Racconti Piccanti
Racconti Piccanti

Bloccata in ascensore

Bloccata in ascensore

26 Marzo 2026·9 min di lettura

Sono Laura, ho 29 anni, e la mia vita è un ingranaggio perfetto: avvocatessa in uno studio prestigioso, tailleur sempre impeccabili, tacchi che risuonano sicuri nei corridoi di questo palazzo di uffici nel cuore della città. Oggi, però, l’ingranaggio si è inceppato. Sono le 20:30, ho finito di lavorare su un fascicolo urgente, e l’ascensore in cui sono entrata si è bloccato con un rumore secco, tra il dodicesimo e l’undicesimo piano. Le luci tremolano per un istante, poi si stabilizzano. Premo il pulsante d’emergenza, ma nessuno risponde subito. Il silenzio è opprimente, e il piccolo spazio sembra restringersi intorno a me. Ho il respiro corto, il cuore che batte più forte. Odio sentirmi intrappolata.

Dopo dieci minuti che sembrano un’eternità, una voce gracchiante esce dall’altoparlante. “Signora, siamo i tecnici della manutenzione. Stiamo arrivando, non si preoccupi. Ci sente?” Rispondo con un “Sì” tremante, cercando di mantenere la calma. Passano altri minuti, poi sento un rumore di passi e voci maschili attutite oltre le porte. Finalmente, il pannello di controllo emette un bip, e una voce più chiara dice: “Siamo qui fuori, ma il sistema è bloccato. Dobbiamo aspettare i soccorsi. Tutto bene lì dentro?”

“Sì, sto bene,” mento, con la gola secca. La verità è che il sudore mi imperla la fronte, e stringo la borsa come se fosse un’ancora. Poi, un’altra voce, più profonda e rauca, aggiunge: “Non si agiti, signorina. Siamo in due, ci occupiamo di tutto. Si rilassi, parli con noi.” C’è qualcosa nel tono che mi tranquillizza, anche se il cuore continua a martellarmi nel petto.

Attraverso il citofono, scambiamo qualche parola. Mi chiamano “signorina”, anche se dall’intonazione capisco che hanno intuito la mia età. Mi chiedono se lavoro spesso fino a tardi, e io racconto brevemente del mio lavoro, della pressione, delle scadenze. Loro ridono, scherzano sul fatto che “una donna così elegante non dovrebbe stare chiusa in una scatola di metallo”. Il primo, che si presenta come Marco, ha una voce calda, con un accento del sud che mi fa quasi sorridere. L’altro, Gianni, parla meno, ma quando lo fa, le sue parole sono dirette, senza filtri. “Si vede che sei tesa, eh. Fidati, ci siamo noi. Respira.”

Non so perché, ma quelle parole mi colpiscono. Mi appoggio alla parete a specchio dell’ascensore, sentendo il freddo del vetro contro la schiena attraverso la camicia di seta. La tensione nel mio corpo è palpabile, ma non è più solo paura. C’è qualcos’altro, un calore che sale dal basso, un misto di vulnerabilità e adrenalina. La loro presenza, anche se solo attraverso una voce, mi fa sentire meno sola. E, in qualche modo, più esposta.

Passano altri minuti, e il tono delle loro battute cambia. Marco dice: “Sai, signorina, se fossi qui dentro con te, ti farei dimenticare pure che sei bloccata.” Rido nervosamente, ma non so cosa rispondere. Gianni aggiunge, con quella voce roca: “Non scherza, eh. Ti faremmo passare il tempo, fidati.” Il mio stomaco si stringe, ma non in modo spiacevole. C’è una parte di me che vuole stare al gioco, che ha bisogno di lasciarsi andare. “E come?” chiedo, con un tono che non riconosco, più basso, quasi un sussurro.

Dall’altra parte, sento una risata bassa, complice. Marco risponde: “Oh, bella, se ce lo chiedi così, ti facciamo vedere subito. Ma meglio aspettare che arrivi qualcuno… o no?” Il mio respiro si fa più corto. Non so se è il caldo che si accumula nell’ascensore o le loro parole, ma il mio corpo reagisce. Le gambe tremano leggermente, e sento un formicolio che non dovrei provare in una situazione come questa.

Dopo un’altra decina di minuti, sento un rumore metallico. La porta dell’ascensore si apre a fatica, solo di qualche centimetro, quel tanto che basta per vedere due figure robuste dall’altra parte, in tuta da lavoro, con attrezzi in mano. Marco è alto, con spalle larghe e una barba corta brizzolata. Gianni è più massiccio, con braccia muscolose e un’espressione dura ma non ostile. “Siamo noi, signorina,” dice Marco, con un sorriso che mi fa arrossire. “Adesso ci inventiamo qualcosa, ma ci vuole tempo. Ti teniamo compagnia, va bene?”

Annuisco, anche se so che non possono vedermi bene attraverso la fessura. La tensione nell’aria è elettrica. Mi sento osservata, anche se non dovrebbero potermi guardare. “Grazie,” mormoro, ma la mia voce tradisce qualcosa. Gianni lo nota subito. “Ehi, sei tutta rossa. Calda, eh? Qui dentro si soffoca.” Non è una domanda, è un’affermazione. E ha ragione. La camicia mi si appiccica alla pelle, e il loro sguardo, anche se parziale, mi fa sentire nuda.

“Se vuoi, possiamo farti stare più comoda,” dice Marco, con un tono che non lascia spazio a malintesi. Il cuore mi batte così forte che penso possano sentirlo. “Cosa intendete?” chiedo, anche se so benissimo cosa vogliono dire. La risposta arriva da Gianni, diretta come un pugno: “Intendiamo che sei una donna bellissima, e noi siamo due che sanno come farti rilassare. Ti va di giocare un po’ mentre aspettiamo?”

Non so come, ma dico “Sì.” È un sì che mi scappa, quasi senza pensare. Sento un rumore di passi, e Marco riesce a spingere la porta quel tanto che basta per entrare, seguito da Gianni. L’ascensore è piccolo, e la loro presenza fisica mi sovrasta. Odorano di sudore e metallo, un mix che non dovrebbe eccitarmi ma lo fa. Marco mi guarda negli occhi, poi si avvicina. “Non aver paura, bella. Ti facciamo sentire bene.”

Non c’è tempo per pensare. Marco mi spinge delicatamente contro la parete a specchio, e il freddo del vetro contrasta col calore del suo corpo. Gianni resta a un passo, osservando, con un sorriso che è quasi un ringhio. “Guardati, così elegante e così nervosa,” dice Marco, mentre le sue mani ruvide mi sfiorano i fianchi, sotto la giacca. La sensazione della sua pelle contro la mia mi fa rabbrividire. “Respira, bella… lasciati andare,” sussurra, e quelle parole mi sciolgono qualcosa dentro.

Le sue mani salgono, slacciano i bottoni della camicia con una lentezza che mi fa impazzire. Sento l’aria sulla pelle, poi il calore del suo respiro vicino al collo. Mi bacia lì, mordicchiando appena, mentre Gianni si avvicina dall’altro lato. “Sei una meraviglia,” grugnisce, e la sua mano mi accarezza la coscia, sollevando la gonna. Il tessuto si arrotola, esponendo le calze autoreggenti nere che porto sempre. “Cazzo, guarda qui,” dice Gianni, con un tono che è pura fame. “Ti piace essere guardata, vero?”

Non rispondo, ma il mio corpo lo fa per me. Il respiro si spezza, e sento un calore umido tra le gambe. Marco mi bacia più in basso, sul petto, mentre le sue mani mi stringono i fianchi con forza. Sento la sua erezione premere contro di me attraverso i pantaloni, dura e grossa, e il pensiero di averli entrambi mi fa girare la testa. Gianni mi tira su la gonna fino alla vita, e le sue dita ruvide sfiorano il bordo delle mutandine. “Sei già bagnata, eh,” dice, senza imbarazzo. “Lo sapevo.”

“Fammi vedere,” dice Marco, alzando lo sguardo su di me. Ha un’espressione che mi fa tremare, un misto di controllo e desiderio. Mi spingono entrambi contro il muro, e sento il vetro freddo contro la schiena nuda mentre la camicia si apre del tutto. Marco si abbassa i pantaloni quel tanto che basta, e vedo il suo membro, spesso e venoso, già pronto. Gianni fa lo stesso, e il suo è più corto ma incredibilmente largo. Non riesco a distogliere lo sguardo.

“Ti piace quello che vedi?” chiede Gianni, con un ghigno. “Sì,” ammetto, con la voce che trema. Marco mi solleva una gamba, facendola passare intorno al suo fianco, e si posiziona tra le mie cosce. Sento la punta del suo membro sfiorarmi, e il calore mi fa quasi perdere i sensi. “Respira, bella,” mi sussurra di nuovo, e poi spinge dentro, lentamente, centimetro per centimetro. È grosso, mi riempie completamente, e il bruciore iniziale si trasforma in un piacere profondo che mi fa gemere.

Gianni mi guarda, accarezzandosi mentre Marco mi penetra. “Cazzo, sei stretta,” dice Marco, con la voce tesa, mentre si muove dentro di me con spinte lente ma decise. Ogni movimento mi fa sbattere contro il vetro, e il suono dei nostri corpi che si incontrano riempie l’ascensore. L’odore del loro sudore, misto al profumo del mio corpo, è inebriante. Sento il sapore salato della pelle di Marco quando mi bacia il collo, e le sue mani mi stringono il sedere con una forza che mi lascia i segni.

“Vuoi anche me, vero?” dice Gianni, avvicinandosi. Annuisco, incapace di parlare. Marco rallenta, restando dentro di me, mentre Gianni si posiziona dietro. Mi spinge in avanti, facendomi appoggiare le mani al vetro, e sento le sue mani aprirmi. “Rilassati,” mi ordina, e poi lo sento entrare, non nel modo che mi aspetto, ma sfregando il suo membro tra le mie natiche, premendo contro di me mentre Marco continua a muoversi davanti. La sensazione di essere tra loro due, stretta e riempita, è travolgente. Grido, ma non di dolore. È troppo, e non abbastanza.

“Ti piace essere presa così, eh,” dice Gianni, con la voce roca nell’orecchio. “Sì, cazzo, sì,” riesco a dire, mentre i loro movimenti si sincronizzano. Marco spinge dentro di me, profondo e lento, mentre Gianni si strofina contro di me con una pressione che mi fa tremare. Il vetro è appannato dal nostro respiro, e vedo il riflesso dei nostri corpi nello specchio: i loro muscoli tesi, le mie gambe che tremano, il mio viso stravolto dal piacere.

“Guardati, sei uno spettacolo,” dice Marco, accelerando il ritmo. Ogni spinta mi scuote, e sento il piacere montare come un’onda. Il suono dei loro gemiti, dei loro corpi contro il mio, è osceno e perfetto. L’odore del sesso riempie l’aria, e il sapore del sudore di Marco sulle mie labbra mi fa venire voglia di morderlo. Le sue mani mi stringono i seni, pizzicando i capezzoli attraverso il reggiseno abbassato, e il dolore acuto si mescola al piacere.

Gianni mi tira i capelli con una mano, appena abbastanza da farmi inarcare la schiena. “Vieni per noi, forza,” mi ordina, e la sua voce mi spinge oltre il limite. Sento l’orgasmo arrivare, violento, che mi scuote dalle dita dei piedi alla testa. Grido, il corpo che si contrae intorno a Marco, mentre lui continua a spingere, sempre più forte. “Cazzo, sì, così,” dice, e poi lo sento venire dentro di me, caldo e abbondante, con un gemito profondo che mi fa rabbrividire.

Gianni si tira indietro un attimo dopo, e lo sento gemere mentre si libera su di me, il calore che mi scivola sulla pelle. Resto lì, ansimante, tra loro due, con le gambe che non mi reggono più. Marco mi sorregge, con un sorriso stanco ma soddisfatto. “Respira, bella,” dice ancora, e io rido, un suono strozzato ma liberatorio. Gianni mi dà una pacca leggera sul fianco. “Brava, ci sai fare.”

Ci sistemiamo alla meglio, con il fiato corto e i vestiti sgualciti. La porta dell’ascensore è ancora socchiusa, e l’aria fresca che entra è un sollievo. Sento ancora il loro odore sulla mia pelle, il loro calore dentro di me. Non parliamo molto, ma i loro sguardi dicono tutto. Quando finalmente sentiamo i rumori dei soccorsi avvicinarsi, Marco mi guarda e dice: “Se ti blocchi ancora, sai chi chiamare.” Sorrido, nonostante tutto, e so che non dimenticherò mai questa notte.

Lascia un commento