Ai piedi di Luigi (parte 3)
La settimana successiva Luigi divenne più esigente e più creativo.
Una sera mi fece mettere un collare improvvisato (una sua cravatta vecchia) e mi fece camminare a quattro zampe per tutta la casa mentre lui mi seguiva, dandomi piccoli calci sul sedere con il piede nudo.
«Il mio cagnolino da appartamento,» commentava divertito.
Un’altra volta mi obbligò a fare i compiti di casa (pulire, lavare i piatti) completamente nudo, con una delle sue calze sporche infilata in bocca come bavaglio. Ogni volta che mi fermavo troppo a lungo, arrivava e mi premeva il piede sulla nuca, spingendomi a continuare.
Ma la cosa che mi segnò di più fu la sera in cui decise di “marchiarmi”.
Mi fece sdraiare sul letto della sua camera. Poi si posizionò sopra di me, a cavalcioni sul mio petto. Il suo cazzo era duro, lucido di presperma. Iniziò a masturbarsi lentamente, guardandomi dall’alto.
«Voglio venire sulla tua faccia,» disse con voce roca. «E tu dovrai tenere gli occhi aperti e ringraziarmi.»
Obbedii. Mentre lui si segava sempre più veloce, io tenevo la bocca aperta, la lingua fuori. Quando venne, schizzi caldi e abbondanti mi colpirono il viso, le guance, le labbra, perfino le palpebre. L’odore del suo sperma era fortissimo, maschio, dominante.
«Leccati le labbra,» ordinò.
Lo feci. Il sapore salato, amaro, mi riempì la bocca.
«Ora dimmi chi sei.»
Con la voce spezzata, il viso coperto del suo sperma, mormorai:
«Sono il tuo leccapiedi personale… il tuo frocio sottomesso… il tuo schiavo.»
Luigi sorrise, soddisfatto. Si chinò e mi diede un leggero schiaffetto sulla guancia bagnata.
«Bravo. Domani andiamo oltre. Voglio vedere fino a che punto sei disposto a cadere.»
Quella notte, mentre mi lavavo il viso nel bagno, mi guardai allo specchio. Il ragazzo riflesso era lo stesso di sempre… eppure completamente diverso. La parte di me che un tempo si sentiva superiore a Luigi era quasi scomparsa. Al suo posto c’era solo un desiderio profondo, umiliante e liberatorio: quello di appartenere totalmente a lui.
La nostra convivenza era diventata una relazione di dominio assoluto. E io, giorno dopo giorno, mi stavo innamorando non solo di Luigi, ma della versione di me stesso che lui stava creando.
La mattina dopo la marchiatura con lo sperma, Luigi entrò in camera mia senza bussare. Io ero ancora nudo, sdraiato sul letto, con il viso che conservava un leggero odore del suo seme anche dopo averlo lavato.
«Alzati,» ordinò.
Obbedii immediatamente. Lui teneva in mano una scatolina piccola. La aprì e ne tirò fuori un anello di plastica trasparente con una piccola serratura: una gabbia per il cazzo, economica ma efficace.
«Da oggi questo è tuo,» disse con tono pratico, quasi clinico. «Lo indosserai sempre, tranne quando decido io di togliertelo. Il tuo cazzo non ti appartiene più. Appartiene a me.»
Il cuore mi batteva fortissimo. Una parte di me voleva protestare, dire che stava esagerando, che era troppo. Ma un’altra parte – quella più profonda, più malata – sentiva già l’inguine contrarsi per l’eccitazione.
Mi fece sdraiare sul letto e, con calma crudele, mi infilò la gabbia. Il mio cazzo, semi-eretto per la situazione, venne costretto dentro il piccolo spazio. Luigi chiuse la serratura con un click secco. Poi mi mostrò la chiavetta e se la mise al collo, appesa a una catenina.
«Bella, no?» disse sorridendo. «Ora sei ufficialmente in chastity. Niente erezioni complete, niente orgasmi senza il mio permesso. E ogni volta che ti ecciti, sentirai solo dolore e frustrazione.»
Provai a muovermi. La gabbia stringeva già. Qualsiasi tentativo di eccitazione veniva immediatamente punito da una pressione dolorosa contro la plastica.
Quella sera mi mise anche un collare vero: una fascia di cuoio nero semplice, con un anello metallico davanti. Me lo allacciò stretto intorno al collo.
«Quando sei in casa, indossi solo questo collare e la gabbia. Nient’altro. E quando mi servi, devi tenere gli occhi bassi.»
La nuova routine divenne ancora più umiliante. Tornava dalla palestra, si sedeva sul divano e io, nudo e incatenato, dovevo strisciare fino a lui a quattro zampe. Gli sfilavo le scarpe e le calze con i denti, poi iniziavo a leccare. Prima i piedi, poi risalivo lentamente lungo le gambe, fino alle palle sudate. Leccavo tutto con devozione, sentendo il sapore acre del sudore di un’intera giornata.
La gabbia rendeva tutto più intenso. Il mio cazzo tentava di indurirsi a ogni leccata, ma rimaneva schiacciato, dolorante. Luigi se ne accorgeva e rideva.
«Guarda come soffri. Ti piace, vero? Ti piace sapere che il tuo cazzo è imprigionato mentre lecchi il mio.»
Una sera, mentre gli leccavo il buco del culo per la prima volta (lui sdraiato a pancia in giù sul letto, io con il viso sprofondato tra le sue natiche), mi ordinò di parlare.
«Dimmi cosa sei mentre mi lecchi il culo.»
Con la lingua che lavorava dentro di lui, la voce soffocata, mormorai:
«Sono il tuo schiavo… il tuo leccapiedi… il tuo frocio in chastity…»
Ogni parola mi faceva pulsare dolorosamente nella gabbia. Luigi gemeva di piacere, spingendo indietro il sedere contro la mia faccia.
«Più a fondo. Voglio sentire la tua lingua dentro di me.»
Obbedii, umiliato e eccitato come mai prima. Il dolore della chastity si mescolava al piacere di servirlo, creando una dipendenza nuova e devastante.
Dopo due settimane di chastity continua, Luigi decise che era arrivato il momento di andare oltre.
Una sera mi fece preparare la cena nudo, con il collare e la gabbia. Mentre mangiavamo (io in ginocchio accanto al tavolo, lui seduto normalmente), mi guardò con un’espressione nuova, più famelica.
«Stasera ti scopo,» disse semplicemente.
Sentii lo stomaco contrarsi. Paura ed eccitazione si mescolarono violentemente.
Dopo cena mi portò in camera sua. Mi fece sdraiare a pancia in giù sul letto, con un cuscino sotto i fianchi per alzarmi il sedere. Mi legò i polsi alla testiera con la sua cintura.
«Voglio sentirti implorare,» disse mentre si lubrificava il cazzo.
Io ero terrorizzato e al tempo stesso disperatamente eccitato. La gabbia mi stringeva dolorosamente.
«Ti prego, Padrone… scopami,» mormorai con voce rotta.
Lui rise piano e mi diede uno schiaffo sul culo.
«Più convincente.»
«Ti prego… ti supplico… usa il tuo schiavo… sfondami il culo… sono tuo…»
Luigi si posizionò dietro di me. Sentii la cappella premere contro l’ano. Spinse lentamente, ma senza troppa delicatezza. Il dolore iniziale fu acuto, poi si trasformò in un calore profondo mentre mi penetrava completamente.
Cominciò a scoparmi con colpi regolari, sempre più forti. Ogni spinta mi faceva gemere, un misto di dolore e piacere. La gabbia sbatteva contro il materasso, ricordandomi costantemente che non potevo venire.
«Dimmi quanto ti piace essere fottuto dal tuo coinquilino,» ordinò, accelerando il ritmo.
«Mi piace… cazzo, mi piace da morire… sono la tua puttana… il tuo frocio da scopare…»
Luigi mi afferrò i fianchi e mi prese con più forza, grugnendo. Sentivo le sue palle sbattere contro le mie. L’odore del suo sudore riempiva la stanza.
Quando stava per venire, si tirò fuori, mi girò sulla schiena e mi schizzò sul petto e sulla faccia, marchiandomi di nuovo.
Poi, senza slegarmi, si sdraiò accanto a me e mi guardò mentre io ansimavo, frustrato, con il culo che pulsava e il cazzo imprigionato che stillava liquido preseminale.
«Non verrai stasera,» disse semplicemente. «Forse domani, se sarai bravo.»
Rimasi lì, legato, coperto del suo sperma, con il culo usato e dolorante. La mente era vuota, solo piena di lui.
Passarono altre due settimane. La chastity divenne quasi permanente: Luigi mi sbloccava solo una volta ogni 7-10 giorni, e solo per farmi venire mentre gli leccavo i piedi o mentre mi scopava.
La mia vita ruotava ormai completamente intorno a lui.
Al mattino lo svegliavo leccandogli i piedi. Durante il giorno, quando studiava, io ero sotto la scrivania a servirlo con la bocca. La sera diventavo il suo sfogo sessuale: a volte mi scopava brutalmente, altre volte mi usava solo come oggetto per masturbarsi sulla mia faccia o sul mio corpo.
La cosa più profonda era il cambiamento psicologico.
Non mi sentivo più “umiliato” nel senso negativo del termine. L’umiliazione era diventata il mio piacere principale. Ogni volta che lui mi chiamava “frocio patetico”, “leccapiedi schifoso”, “schiavo inutile”, io mi eccitavo dolorosamente nella gabbia. La mia autostima si era spostata: non derivava più dall’essere bravo negli studi o dall’essere “superiore”, ma dall’essere un buon schiavo per lui.
Una sera, dopo avermi scopato particolarmente forte, Luigi mi tenne stretto contro di sé mentre ancora ero pieno del suo cazzo.
«Lo sai che non torneremo più indietro, vero?» mi sussurrò all’orecchio.
Annuii, con le lacrime agli occhi per l’intensità dell’orgasmo negato e del piacere provato.
«Sì, Padrone. Non voglio tornare indietro.»
Lui sorrise e mi baciò sulla fronte, un gesto stranamente tenero in mezzo a tutta quella brutalità.
«Bravo. Domani ti porterò un regalino nuovo. Qualcosa per rendere ancora più evidente quanto sei mio.»
Quella notte, mentre dormivo con il collare e la gabbia, sognai di essere ai suoi piedi per sempre. Non c’era più paura. Solo una resa totale, dolce e devastante.
La nostra amicizia era morta. Al suo posto era nata una relazione di dominio e possesso assoluto. E io ne ero diventato dipendente quanto lui era diventato dipendente dal potere che esercitava su di me.
