O paghi il conto o mi scopi
Eccomi qua, Rita, 51 anni suonati, dietro il bancone di questo bar di merda che puzza di birra rancida e sogni infranti. Una volta ero la bella del paese, sai, quella che faceva girare la testa a tutti con un sorriso e una gonna un po’ corta. Ora mi ritrovo con lo smalto scheggiato sulle unghie, la voce roca da troppe sigarette e un locale che sembra il set di un film di serie B. Fumo come una ciminiera, bevo vino da due soldi e passo le giornate a servire caffè bruciato a quattro ubriaconi. Però, c’è una cosa che mi tiene sveglia: Lorenzo, un muratore di 29 anni, tutto muscoli e provocazioni, che da mesi viene qui a rompermi le scatole.
È uno dei clienti fissi, viene dopo il turno in cantiere, con la maglietta sporca di polvere e quel sorrisetto da stronzo che mi fa venir voglia di tirargli un posacenere. Ha le mani grosse, callose, e un fisico che sembra scolpito, anche se non è proprio un adone: naso un po’ storto, capelli corti sempre arruffati e una barba di tre giorni che gli dà un’aria da delinquente. Mi guarda in un modo che mi fa sentire nuda, anche con la camicetta abbottonata fino al collo. “Rita, quand’è che me la dai?” mi dice spesso, ridendo, mentre si scola una birra. Io gli rispondo con un “vai a farti fottere” e gli verso un’altra pinta, ma dentro di me qualcosa si smuove. Non lo ammetterò mai, ma quel ragazzo mi accende. Sono anni che non mi tocco un uomo come si deve, e lui, con quella sfacciataggine, mi fa ribollire il sangue.
È una sera di metà settimana, il bar è mezzo vuoto, solo un paio di vecchi che giocano a carte in un angolo. Lorenzo è seduto al bancone, come al solito, e mi fissa mentre asciugo i bicchieri. Ho i capelli raccolti in una coda sfatta, un po’ di trucco sbavato e una gonna nera che mi stringe i fianchi, larghi dopo anni di vita non proprio sana. Non sono più quella di una volta, ma ho ancora un bel culo, me lo dicono in tanti, e le tette piene, anche se un po’ cadenti. Lui lo nota, lo so. “Rita, stasera sei nervosa. Ti serve una mano… o qualcos’altro?” mi dice, con quella voce bassa e un ghigno che mi fa venir voglia di dargli uno schiaffo. O di baciarlo. Non lo so.
“Sta’ zitto e paga il conto, che mi devi ancora due birre da ieri,” gli rispondo, appoggiandomi al bancone. Mi avvicino un po’ troppo, lo faccio apposta. Sento l’odore di sudore e cemento che ha addosso, e non mi dispiace affatto. Lui mi guarda negli occhi, non si sposta. “E se non pago? Che fai, mi cacci?” mi sfida. Sento un calore che mi sale dallo stomaco, un misto di rabbia e voglia. Non è solo il suo fisico, è il modo in cui mi parla, come se sapesse che sotto sotto lo voglio. E forse ha ragione.
Alle dieci decido di chiudere prima. I vecchi se ne vanno, biascicando un “buonanotte, Rita”. Spengo le luci principali, lasciando solo quella fioca sopra il bancone. Lorenzo è ancora lì, con la birra in mano. Lo guardo, prendo un respiro profondo e lascio cadere la frase che mi gira in testa da ore: “O paghi il conto o mi scopi qui sul bancone.” Lo dico con la voce roca, senza giri di parole, guardandolo dritto negli occhi. Lui sgrana gli occhi per un attimo, poi scoppia a ridere. “Cazzo, Rita, non scherzi mai, eh?” dice, ma si alza dallo sgabello. Io non sorrido, non mi muovo. “Scegli,” gli dico secca.
Non parla più. Si avvicina, mi afferra per i fianchi con quelle mani ruvide e mi tira verso di lui. Il cuore mi batte come un tamburo, una parte di me dice di fermarmi, che sono una cretina a fare una cosa del genere con uno che ha vent’anni meno di me. Ma l’altra parte, quella che non scopa da troppo tempo, urla più forte. Lo lascio fare. Mi spinge verso il tavolo da biliardo in fondo al locale, con una forza che mi fa quasi perdere l’equilibrio. “Cazzo, Lorenzo, fai piano,” gli dico, ma la voce mi trema. Lui non mi ascolta, mi solleva e mi sbatte sul bordo del tavolo, con le gambe che penzolano. Sento il legno duro sotto il culo, la gonna che si alza. Mi guarda come un lupo affamato, e io mi sento viva per la prima volta da anni.
Mi bacia il collo, con la barba che graffia, e le mani che mi stringono il culo. Io gli passo le dita tra i capelli, tiro un po’, lo voglio sentire. “Sei una stronza, Rita, lo sai che ti voglio da mesi,” mi sussurra all’orecchio, mentre mi slaccia la camicetta con gesti goffi. I bottoni saltano via, non gliene frega niente. Mi guarda le tette, ancora intrappolate nel reggiseno nero un po’ logoro. “Cazzo, sei ancora bona,” dice, e mi fa quasi ridere. Quasi. Perché poi mi abbassa le coppe del reggiseno e mi prende un capezzolo in bocca, succhiando forte. Io gemo, non riesco a trattenermi, e gli stringo la testa contro di me. Sento il calore della sua lingua, ruvida, e il mio corpo che risponde, bagnandosi.
Le sue mani scendono, mi alzano la gonna fino alla vita. Mi strappa le mutande, letteralmente, con un gesto secco. Sento il tessuto che si lacera e un brivido che mi attraversa. “Porca troia, Lorenzo,” gli dico, ma non sono arrabbiata. Sono eccitata da morire. Lui si inginocchia davanti a me, mi apre le gambe con forza e si tuffa lì in mezzo. Non è delicato, mi lecca come se volesse divorarmi, con movimenti disordinati ma decisi. Sento la sua lingua sulla clitoride, poi più giù, e gemo forte, appoggiandomi con le mani al tavolo. “Cazzo, sì, così,” gli dico, con la voce che trema. Odoro di sudore e desiderio, e lui sembra impazzire per quello. Mi stringe le cosce, lasciandomi segni con le dita, mentre continua a lavorarmi con la bocca. Io mi inarco, sento il piacere che sale, ma non voglio venire così. Voglio di più.
“Alzati,” gli ordino, tirandolo per la maglietta. Lui obbedisce, con la faccia lucida dei miei umori. Si slaccia i pantaloni in fretta, tirando fuori il cazzo. È grosso, non enorme, ma abbastanza da farmi venire un nodo allo stomaco. Mi guarda, con un sorriso da bastardo. “Ti piace, eh?” dice, e io gli rispondo con un “muoviti, coglione.” Non voglio chiacchiere ora. Mi gira di spalle, con una mossa decisa, facendomi appoggiare le mani sul tavolo da biliardo. Sento il panno verde sotto le dita, ruvido. Mi spinge in avanti, con il petto quasi schiacciato sul tavolo, e il culo in aria. Mi penetra da dietro, ma non nella fica. Sento la pressione sul culo, e capisco subito cosa vuole fare. “Cazzo, Lorenzo, fai piano,” gli dico, ma lui non mi ascolta. Sputa sulla mano, si lubrifica un po’ e spinge dentro, lento ma inesorabile.
Fa male, non lo nego, ma c’è anche un piacere strano, profondo. Gemo forte, quasi urlo, mentre lui entra tutto. “Porca puttana, Rita, sei stretta da morire,” dice, con la voce spezzata. Io non rispondo, stringo i denti e mi abituo alla sensazione. Poi inizia a muoversi, prima piano, poi più forte, con le mani sui miei fianchi che mi tengono ferma. Sento ogni spinta, il suo cazzo che mi riempie, il rumore dei nostri corpi che sbattono, il suo respiro pesante. Odoro il suo sudore, il mio, l’aria stantia del bar. “Cazzo, sì, così, scopami forte,” gli urlo, e lui accelera. Il dolore si mischia al piacere, mi fa impazzire. Gli graffio il tavolo con le unghie, mentre lui mi sbatte senza sosta. Vengo con un urlo, tremando tutta, e lui continua finché non lo sento irrigidirsi. “Sto venendo, cazzo,” grugnisce, e si svuota dentro di me con un gemito profondo.
Rimaniamo fermi un attimo, ansanti. Poi lui si tira fuori, lento, e io sento il vuoto, il bruciore. Mi rialzo a fatica, con la fica e il culo doloranti, e mi sistemo la gonna come posso. Le mutande sono da buttare, le lascio sul pavimento. Mi verso un bicchierone di rosso, di quello da quattro soldi che tengo dietro il bancone, e mi siedo su uno sgabello, con le gambe che tremano ancora. Accendo una sigaretta, tiro una boccata lunga e lo guardo. Lui si sta rivestendo, con quel sorrisetto da stronzo ancora stampato in faccia. “Domani porta i soldi… o torni a fottermi,” gli dico, con la voce roca, soffiando fuori il fumo. Lui ride, scuote la testa, ma non risponde. So che tornerà. E io lo aspetto.
