Racconti Piccanti
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Fottuta nella capanna dagli amici di mio fratello

Fottuta nella capanna dagli amici di mio fratello

11 Marzo 2026·9 min di lettura

Sono Sofia, ho 21 anni e, cazzo, non so nemmeno da dove iniziare a raccontare questa storia. È successo tutto così in fretta, ma allo stesso tempo mi sembra di averlo vissuto al rallentatore, ogni istante bruciato nella testa. Ero in vacanza al mare, in Puglia, con i miei genitori. Il solito viaggio di famiglia, noioso da morire: loro a giocare a carte sotto l’ombrellone, io a prendere il sole e a guardare il telefono. Non avevo grandi piani, solo starmene un po’ per i fatti miei. Non ero mai stata con un ragazzo, non perché non volessi, ma perché avevo paura. Paura di non essere all’altezza, di fare una figura di merda, di non sapere cosa fare. Insomma, ero ancora vergine, e la cosa mi pesava come un macigno.

Eravamo a Torre dell’Orso, una spiaggia lunga e piena di gente, con il mare che sembrava una cartolina. Era il terzo giorno di vacanza, verso le cinque del pomeriggio, quando ho visto Fabio e Nico. Li conoscevo di vista, erano amici di mio fratello Marco. Fabio, 28 anni, uno di quei tipi da spiaggia, surfista, sempre con la tavola sottobraccio, sorriso strafottente e capelli mossi dal vento. Nico, 27 anni, più cupo, tatuaggi su braccia e collo, uno sguardo che ti trapassa, come se ti stesse già spogliando con gli occhi. Non so perché, ma quando li ho visti avvicinarsi ho sentito un calore strano nello stomaco. Stavano lì, a pochi metri dal nostro ombrellone, a scherzare tra loro. Mio fratello non c’era, era andato a fare un giro in paese con degli amici, e i miei erano troppo presi dal loro burraco per notare qualcosa.

“Hai visto che gnocca è diventata sua sorella?” ha detto Fabio a voce alta, ridendo, mentre Nico annuiva con quel ghigno da stronzo. Mi sono sentita arrossire fino alla punta dei capelli, ma non ho detto niente. Mi sono girata dall’altra parte, fingendo di guardare il mare, ma dentro di me c’era un casino. Ero imbarazzata, sì, ma anche eccitata. Nessuno mi aveva mai detto una cosa del genere così apertamente. Ho sentito i loro passi sulla sabbia, si sono avvicinati. “Ehi, Sofia, non fai nemmeno un saluto?” ha detto Nico, con quella voce roca che sembrava un ordine. Mi sono voltata, un po’ titubante, e ho borbottato un “ciao”. Fabio si è accovacciato vicino a me, i muscoli delle braccia in bella mostra, e mi ha guardato dritto negli occhi. “Che fai stasera? Ti annoi con i tuoi, vero? Dai, vieni con noi, c’è una capanna abbandonata qui vicino, ci facciamo due birre.” Non so perché ho detto di sì. Forse perché volevo dimostrare qualcosa a me stessa, o forse perché quei due mi facevano sentire una scarica di adrenalina che non avevo mai provato.

Abbiamo camminato lungo la spiaggia, il sole stava calando e c’era un’aria fresca. Ogni tanto Fabio mi sfiorava il braccio mentre parlava, come per caso, e io sentivo la pelle d’oca. Nico, invece, mi guardava in un modo che mi faceva venir voglia di abbassare gli occhi, ma non ci riuscivo. Arrivati alla capanna, un rudere di legno mezzo nascosto tra le dune, ci siamo seduti dentro. Era sporca, c’era odore di salsedine e di legno marcio, ma non mi importava. Hanno tirato fuori delle birre da uno zaino, ne ho presa una anch’io, anche se non bevo quasi mai. “Allora, Sofia, non hai un ragazzo?” ha chiesto Fabio, con un tono che sembrava quasi una sfida. Ho scosso la testa, sentendomi una scema. “Cazzo, sul serio? Con quel culo che ti ritrovi?” ha aggiunto Nico, ridendo. Mi sono sentita bruciare, ma non in senso negativo. Era come se quelle parole mi accendessero qualcosa dentro.

Più parlavamo, più l’aria si faceva pesante. I loro sguardi non erano più solo curiosi, erano affamati. Fabio si è avvicinato, la sua coscia contro la mia, e ha messo una mano sul mio ginocchio. “Non ti va di divertirti un po’ con noi?” ha detto, e io ho sentito il cuore battere così forte che sembrava volesse uscirmi dal petto. Avrei voluto dire di no, scappare, ma non ci riuscivo. Ero curiosa, eccitata, spaventata, tutto insieme. Nico si è messo dall’altro lato, mi ha preso il mento con due dita e mi ha girato la testa verso di lui. “Non fare la santarellina, lo vuoi anche tu, si vede.” Non ho risposto, ma non mi sono tirata indietro quando ha avvicinato la sua bocca alla mia. Il suo bacio era ruvido, sapeva di birra e sale, e la sua lingua mi ha invaso senza darmi il tempo di pensare. Fabio, nel frattempo, mi accarezzava la gamba, salendo piano verso l’interno coscia. Mi sentivo in trappola, ma una trappola che non volevo lasciare.

Le loro mani erano ovunque, mi toccavano sopra il costume, poi sotto. Fabio mi ha sfilato la parte di sopra, lasciandomi a petto nudo, i capezzoli già duri per l’eccitazione e il fresco della sera. “Cazzo, guarda che tette,” ha detto, prendendone una in mano e stringendola, mentre con l’altra mi pizzicava il capezzolo. Ho ansimato, non riuscivo a controllarmi. Nico mi ha fatto sdraiare sulla coperta sporca che avevano steso per terra, mi ha tolto il pezzo di sotto del costume con un gesto secco. Ero nuda, esposta, e loro due mi guardavano come se fossi un pezzo di carne. “Sei già bagnata, eh?” ha detto Nico, passando un dito tra le mie gambe. Aveva ragione, lo sentivo anch’io, ero fradicia, e la vergogna mi bruciava, ma l’eccitazione era più forte. Fabio si è chinato e ha iniziato a leccarmi, la sua lingua calda e ruvida che mi esplorava piano, poi più veloce. Gemevo, non riuscivo a stare zitta, mentre Nico si è slacciato i pantaloncini e mi ha messo il suo cazzo davanti alla faccia. “Succhialo, dai, non fare la timida.” Non l’avevo mai fatto, ma ho aperto la bocca, sentendo il sapore salato e il calore della sua pelle. Era duro, grosso, e facevo fatica a prenderlo tutto, ma lui mi guidava con la mano sulla nuca.

Fabio ha smesso di leccarmi, si è tirato su e si è tolto i pantaloni. “Ora ti scopo, Sofia, sei pronta?” Non lo ero, ma ho annuito lo stesso. Si è messo tra le mie gambe, ha strofinato la punta del suo cazzo contro di me, facendomi impazzire, poi ha spinto dentro, piano ma deciso. Ho sentito un dolore acuto, ma anche un piacere strano, che cresceva a ogni movimento. “Cazzo, sei stretta,” ha detto, ansimando, mentre iniziava a muoversi più veloce. Nico mi teneva la testa, continuando a spingere nella mia bocca, il ritmo dei due che si alternava, uno dentro, l’altro fuori. Sentivo il legno della capanna scricchiolare sotto di noi, l’odore del sudore e del sesso che riempiva l’aria, i loro gemiti e i miei, soffocati dal cazzo di Nico.

Poi Nico si è tirato fuori dalla mia bocca e si è messo dietro di me. “Adesso proviamo qualcosa di più forte,” ha detto, con un tono che non ammetteva repliche. Ho capito cosa intendeva, e il panico mi ha preso per un attimo, ma ero troppo eccitata per dire di no. Fabio si è sdraiato sulla coperta, mi ha fatto mettere sopra di lui, il suo cazzo di nuovo dentro di me, mentre Nico si è inginocchiato dietro. Ho sentito le sue dita, fredde e scivolose, che mi preparavano, poi la pressione del suo cazzo che cercava di entrare. “Rilassati, cazzo,” ha detto, e ci ha messo un po’ prima di riuscire a spingere dentro. Faceva male, ma non solo, c’era anche un piacere folle, intenso, che non avevo mai provato. Ero piena, completamente, con Fabio sotto che mi pompava nella figa e Nico dietro che mi scopava il culo. I loro movimenti erano scoordinati all’inizio, poi hanno trovato un ritmo, e io non capivo più niente. Gemevo forte, quasi urlavo, mentre il piacere mi travolgeva, facendomi venire una, due, tre volte, non lo so nemmeno quante. I loro gemiti si mescolavano ai miei, la carne che sbatteva contro carne, il sudore che ci bagnava tutti.

Stavamo ancora andando avanti, persi in quel casino di corpi e sensazioni, quando ho sentito bussare alla porta della capanna. “Sofia! Sei lì dentro? È ora di cena!” Era mio fratello Marco. Cazzo, il cuore mi si è fermato. Ho sentito i gemiti miei e dei ragazzi riecheggiare, non c’era modo che non li avesse sentiti. Fabio ha riso piano, senza fermarsi, e Nico ha detto a bassa voce: “Fanculo, lasciaci finire.” Non ho risposto a Marco, non potevo, ero troppo presa, troppo sconvolta dal piacere che continuava a montare dentro di me. Lui ha bussato ancora un paio di volte, poi ha borbottato qualcosa e se n’è andato. Io, Fabio e Nico abbiamo continuato, senza più pensare a niente, finché non siamo crollati tutti e tre, esausti, sudati, appiccicosi.

Dopo, mentre il respiro tornava normale, mi sono resa conto del casino in cui mi ero cacciata. Ero lì, nuda, tra due tizi che conoscevo appena, in una capanna che cadeva a pezzi, con il rischio che Marco tornasse o, peggio, che dicesse qualcosa ai miei. Ma in quel momento non riuscivo a preoccuparmene davvero. Il mio corpo era ancora scosso da piccoli tremori, la pelle sensibile al minimo tocco. Fabio si è tirato su, si è passato una mano tra i capelli umidi di sudore e ha riso, una risata bassa, soddisfatta. “Cazzo, Sofia, sei stata una sorpresa,” ha detto, dandomi una pacca leggera sul fianco. Nico, invece, è rimasto zitto per un po’, poi ha tirato fuori un’altra birra dallo zaino e me l’ha passata. “Bevi, te lo sei meritata,” ha grugnito, con un mezzo sorriso che sembrava quasi un complimento, nel suo modo stronzo.

Ho preso la birra con mani che ancora tremavano, il freddo del vetro contro il palmo un contrasto netto con il calore che sentivo dentro. Non sapevo cosa dire, non c’era spazio per le parole, solo per il silenzio pesante che ci avvolgeva. Fuori, il rumore delle onde era l’unico suono, un ritmo costante che sembrava quasi deridermi, ricordarmi quanto fossi lontana dalla Sofia di poche ore prima. Mi sono rivestita piano, con gesti meccanici, sentendo i loro occhi ancora su di me. Non era uno sguardo di giudizio, però, era più come… possesso, come se avessero lasciato un marchio su di me. E in un certo senso, era vero. Non ero più la stessa, lo sapevo.

Tornare all’ombrellone è stato strano. La spiaggia era quasi deserta, il sole ormai sparito dietro l’orizzonte, e i miei genitori erano ancora lì, a giocare a carte come se niente fosse. “Dove sei stata?” ha chiesto mia madre senza nemmeno alzare gli occhi dal mazzo. Ho borbottato qualcosa su una passeggiata, sperando che non notassero il rossore sulle mie guance o il tremolio nella voce. Marco era seduto poco lontano, mi ha lanciato uno sguardo che non riuscivo a decifrare, ma non ha detto niente. Non so se avesse capito davvero, o se avesse solo dei sospetti. Non ho avuto il coraggio di chiederglielo, non quella sera.

Quella notte non ho dormito. Ero sdraiata sul lettino della stanza in affitto, il ventilatore che girava lento sopra di me, e continuavo a rivivere tutto nella testa. Ogni tocco, ogni parola, ogni sensazione. Mi sentivo sporca, sì, ma anche viva come non lo ero mai stata. Non riuscivo a decidere se fossi pentita o no. Una parte di me voleva tornare indietro, cancellare tutto, ma un’altra parte, più forte, sussurrava che avevo fatto la cosa giusta per me, in quel momento. Era stato un casino, un rischio enorme, ma cazzo, era stato reale. E non so se lo rifarei, ma so che non lo dimenticherò mai. Punto.

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