Racconti Piccanti
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Brava ragazza

Brava ragazza

24 Marzo 2026·9 min di lettura

Non ero mai stata il tipo da bar affollati. Eppure quella sera, dopo una giornata di lavoro infinita, avevo bisogno di un bicchiere di vino e di un po’ di rumore per spegnere i pensieri. Mi sono seduta a un tavolino d’angolo nel locale più vicino a casa, un posto pieno di voci, risate e il tintinnio di bicchieri. Ho ordinato un rosso e ho iniziato a sorseggiarlo, lasciando che il calore mi scendesse nello stomaco. Non avevo intenzione di restare a lungo, solo il tempo di rilassarmi. Ma poi l’ho notato.

Lui era dall’altra parte del bar, appoggiato al bancone con una birra in mano. Non so dire perché i miei occhi si siano fermati proprio su di lui; non era particolarmente appariscente, con una camicia scura leggermente sbottonata e i capelli mossi che gli cadevano sulla fronte. Ma il modo in cui mi guardava… era come se mi avesse inchiodata al posto. I suoi occhi non si spostavano, non vagavano per la stanza come fanno quelli di chiunque altro in un posto del genere. Erano fissi su di me, intensi, quasi sfacciati. Ho sentito un brivido risalirmi la schiena, ma non ho distolto lo sguardo. Non so perché. Avrei dovuto, forse, ma non l’ho fatto.

Ho cercato di ignorarlo, ho abbassato gli occhi sul mio bicchiere, ho preso un altro sorso. Ma quando ho rialzato la testa, lui era ancora lì, immobile, con quello sguardo che sembrava volermi spogliare strato per strato. Poi ha fatto un gesto, piccolo, quasi impercettibile, ma chiaro. Ha portato una mano al suo collo, sfiorandolo con le dita, e ha inclinato leggermente la testa verso di me. Il messaggio era evidente: “Fallo anche tu.” Ho esitato per un istante, il cuore che mi batteva più forte, ma poi, quasi senza pensarci, ho portato la mano al mio collo. Le mie dita hanno sfiorato la pelle, e ho sentito un calore improvviso diffondersi nel petto. Lui ha accennato un sorriso, appena un angolo della bocca che si sollevava, e ho capito che aveva notato il mio gesto. Mi aveva in pugno, senza nemmeno dire una parola.

Il gioco è continuato. Ha incrociato le gambe, un movimento lento, e ha fatto un cenno con il mento. “Accavalla le gambe,” sembrava dire. Ho obbedito, stringendo le cosce sotto il tavolo. Il tessuto della gonna si è teso sulla mia pelle, e ho sentito una pulsazione tra le gambe, un’umidità che cresceva a ogni suo sguardo. Poi si è portato un dito alle labbra, mordicchiandolo appena, e ho capito cosa voleva. Mi sono morsa il labbro inferiore, piano, sentendo il sangue affluire lì, il sapore leggermente salato sulla lingua. I suoi occhi si sono socchiusi, come se stesse assaporando la scena. Ero bagnata, lo sentivo chiaramente, e il fatto che lui fosse così lontano, dall’altra parte della sala, non faceva che aumentare la tensione. Mi controllava senza toccarmi, senza parlarmi, e io lo lasciavo fare.

Non so quanto tempo sia passato, forse mezz’ora, forse di più. Continuavo a bere piccoli sorsi di vino, ma la mia attenzione era tutta su di lui. Ogni gesto che faceva era un ordine silenzioso, e ogni mia risposta sembrava alimentare qualcosa dentro di me, una voglia che cresceva e si faceva più urgente. Alla fine, non ce l’ho fatta più. Ho preso la borsa, ho lasciato qualche moneta sul tavolo e mi sono alzata. Sentivo i suoi occhi su di me mentre mi dirigevo verso l’uscita, il cuore che mi martellava nel petto. Non mi sono voltata a guardarlo, ma sapevo che mi stava seguendo. Lo sentivo.

Fuori l’aria era fresca, il vicolo accanto al bar buio e silenzioso, con solo il ronzio di un lampione in lontananza. Ho fatto qualche passo, il rumore dei miei tacchi che riecheggiava sul selciato, quando ho sentito i suoi passi dietro di me. Non mi sono girata. Non ne avevo bisogno. Un attimo dopo, la sua mano mi ha afferrata per il braccio, non con violenza, ma con decisione, e mi ha spinta contro il muro freddo. Il contatto con la superficie ruvida mi ha fatto trattenere il fiato, ma non ho opposto resistenza. La sua voce, bassa e roca, mi ha raggiunta per la prima volta, un sussurro vicino al mio orecchio. “Brava ragazza.”

Non mi ha baciata. Non c’era niente di tenero o romantico in quello che stava succedendo. Il suo corpo era premuto contro il mio, il suo respiro caldo sul collo, e sentivo la sua durezza contro la mia coscia attraverso i pantaloni. Ho ansimato, le mani appoggiate al muro per sostenermi, mentre le sue dita scivolavano sotto la mia gonna, sollevandola senza esitazione. Il tessuto si è accartocciato sui miei fianchi, esponendo la mia pelle all’aria fredda, ma non sentivo il freddo. Sentivo solo il calore delle sue mani, ruvide e decise, che mi stringevano le natiche, spalancandomi le cosce con un movimento secco.

“Lo sapevi che sarebbe finita così, vero?” ha mormorato, la bocca vicina al mio orecchio, il suo fiato che mi solleticava. “Ti sei bagnata solo perché ti guardavo. Lo sento già.” Ha fatto scivolare una mano tra le mie gambe, sfiorando il tessuto delle mutandine, già zuppe. Ho emesso un gemito involontario, le guance che bruciavano, ma non ho negato. Non potevo. Ha premuto le dita contro di me, strofinando piano, e ho sentito le gambe tremarmi. “Rispondi,” ha detto, la voce più dura ora. “Lo sapevi?”

“Sì,” ho sussurrato, la voce spezzata, quasi un lamento. “Lo sapevo.”

“Bene,” ha ringhiato, e con un movimento rapido ha tirato giù le mie mutandine, lasciandole cadere sulle caviglie. L’aria fredda ha colpito la mia pelle nuda, ma subito dopo c’era il calore della sua mano, che mi accarezzava senza gentilezza, esplorando ogni centimetro. Sentivo l’odore del vicolo, un misto di umidità e asfalto, mescolato al profumo della sua pelle, leggermente muschiato, mentre il suo corpo mi teneva schiacciata contro il muro. Le sue dita si sono infilate dentro di me, due, senza preavviso, e ho lasciato uscire un gemito più forte, mordendomi il labbro per non gridare. Erano spesse, invadenti, e si muovevano con una precisione che mi faceva impazzire, curvandosi appena per colpire quel punto che mi faceva vedere le stelle.

“Così stretta,” ha commentato, la voce carica di soddisfazione, mentre pompava le dita dentro e fuori, il rumore umido che riempiva l’aria tra noi. “Ti sei preparata per me là dentro, eh? Pensavi a questo mentre mi obbedivi.” Non era una domanda, era un’affermazione, e io ho solo annuito, incapace di parlare, il fiato corto. Ha tirato fuori le dita, lasciandomi vuota per un momento, e ho sentito il suono della sua cintura che si slacciava, il metallo che tintinnava, poi la zip dei pantaloni che scendeva. Ho chiuso gli occhi, anticipando quello che stava per succedere, il cuore che mi scoppiava nel petto.

Non ho dovuto aspettare molto. Ha afferrato i miei fianchi con forza, le sue mani che lasciavano segni sulla pelle, e mi ha tirata indietro appena, facendomi inclinare il bacino. Poi l’ho sentito, caldo e duro, che premeva contro di me. Era grosso, più di quanto mi aspettassi, e quando ha iniziato a spingere dentro, ho sentito una pressione intensa, quasi dolorosa, ma mescolata a un piacere che mi ha fatto gemere senza controllo. È entrato piano all’inizio, centimetro per centimetro, lasciandomi sentire ogni dettaglio, la sua lunghezza che mi riempiva completamente, il calore della sua pelle contro la mia. “Cazzo, sei perfetta,” ha grugnito, la voce tesa, mentre si fermava un attimo, tutto dentro, lasciandomi abituare.

Ho aperto gli occhi, ansimando, e ho guardato il muro davanti a me, le crepe nel cemento, mentre il suo corpo iniziava a muoversi. Le sue spinte erano lente ma profonde, ogni colpo mi faceva sbattere leggermente contro il muro, il rumore dei nostri corpi che si scontravano era osceno, mescolato al mio respiro affannoso e ai suoi grugniti bassi. Sentivo l’odore del suo sudore ora, intenso e maschile, e il sapore del mio stesso labbro che continuavo a mordere per non urlare. “Ti piace, vero?” ha detto, una mano che scivolava sul mio fianco fino al davanti, trovando il mio clitoride con una precisione che mi ha fatto sobbalzare. “Rispondi, forza.”

“Sì, cazzo, sì,” ho rantolato, la voce spezzata, mentre le sue dita iniziavano a strofinare in cerchi veloci, sincronizzati con le sue spinte. Ogni movimento sembrava calcolato per portarmi al limite, la pressione dentro di me che cresceva, il calore che si espandeva dal basso ventre fino alle punte dei piedi. Mi ha tirata indietro di più, cambiando l’angolazione, e ho sentito un piacere acuto, quasi insostenibile, mentre colpiva un punto dentro di me che non avevo mai sentito così intensamente. “Ecco, così,” ha detto, la voce roca. “Prendilo tutto, brava ragazza. Lo vuoi più forte?”

“Sì, più forte,” ho implorato, senza pensare, le mani che graffiavano il muro. Ha riso, un suono basso e soddisfatto, e ha aumentato il ritmo, le sue spinte che diventavano più violente, più veloci, ogni colpo che mi faceva gemere più forte. Sentivo la sua pelle schiaffeggiare contro la mia, il suono bagnato e ritmico che riempiva il vicolo, e il suo respiro che si faceva più corto, più pesante. La sua mano non si fermava, continuava a lavorare sul mio clitoride, e sentivo l’orgasmo avvicinarsi, un’onda che cresceva inarrestabile.

“Vieni per me,” ha ordinato, la voce un ringhio basso, e quelle parole sono state la goccia. Ho sentito tutto il mio corpo tendersi, i muscoli che si contraevano attorno a lui, e sono esplosa, un grido strozzato che mi è sfuggito dalla gola mentre l’orgasmo mi scuoteva, onda dopo onda. Lui non ha rallentato, continuava a spingere dentro di me, prolungando il piacere fino a farmi tremare, le gambe che quasi cedevano. “Cazzo, sì, stringimi così,” ha detto, la voce tesa, e ho sentito il suo ritmo diventare irregolare, i suoi movimenti più disperati.

Dopo qualche altra spinta, ha grugnito forte, un suono gutturale, e si è fermato, tutto dentro di me, mentre lo sentivo pulsare, svuotarsi. Il calore del suo rilascio mi ha riempita, un senso di pienezza che mi ha fatto ansimare, mentre lui si appoggiava contro di me per un momento, il suo petto che si alzava e abbassava rapidamente contro la mia schiena. Siamo rimasti così per qualche secondo, il silenzio del vicolo rotto solo dai nostri respiri pesanti, l’odore del sesso che si mescolava a quello dell’asfalto umido.

Poi si è tirato fuori, lento, lasciandomi vuota, e ho sentito un rivolo caldo scivolarmi lungo la coscia. Mi ha aiutata a sistemarmi la gonna, un gesto stranamente pratico dopo tutto quello che era successo, e ha mormorato di nuovo, vicino al mio orecchio: “Brava ragazza.” Non c’era altro da dire. Mi sono girata appena, solo per vederlo allontanarsi nel vicolo, le spalle larghe che scomparivano nell’ombra. Non mi ha guardata indietro, e io non ho detto nulla. Sono rimasta lì, appoggiata al muro, le gambe ancora deboli, il cuore che batteva forte, sentendo il suo calore ancora dentro di me. Non so chi fosse, e non so se lo rivedrò mai. Ma quella sera, in quel vicolo, mi sono sentita posseduta in un modo che non dimenticherò.

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