Racconti Piccanti
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Sulla scrivania del capo

Sulla scrivania del capo

01 Aprile 2026·8 min di lettura

Vanessa era appoggiata al bordo della scrivania del suo capo, le mani che tamburellavano nervose sul legno lucido, mentre il silenzio dell’ufficio deserto le pesava sulle spalle. Erano le otto di sera, e il reparto contabilità, dove lavorava da vent’anni, era un deserto di scrivanie vuote e schermi spenti. Aveva chiesto a Pierpaolo, il nuovo stagista, di restare oltre l’orario per aiutarla con un resoconto urgente. Lui, un ragazzo di ventitré anni, magro, con gli occhiali e un’aria sempre un po’ spaesata, aveva annuito senza dire molto, come al solito. Vanessa, quarantasette anni, capelli castani tagliati a caschetto, un corpo ancora sodo ma con le curve morbide di chi ha vissuto, lo aveva notato fin dal primo giorno. Non per il suo aspetto, ma per quel modo goffo e riservato di muoversi, che la intrigava in un modo che non riusciva a spiegarsi.

“Pierpaolo, hai finito con quelle tabelle?” chiese, voltandosi verso di lui. Il ragazzo era seduto a una postazione poco lontana, le dita che si muovevano lente sulla tastiera. La camicia bianca gli stava larga sulle spalle strette, e Vanessa si trovò a fissare il modo in cui la luce della lampada da tavolo gli illuminava il collo sottile.

“Sì, quasi… ci sono un paio di dati da controllare,” rispose lui, la voce bassa, quasi un sussurro, senza alzare lo sguardo.

Lei si avvicinò, i tacchi che battevano sul pavimento, e si chinò leggermente per guardare lo schermo. Il profumo del suo deodorante, un misto di agrumi e muschio, le arrivò dritto al naso. “Fammi vedere,” disse, la voce un po’ più roca di quanto volesse. Pierpaolo si irrigidì, ma non si spostò. Vanessa sentì il calore del suo corpo vicino al proprio, e un’ondata di desiderio improvviso le attraversò il ventre. Non era la prima volta che provava qualcosa del genere, ma stavolta era diverso. Più urgente. Più crudo.

“Qui c’è un errore,” disse, indicando un numero sullo schermo, il suo seno che sfiorava appena la spalla di lui. Pierpaolo deglutì rumorosamente, e lei notò il rossore che gli saliva al collo. “Non lo vedi?” insistette, voltandosi verso di lui, il viso a pochi centimetri dal suo.

“Io… sì, scusa,” balbettò lui, finalmente alzando gli occhi. I loro sguardi si incrociarono, e per un istante il silenzio si fece denso, pesante. Vanessa sentì il cuore batterle forte, un calore che le saliva tra le cosce. Non ci pensò due volte. Con un movimento deciso, posò una mano sulla nuca di Pierpaolo e lo tirò verso di sé, baciandolo con forza. Le sue labbra erano morbide, incerte, ma non si tirò indietro. Dopo un attimo di esitazione, rispose al bacio, goffo ma affamato.

“Vanessa, ma… che stai facendo?” mormorò lui, staccandosi appena, il respiro corto. Lei lo guardò, gli occhi che brillavano di una lussuria che non cercava di nascondere.

“Zitto. Lo vuoi anche tu, lo vedo,” rispose, la voce ferma, mentre con una mano gli accarezzava il petto, scendendo verso la cintura. Pierpaolo non disse nulla, ma il modo in cui il suo corpo si tese sotto il tocco di lei fu una risposta sufficiente. Vanessa lo spinse indietro sulla sedia, si mise a cavalcioni su di lui e riprese a baciarlo, la lingua che esplorava la sua bocca con una fame che non provava da anni. Sentì qualcosa di duro premere contro il suo inguine, e un sorriso le sfiorò le labbra. “Cazzo, sei già pronto,” sussurrò, mordendogli il lobo dell’orecchio.

Pierpaolo emise un gemito basso, le mani che finalmente si decisero a toccarla, posandosi sui suoi fianchi. “Non so se… se dovremmo…” iniziò, ma lei lo interruppe con un altro bacio, più profondo, mentre con le mani gli slacciava la cintura con gesti rapidi, esperti. Quando finalmente gli abbassò i pantaloni e i boxer, rimase per un attimo senza fiato. Il suo membro era enorme, lungo e spesso, con vene che spiccavano sulla pelle tesa. Vanessa sentì un’ondata di eccitazione pura, quasi dolorosa, tra le gambe.

“Porca puttana, guardati,” disse, la voce spezzata dal desiderio, mentre lo accarezzava con una mano, sentendo la durezza sotto le dita. Pierpaolo arrossì violentemente, ma non distolse lo sguardo. Lei si alzò, si sollevò la gonna aderente fino ai fianchi, rivelando un perizoma nero di pizzo, e si chinò sulla scrivania del capo, il sedere in fuori, le mani appoggiate sul legno. “Vieni qui. Subito,” ordinò, voltandosi a guardarlo.

Pierpaolo si alzò, i movimenti incerti ma guidati da un’urgenza che non riusciva a controllare. Si posizionò dietro di lei, le mani che tremavano mentre le abbassava il perizoma fino alle ginocchia. Vanessa sentì l’aria fresca sulla pelle nuda, e poi le dita di lui, timide ma curiose, che la sfioravano. “Non fare il timido, forza,” lo spronò, spingendo i fianchi indietro contro di lui. Sentì la punta del suo membro premere contro di lei, e un brivido le attraversò la schiena.

“Cazzo, sei… sei sicura?” chiese lui, la voce strozzata, mentre con una mano si guidava, sfregando la sua lunghezza contro l’entrata di lei, già bagnata e pronta. Vanessa rise, un suono basso e gutturale. “Muoviti, Pierpaolo. Scopami. Ora.”

Con un gemito soffocato, lui spinse dentro di lei, lentamente all’inizio, ma il suo membro era così grosso che Vanessa sentì un misto di dolore e piacere mentre la riempiva, centimetro dopo centimetro. “Oh, cazzo, sì,” sibilò tra i denti, le unghie che graffiavano la scrivania. La sensazione di essere aperta, dilatata da lui, era quasi insopportabile, ma incredibilmente eccitante. Sentiva ogni dettaglio, ogni vena che pulsava dentro di lei, e il calore del suo corpo che la sovrastava.

Pierpaolo iniziò a muoversi, prima con spinte lente, esitanti, poi più decise, il ritmo che cresceva mentre i loro respiri si mescolavano in un coro di ansiti e gemiti. Il suono della loro carne che sbatteva insieme riempiva la stanza, un rumore osceno e ritmico che sembrava amplificare ogni sensazione. Vanessa sentiva il sudore scivolarle lungo la schiena, il tessuto della camicetta che le si appiccicava alla pelle, mentre il legno della scrivania le graffiava i palmi. “Più forte, cazzo, più forte,” lo incitò, la voce roca, spingendo i fianchi indietro per accoglierlo più a fondo.

“Così… va bene così?” chiese lui, ansimando, le mani che le stringevano i fianchi con una forza che non si aspettava. Vanessa voltò la testa per guardarlo, i capelli appiccicati alla fronte, e annuì, mordendosi il labbro. “Sì, così. Non ti fermare.”

Le spinte di Pierpaolo si fecero più selvagge, più profonde, il suo membro che la colpiva in punti che la facevano tremare. Vanessa sentiva il piacere montare dentro di lei come un’onda, ogni movimento che la portava più vicina al limite. Il profumo del loro sudore, l’odore acre e dolce del sesso, le riempiva le narici, mescolandosi al sapore salato che le rimaneva sulle labbra ogni volta che si leccava la bocca, persa in quella frenesia. “Sto per venire, cazzo,” gemette, le gambe che tremavano mentre si aggrappava alla scrivania come se fosse l’unica cosa che la tenesse ancorata alla realtà.

“Anch’io… dove…?” iniziò Pierpaolo, la voce spezzata, il ritmo che rallentava per un istante. Vanessa lo interruppe, voltandosi di nuovo. “Dentro. Riempimi. Fallo,” ordinò, gli occhi che bruciavano di desiderio. Lui non se lo fece ripetere due volte. Con un ultimo affondo, profondo e brutale, si lasciò andare, un gemito gutturale che gli sfuggì dalla gola mentre la riempiva, il calore del suo seme che si riversava dentro di lei. Vanessa urlò, il piacere che esplodeva in un orgasmo devastante, il corpo che si contraeva attorno a lui, spremendolo con ogni muscolo.

Rimasero così per un lungo momento, ansanti, i corpi ancora uniti, il sudore che gocciolava sulla scrivania. Vanessa sentiva il peso di Pierpaolo su di lei, il suo respiro caldo contro la nuca, e un sorriso soddisfatto le curvò le labbra. “Cazzo, sei stato… incredibile,” mormorò, voltandosi per guardarlo mentre lui si tirava indietro, il membro ancora semi-eretto che scivolava fuori da lei, lasciando una scia di fluidi lungo le sue cosce.

Pierpaolo arrossì, abbassando lo sguardo mentre si sistemava i pantaloni con mani tremanti. “Io… non so nemmeno cosa dire,” balbettò, ma Vanessa rise, una risata bassa e sazia. Si rialzò, sistemandosi la gonna, e gli si avvicinò, posandogli una mano sul viso. “Non dire niente. Ma sappi che non abbiamo finito,” disse, la voce carica di promesse.

Lo baciò di nuovo, lento e profondo, assaporando il gusto salato della sua bocca, mentre con una mano gli accarezzava il petto. Sentì il suo membro contrarsi di nuovo sotto i pantaloni, e un brivido di anticipazione le corse lungo la schiena. “Girati. Siediti sulla scrivania,” gli ordinò, spingendolo indietro. Pierpaolo obbedì, gli occhi spalancati, mentre lei gli slacciava di nuovo i pantaloni, liberandolo. Si inginocchiò davanti a lui, tra le sue gambe, e lo prese in bocca senza esitazione, la lingua che scivolava lungo la sua lunghezza, assaporando il mix di sapori salati e dolci che ancora lo ricoprivano.

“Oh, cazzo, Vanessa…” gemette lui, le mani che si intrecciavano nei suoi capelli, mentre lei lo succhiava con una maestria che lo faceva tremare. Sentiva ogni dettaglio, la pelle liscia della sua punta, il sapore intenso che le riempiva la bocca, il modo in cui il suo corpo reagiva a ogni movimento della sua lingua. Lo portò di nuovo al limite, poi si alzò, si tolse la gonna e il perizoma completamente, e si sedette su di lui, guidandolo di nuovo dentro di sé con un movimento fluido.

Ripresero a muoversi, i loro corpi che si incastravano con una perfezione oscena, i gemiti che si mescolavano in un coro sempre più disperato. Vanessa sentiva il legno della scrivania sotto di sé, il calore del corpo di Pierpaolo sopra di lei, e il piacere che montava di nuovo, inarrestabile. “Scopami fino a farmi urlare,” gli sussurrò all’orecchio, e lui obbedì, spingendo con una forza che la fece sobbalzare, portandola a un secondo orgasmo che la travolse come un’onda, lasciandola tremante e senza fiato.

Quando tutto finì, rimasero lì, sudati, appiccicati, il respiro che tornava lentamente alla normalità. Vanessa gli accarezzò il viso, un sorriso soddisfatto sulle labbra. “Domani sera, stesso posto,” disse, e Pierpaolo, ancora stordito, annuì senza dire una parola.

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