Racconti Piccanti
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La prima volta nel fienile

La prima volta nel fienile

19 Marzo 2026·7 min di lettura

Sono Beatrice, ho diciannove anni e vivo in una fattoria in mezzo al niente, tra campi di grano e puzza di letame. I miei genitori sono contadini, io sono figlia di contadini, e la mia vita è un ciclo infinito di sveglie all’alba, galline da accudire e terra sotto le unghie. Non è che mi lamenti, eh, è quello che conosco. Però, cazzo, sogno altro. Sogno Luca. Lui è il garzone che lavora da noi da un paio d’anni, vent’anni, spalle larghe da spaccalegna, mani ruvide che sembrano fatte apposta per stringere qualcosa di più morbido di un badile. Ha i capelli castani sempre spettinati, un accenno di barba che gli dà un’aria da stronzo affascinante, e quegli occhi verdi che mi fanno venire le farfalle nello stomaco ogni volta che mi guarda. Non è un tipo di molte parole, ma quando sorride, porca miseria, mi sciolgo.

È estate, il periodo della trebbiatura. Fa un caldo infernale, il sole ti brucia la pelle e l’aria è piena di polvere di grano. Siamo tutti nei campi da giorni, a lavorare come muli. Io aiuto con i sacchi, porto acqua, faccio quello che serve. Ma oggi ho trovato una scusa per tornare alla fattoria un po’ prima. Ho detto a mia madre che avevo mal di testa, che mi serviva un momento di pausa. Lei ha borbottato qualcosa, ma mi ha lasciata andare. E mentre camminavo verso casa, ho visto Luca che tornava anche lui, con la camicia appiccicata al petto per il sudore, le braccia sporche di terra. Gli ho fatto un cenno, un sorrisetto che speravo fosse invitante. Lui mi ha guardata per un attimo, poi ha abbassato lo sguardo e ha detto: “Vado a prendere un po’ d’acqua al fienile, vuoi qualcosa?” Ho sentito il cuore battermi in gola. “Sì, vengo con te,” ho risposto, cercando di sembrare normale.

Il fienile è un posto che conosco come le mie tasche. È un capannone di legno vecchio, con le balle di fieno ammucchiate fino al soffitto, l’odore acre della paglia secca che ti pizzica il naso. Appena entrati, la penombra ci ha avvolti, un contrasto netto con la luce accecante di fuori. Luca ha chiuso la porta dietro di noi, un gesto che mi ha fatto tremare le gambe. Non so perché, ma in quel momento ho sentito che qualcosa stava per succedere. Mi sono appoggiata a una balla di fieno, incrociando le braccia per nascondere il fatto che ero nervosa da morire. “Fa caldo, eh?” ho detto, tanto per rompere il silenzio. Lui ha annuito, si è passato una mano sul collo, asciugandosi il sudore. “Un caldo del cazzo,” ha risposto, con quella voce un po’ roca che mi fa impazzire.

Ci siamo guardati per un attimo di troppo. Io ho abbassato gli occhi, sentendomi una scema, ma il cuore mi batteva così forte che pensavo lo sentisse. Poi lui si è avvicinato, lento, come se non fosse sicuro di quello che stava facendo. Mi ha messo una mano sulla spalla, un tocco leggero ma deciso, e io ho alzato lo sguardo. “Bea, dimmi se non vuoi,” ha mormorato, e io ho sentito un brivido lungo la schiena. Non ho detto niente, ma ho fatto un passo verso di lui, quasi senza pensarci. La sua mano è scivolata dietro il mio collo, mi ha tirata a sé e mi ha baciata. Un bacio goffo, con i denti che si scontrano un po’, il suo fiato caldo e un po’ salato per il sudore. Non era il bacio da film che sognavo da mesi, ma cazzo, era reale, e mi ha fatto venire la pelle d’oca.

Mentre ci baciavamo, ho sentito le sue mani scendere lungo la mia schiena, stringermi i fianchi. Indossavo un vestitino a fiori leggero, di quelli da due soldi che metto per lavorare, e la stoffa sembrava inesistente sotto le sue dita. Io gli ho messo le mani sul petto, sentendo i muscoli tesi sotto la camicia umida. Una parte di me voleva rallentare, chiedersi se fosse una cazzata, se qualcuno potesse beccarci. Ma un’altra parte, quella più forte, non vedeva l’ora di andare avanti. “Luca,” ho sussurrato, con la voce che tremava, “e se ci vedono?” Lui ha sorriso, un sorrisetto storto. “Sono tutti nei campi. Non viene nessuno.” Non so se ci credevo, ma volevo crederci.

Mi ha fatto sedere su una balla di fieno, il vestitino si è alzato un po’ mostrando le cosce. Lui si è inginocchiato davanti a me, le sue mani hanno iniziato a esplorare, lente, sotto la stoffa. Mi ha sfiorato le gambe, salendo piano verso l’interno coscia. Io respiravo a fatica, sentendo un calore che mi saliva dal basso ventre. Poi ha tirato su il vestito, scoprendomi fino alla pancia, e io mi sono sentita nuda anche se avevo ancora gli slip. “Sei bellissima, Bea,” ha detto, con un tono che sembrava sincero. Ho riso, un po’ imbarazzata. “Non dire stronzate.” Ma lui non ha riso. Mi ha guardata negli occhi, poi si è chinato e ha iniziato a baciarmi il collo, scendendo piano verso il petto. Ha slacciato i primi bottoni del vestitino, scoprendo il mio seno. Non porto mai il reggiseno quando lavoro, fa troppo caldo, e lui ha emesso un verso gutturale vedendo i miei capezzoli già duri. Li ha presi in bocca, uno alla volta, succhiandoli con una fame che mi ha fatto gemere. Era una sensazione strana, intensa, un misto di piacere e imbarazzo. “Cazzo, Luca,” ho sussurrato, infilandogli le mani nei capelli. Lui ha continuato, mordicchiandomi appena, e io sentivo il calore tra le gambe diventare insopportabile.

Dopo un po’ mi ha fatto sdraiare sul fieno, che pizzicava da morire sulla schiena nuda. “Quel fieno del cazzo mi punzecchia,” ho detto ridendo, ma lui ha solo sorriso e mi ha tolto il vestito del tutto, lasciandomi in slip. Si è tolto la camicia, mostrando il torso muscoloso, lucido di sudore, e io ho sentito un nodo allo stomaco. Si è steso sopra di me, il suo peso mi schiacciava un po’ contro il fieno, ma non mi importava. Abbiamo ripreso a baciarci, le sue mani mi accarezzavano dappertutto, poi sono scese sotto gli slip, sfiorandomi dove ero già bagnata. Ho trattenuto il fiato, sentendo le sue dita ruvide esplorarmi piano. “Sei sicura?” ha chiesto, con la voce bassa. Ho annuito, anche se dentro di me c’era un casino di pensieri. Lo volevo, lo desideravo da sempre, ma avevo paura. Non l’avevo mai fatto prima, e non sapevo cosa aspettarmi.

Ha tolto i miei slip, lasciandomi completamente nuda sul fieno, poi si è slacciato i pantaloni, tirando fuori il cazzo già duro. Era la prima volta che vedevo un uomo così, e mi sono sentita piccola, vulnerabile, ma anche eccitata. Si è posizionato tra le mie gambe, sfregandosi contro di me piano, senza entrare subito. “Dimmi se fa male, okay?” ha detto, e io ho annuito di nuovo. Poi ha iniziato a spingere, lentissimo, e io ho sentito un bruciore acuto, un fastidio che mi ha fatto stringere i denti. “Cazzo,” ho sussurrato, aggrappandomi alle sue spalle. Lui si è fermato, guardandomi preoccupato. “Vuoi che smetto?” “No, vai piano,” ho risposto, con il fiato corto. Ha continuato, entrando poco alla volta, dandomi il tempo di abituarmi. Il bruciore c’era ancora, ma piano piano si è trasformato in qualcosa di diverso, un piacere strano, profondo, quasi animalesco. Ho iniziato a muovermi con lui, sollevando i fianchi per incontrarlo. “Più forte,” ho detto, sorprendendo anche me stessa. Lui ha accelerato, i suoi movimenti più decisi, il suo respiro pesante vicino al mio orecchio. Sentivo il fieno pungermi la schiena, l’odore acre della paglia mischiato al suo sudore, i suoi grugniti bassi ogni volta che spingeva dentro di me. Gli ho cinto i fianchi con le gambe, tirandolo più vicino, come se volessi fondermi con lui. “Cazzo, Bea,” ha mormorato, la voce spezzata. “Vieni dentro,” ho detto d’istinto, senza nemmeno pensarci, spinta da un desiderio che non riuscivo a controllare. Lui mi ha guardata per un attimo, come per essere sicuro che lo volessi davvero, poi ha accelerato ancora, i suoi movimenti più urgenti. Alla fine ha rantolato, un suono gutturale, profondo, mentre veniva dentro di me, stringendomi forte contro il suo petto. Ho sentito il calore del suo seme, il suo corpo che tremava sopra il mio, e io ho chiuso gli occhi, lasciandomi andare a quella sensazione.

Siamo rimasti così per un po’, abbracciati, con il fieno che mi pizzicava la schiena e il suo respiro che si calmava piano. Poi ci siamo addormentati, lì, tra le balle, con il calore dei nostri corpi che ci teneva stretti.

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