quanto breve, le mandò un brivido lungo la schiena. “Sai giocare a biliardo?” chiese lui a un certo punto, indicando con un cenno il tavolo in fondo alla saletta sul retro. “Non ci gioco da anni,” rispose lei, ma si alzò comunque, con le gambe un po’ molli per l’alcol e per quella strana eccitazione che le cresceva dentro. “Ti faccio vedere io,” disse Tommaso, con un tono che non lasciava spazio a dubbi su cosa intendesse davvero.
Nel retro del bar, la luce era fioca, solo una lampadina al neon che tremolava sopra il tavolo da biliardo. L’odore di legno vecchio e di sudore impregnava la stanza. Tommaso le porse una stecca, standole più vicino del necessario. Le loro braccia si sfiorarono di nuovo, e stavolta nessuno dei due si tirò indietro. “Devi piegarti così,” disse lui, con una voce più rauca, mentre le posava una mano sulla schiena per guidarla. Elena sentì il calore della sua pelle attraverso la maglietta e il respiro le si mozzò in gola. Si piegò sul tavolo, con i gomiti appoggiati al bordo, e lui si mise dietro di lei, sfiorandole i fianchi con le mani. “Così va bene?” chiese lei, con un filo di voce, sapendo benissimo che non stavano più parlando di biliardo. “Perfetto,” rispose Tommaso, e la sua mano scivolò più in basso, stringendole un fianco con decisione.
I preliminari furono lenti, quasi una tortura. Tommaso le si avvicinò ancora di più, premendo il corpo contro il suo. Lei poteva sentire la durezza nei suoi pantaloni contro il sedere, e questo le fece girare la testa. “Dimmi se vuoi che mi fermo,” sussurrò lui, con la bocca vicina al suo orecchio, mentre le sue dita iniziavano a sbottonarle i jeans. Elena non rispose subito, combattuta tra il desiderio e un senso di colpa che però si stava dissolvendo. “Non fermarti,” disse infine, con un tono che sembrava quasi un ordine. Lui le abbassò i jeans fino alle cosce, lasciando scoperte le mutandine nere di pizzo, un po’ consumate ma comunque sexy. Le accarezzò il sedere con una mano, mentre con l’altra le sollevava la maglietta per toccarle la pelle della schiena. Lei si morse il labbro, sentendo il respiro di Tommaso diventare più pesante. Poi lui le infilò una mano sotto le mutandine, esplorandola con dita esperte, e lei non poté trattenere un gemito. “Cazzo, sei già bagnata,” mormorò lui, e quelle parole crude la fecero fremere. Lo voleva, lo voleva da morire.
Il sesso arrivò come un’onda inevitabile. Tommaso le tirò giù le mutandine con un gesto deciso, lasciandole cadere intorno alle caviglie. Lei era ancora piegata sul tavolo da biliardo, con le mani che stringevano i bordi di feltro verde, il cuore che le martellava nel petto. Lui le raccolse i capelli in una coda con una mano, tirandoli appena, mentre con l’altra si abbassava i bermuda. Elena girò la testa di lato, vedendo di sfuggita il suo membro duro, lungo, pronto. “Ti piace così, vero?” chiese lui, con una voce carica di eccitazione, sfregandosi contro di lei. “Sì, cazzo, muoviti,” rispose lei, sorprendendosi della propria audacia. Lui non se lo fece dire due volte: la penetrò con una spinta lenta ma decisa, facendola gemere forte. La sensazione di essere riempita, dopo tanto tempo, era quasi insostenibile. Tommaso iniziò a muoversi, tenendola per i capelli con una mano e stringendole un fianco con l’altra. Ogni spinta era profonda, ritmica, e il tavolo scricchiolava sotto il loro peso. L’odore del loro sudore si mescolava a quello del legno vecchio, e i loro respiri affannosi riempivano la stanza. “Cazzo, sei stretta,” grugnì lui, accelerando il ritmo. Elena si abbandonò completamente, lasciando che ogni colpo le mandasse scintille lungo la schiena. “Più forte,” lo incitò, e lui obbedì, sbattendola con una forza che le faceva quasi male, ma che lei desiderava disperatamente. Il suono della loro pelle che sbatteva era osceno, e lei lo adorava. Sentiva il piacere montare, un calore che le partiva dal basso ventre e le esplodeva in tutto il corpo. “Sto per venire,” ansimò lui, e lei annuì, incapace di parlare, mentre anche il suo orgasmo la travolgeva, facendola tremare contro il tavolo.
Quando tutto finì, restarono così per un momento, ansimando, con il corpo di lui ancora premuto contro il suo. Poi Tommaso si tirò indietro, sistemandosi i bermuda, mentre Elena si rialzava lentamente, con le gambe che le tremavano. Si tirò su i jeans senza dire una parola, con il cuore ancora a mille, ma un sorriso soddisfatto che le incurvava le labbra. Non c’era bisogno di parole. Si sentiva viva, desiderata, e per quella notte era più che abbastanza.
