Un’amica dispettosa
Alessandro aveva 23 anni, un fisico scolpito da ore di palestra e una timidezza che lo faceva sembrare un adolescente al primo appuntamento. Studiava ingegneria, ma passava più tempo a sollevare pesi che a risolvere equazioni. Quel giorno, dopo un allenamento intenso in una palestra di quartiere, lasciò il borsone e l’asciugamano incustoditi su una panchina nello spogliatoio maschile, come faceva sempre. Non ci pensava mai troppo: chi vuoi che gli freghi qualcosa?
Sofia, 22 anni, era la sua amica da anni, una di quelle ragazze che non stanno mai ferme, con un sorriso malizioso e la battuta sempre pronta. Piccolina, con curve morbide e capelli castani mossi che le cadevano sulle spalle, aveva un’energia che attirava guai. Quel giorno, mentre Alessandro sudava in sala pesi, lei era lì, annoiata, in attesa che lui finisse. Vide il borsone incustodito e le venne un’idea. Frugò dentro, trovò le sue mutande nere, un classico boxer da discount, e le tirò fuori con una risatina. Poi, dalla sua borsa, estrasse un perizoma rosa shocking, minuscolo, di quelli che sembrano più un filo che un indumento. “Questo lo fa sclerare,” mormorò tra sé, infilandolo nel borsone al posto delle mutande originali.
Quando Alessandro tornò, stanco e con i muscoli che bruciavano, non notò nulla di strano. Si fece una doccia veloce, con l’asciugamano legato in vita, ignorando il casino degli altri ragazzi nello spogliatoio. Solo quando si chinò per vestirsi, tirò fuori il perizoma e restò di sasso. “Ma che cazzo è questo?” borbottò, guardandosi intorno. Gli spogliatoi erano pieni: gente che si cambiava, parlava, rideva. Non c’era modo di restare nudo senza fare la figura dell’idiota. Stringendo i denti, decise di infilarselo. Era strettissimo, un pezzo di stoffa che gli comprimeva tutto, con il filo dietro che gli dava un fastidio assurdo. Si sentiva ridicolo, ma almeno l’asciugamano in vita lo copriva. O così pensava.
Uscì dagli spogliatoi con l’asciugamano ben stretto, il borsone a tracolla, cercando Sofia con lo sguardo. La trovò vicino all’uscita, che sghignazzava già da lontano. “Che hai da ridere?” le chiese, sospettoso. Lei si avvicinò, con quell’aria da finta innocente. “Niente, niente. Solo che sembri un po’… teso.” Prima che lui potesse rispondere, Sofia, con un gesto rapido, gli strappò l’asciugamano di dosso, lasciandolo lì, in mezzo al corridoio della palestra, con quel perizoma rosa che gli stringeva il pacco in modo imbarazzante. Alcuni ragazzi scoppiarono a ridere, altri fischiarono. Alessandro divenne rosso come un peperone, cercando di coprirsi con le mani. “Sofia, sei una stronza!” ringhiò, ma lei stava già scappando, piegata in due dal ridere. “Dai, stai da dio con quel coso!” gli urlò, mentre lui si precipitava a raccogliere l’asciugamano.
La rabbia gli ribolliva dentro, ma sotto sotto c’era qualcos’altro. Sofia lo prendeva sempre in giro, eppure quella sua sfacciataggine lo attirava. Non lo avrebbe mai ammesso, ma mentre si rivestiva con i jeans, cercando di ignorare il tessuto del perizoma che gli irritava la pelle, pensò a lei in modo diverso. La cercò fuori, nel parcheggio della palestra. Lei era lì, appoggiata al muro, con un sorrisetto che chiedeva scusa senza troppa convinzione. “Non fare quella faccia, Ale. Era solo uno scherzo,” disse, avvicinandosi. Lui incrociò le braccia, il viso ancora accaldato. “Mi hai fatto fare una figura di merda davanti a tutti.” Sofia si morse il labbro, guardandolo con quegli occhi che sembravano sempre cercare guai. “Vero. Però ammettilo, un po’ ci hai riso anche tu.” Lui sbuffò, ma non riuscì a trattenere un mezzo sorriso. C’era tensione, di quelle che non sai se finiranno con una litigata o con qualcosa di completamente diverso.
Si incamminarono verso casa di Sofia, che non era lontana. “Ti offro una birra per farmi perdonare,” propose lei. Alessandro accettò, più che altro perché non aveva voglia di tornarsene subito a casa. Una volta nell’appartamento, un monolocale disordinato con un divano pieno di cuscini, l’aria si fece più densa. Lui si sedette, ancora con quel perizoma che gli dava fastidio sotto i jeans, e lei gli passò una birra fredda. Parlarono del più e del meno, ma ogni tanto Sofia gli lanciava occhiate, e lui si sentiva sempre più a disagio. “Sai che ce l’hai ancora addosso, vero?” chiese lei a un certo punto, con un ghigno. Alessandro arrossì di nuovo. “E che dovevo fare? Farmi vedere il culo da tutti?” Lei rise, avvicinandosi un po’. “Fammi vedere com’è. Dai, non fare il timido.” Lui scosse la testa, ma il tono di lei, mezzo serio e mezzo provocatorio, lo fece tentennare. Alla fine, con un sospiro, si alzò e abbassò appena i jeans, quel tanto che bastava per far vedere un pezzo di quel tessuto rosa. Sofia spalancò gli occhi, divertita. “Cazzo, ti sta pure bene.” Le sue parole lo colsero alla sprovvista, e quando lei gli sfiorò la gamba con una mano, come per scherzo, Alessandro sentì un brivido che non aveva nulla a che fare con l’imbarazzo.
Non ci fu bisogno di dire molto. Lei si avvicinò ancora, sedendosi a cavalcioni sulle sue ginocchia, con un movimento lento ma deciso. “Sofia, che fai?” mormorò lui, con il cuore che gli batteva forte. “Shh, rilassati,” rispose lei, appoggiandogli le mani sulle spalle larghe. Lo baciò, prima piano, poi con più insistenza, e Alessandro, che di solito si bloccava con le ragazze, si lasciò andare. Le sue mani, grandi e un po’ ruvide, le scivolarono sui fianchi, stringendola contro di sé. Lei indossava una maglietta aderente e dei leggings, e lui poteva sentire ogni curva del suo corpo sotto le dita. Sofia gli mordicchiò il labbro, poi scese a baciargli il collo, mentre le sue mani gli slacciavano i jeans. “Vediamo meglio questo perizoma del cazzo,” sussurrò, ridendo piano. Lui non protestò, lasciandola fare. Quando i jeans scivolarono giù, lei si fermò un attimo a guardarlo, con un’espressione tra il divertito e l’eccitato. “Non male, Ale,” disse, passandogli una mano sul tessuto teso, facendolo sussultare. Lui la afferrò per i fianchi, tirandola di nuovo contro di sé, e la baciò con più foga, mentre lei gli sfregava il pacco con una lentezza che lo stava facendo impazzire.
Si spostarono sul divano, senza smettere di toccarsi. Sofia si tolse la maglietta, mostrando un reggiseno nero semplice, e Alessandro non poté fare a meno di fissarla: aveva la pelle liscia, con qualche lentiggine sul décolleté, e un piercing minuscolo all’ombelico che non aveva mai notato. Le slacciò il reggiseno, lasciando che cadesse, e le accarezzò i seni, piccoli ma sodi, con i capezzoli già duri. Lei gli infilò una mano sotto il perizoma, stringendolo piano, e lui gemette senza volerlo. “Cazzo, Sofia,” borbottò, mentre lei rideva piano. “Che c’è? Ti piace, no?” Glielo tirò fuori, finalmente libero da quel tessuto assurdo, e iniziò a masturbarlo con movimenti lenti, guardandolo negli occhi. Lui le abbassò i leggings, scoprendo un paio di mutandine bianche di cotone, e gliele sfilò senza troppe cerimonie. La fece stendere sul divano, mettendosi sopra di lei, con le ginocchia ai lati dei suoi fianchi. Le baciò il collo, scendendo piano sul petto, mentre con una mano le sfiorava l’interno coscia, sentendo quanto fosse già bagnata. Lei gli afferrò i capelli, tirandolo un po’. “Non farmi aspettare troppo, stronzo,” gli disse, con un tono che era un misto di scherzo e desiderio.
Quando finalmente entrò dentro di lei, lo fece con calma, sentendo ogni centimetro mentre lei si stringeva intorno a lui. Sofia gemette forte, un suono rauco che lo fece andare fuori di testa. “Cazzo, sì,” sussurrò lei, aggrappandosi alle sue spalle. Lui iniziò a muoversi, prima piano, poi con più ritmo, sostenendosi con le braccia per non schiacciarla. Lei sollevò le gambe, avvolgendogliele intorno alla vita, e ogni spinta sembrava più intensa della precedente. Il divano cigolava sotto di loro, e l’odore del sudore si mescolava a quello del suo profumo dolce e un po’ fruttato. “Più forte,” gli ordinò lei, e lui obbedì, sentendo i muscoli delle cosce che bruciavano per lo sforzo. Ogni tanto si fermava per baciarla, con la lingua che si intrecciava alla sua, mentre lei gli graffiava la schiena con le unghie. “Sei uno stronzo, ma cazzo se ci sai fare,” gli disse ansimando, e lui rise, senza fiato, spingendo ancora più a fondo. Quando lei venne, lo fece con un grido soffocato, stringendolo così forte che lui quasi perse il controllo. Pochi secondi dopo, anche Alessandro si lasciò andare, crollando su di lei con il respiro pesante.
Rimasero così per un po’, sudati e appiccicati, senza dire una parola. Alla fine, Sofia gli diede una leggera spinta per farlo spostare, ridendo piano. “Beh, direi che ti sei fatto perdonare per avermi fatto incazzare prima,” disse lui, con un sorrisetto. Lei gli tirò un cuscino in faccia. “Vaffanculo, Ale. Però sì, non è stato male.” Si rivestirono senza fretta, con qualche occhiata e qualche battuta, ma senza imbarazzo. Il perizoma rosa rimase lì, buttato su un angolo del divano, come un trofeo di una giornata assurda.
